Maggie in Worldland: Una storiella edificante, una bici e Justin Bieber (#3)

Maggie in Worldland: Una storiella edificante, una bici e Justin Bieber (#3)

Avete presente quando si dice che l’uomo è un animale altamente adattabile? Ecco, appunto. Superato lo shock culturale iniziale, riuscii ben presto a costruirmi una mia routine zanzibarese. Avevo trovato alloggio presso una signora italiana con una meravigliosa bimba di nome Sara, avuta con un bell’uomo del luogo (dei rasta così, mai più visti in vita mia). La signora Patrizia, oltre ad una bella stanza con tanto di zanzariera da Mille e una notte, mi aveva dato in prestito anche una bici, che potevo utilizzare ogni giorno per percorrere i due chilometri che mi separavano dall’SOS Children’s Village, dove andavo a fare lezione pomeridiana ai “miei” allievi.

Mi divertivo un mondo ad andare in giro con la mia bicicletta, ma ci volle un po’ di pratica per ambientarsi in quelle stradine tutte così simili tra loro, senza cartelli per strada né GPS sul telefono. Il dover tenere la sinistra, all’inglese, mi confondeva ancora di più (il puro terrore che provai quando mi accorsi di aver imboccato una rotonda per il verso sbagliato è difficile da dimenticare!).

Il primo giorno in cui mi avventurai da sola alla volta dell’SOS (avevo in mente solo qualche, confusa, indicazione che mi aveva dato Patrizia) fu buffissimo. Non avevo la MINIMA IDEA di dove fossi, eppure continuavo a pedalare. A un certo punto mi ritrovai nei pressi dell’aeroporto, il quale – in base alle mie allora scarse conoscenze dell’isola – doveva trovarsi da tutt’altra parte. Un po’ chiedendo in giro, un po’ per culo, un po’ per coraggio, trovai la strada giusta.

SOS Children's Village

La struttura in sé era molto ben attrezzata: 10 case (in ciascuna abitavano 10 bambini orfani con la loro “house mum”), gli uffici, due biblioteche, il parco giochi, l’asilo, la scuola elementare, le medie, le superiori e un nuovissimo ambulatorio medico. Alcune aule ed atmosfere mi ricordavano quelle della mia scuola elementare, della mia infanzia. Altre, beh, diciamo un po’ meno. Per esempio, sfogliando un di testo d’inglese della prima media (PRIMA MEDIA!!!) come esercizio di lettura, mi imbattei in questa storiella:

Sanaa era un’orfana. Quando entrambi i suoi genitori morirono di AIDS/HIV, andò a vivere con sua zia, suo zio e i suoi cugini. Suo zio era un ubriacone; beveva molta birra e tornava a casa tardi ogni sera. Quando tornava a casa, urlava contro i suoi figli e picchiava sua moglie. Un giorno, urlò a Sanaa: “Tu non sei mia figlia! Bastarda! Non ti voglio più nella mia casa!”. Così Sanaa se ne andò. Non sapeva dove andare, ed era anche incinta. Non riusciva a trovare nessun lavoro perché non era mai andata a scuola. Povera Sanaa!.

Beh, che dire, la morale della favola è una formula che non invecchia mai.

Le prime lezioni furono alquanto difficili. Immaginatevi 15 ragazzetti di dodici/tredici anni che a me rispondevano in inglese, ma tra di loro si scambiavano risatine e battutine in swahili (forse ero io paranoica, ma lì per lì mi pareva che il 90% dei commenti avessero ME come oggetto…). E per una laureata in Lettere Moderne che non toccava un libro di matematica dall’esame di maturità, mettersi a insegnare radici quadrate e potenze – per di più in INGLESE – non fu esattamente la cosa più naturale del mondo.

Comunque, i pomeriggi in quelle classi torride e polverose volavano senza che me ne accorgessi. Piano piano iniziai a conoscere i ragazzi e, incredibilmente, ad affezionarmici. Scrivo “incredibilmente” perché non mi sono mai ritenuta propriamente “Miss Sentimentalona” della serie “vieni bimbo africano che ci facciamo un bel selfie che poi diventa la mia foto profilo!”. Mi facevano incazzare, spesso e volentieri, però poi se ne uscivano con delle piccole cose che mi intenerivano da morire. Cose da niente, come osservare il loro impegno nel risolvere un esercizio di inglese per fare bella figura, o vederli contenti se li chiamavo per nome (il che non era impresa facile data l’apparente impronunciabilità di alcuni di essi).

E poi, un giorno, non so bene perché, certo non ricordo come, a uno di loro venne l’idea geniale di chiedermi se potessimo, durante la lezione di inglese del venerdì, imparare il testo di alcune delle canzoni che amavano. Io, cretina, invece di rifiutarmi, accettai di buon grado, portando un subdolo mezzo di imperialismo culturale americano al centro delle mie lezioni. Si ricordi, a questo proposito, che correva l’anno 2012. Tutti i 5 continenti del pianeta, all’epoca, erano presi d’assalto da una strana quanto potente epidemia: la neonata passione per Justin Bieber. Ancora prepuberale, il J-Beebs di allora aveva una vocina che manco quelle bianche dell’Antoniano. E il suo successo più grande – anche se ormai vecchio di un paio d’anni – era la fantastica Baby (se avete bisogno di un rinfreschino, il video è qui sotto).

Così, in uno dei ricordi più assurdamente inconcepibili e spassosi del mio mese a Zanzibar, mi ritrovai a cantare a squarciagola – con la mia voce che stonata è farle un complimento – l’inno di tutti i beliebers davanti a un gruppo di ragazzini ammutoliti che, per qualche strano motivo, aspettarono fino al SECONDO ritornello prima di unirsi a me in coro. Un’esperienza surreale, di quelle che se ti concentri riesci ad uscire al tuo corpo, guardare la scena dall’alto, e farti una grassa, fragorosa risata.

Italian 20-something living and dreaming in London. Literature geek, film fanatic, social media enthusiast and incurable feminist.