Maggie in Worldland: Innamorarsi del Vietnam (#8)

Maggie in Worldland: Innamorarsi del Vietnam (#8)

Il rumore del traffico. L’odore dell’erba bagnata. Il suono delle chitarre dei due ragazzi alle mie spalle. Il cielo, grigio, sopra di me. La cattedrale europea alla mia destra, e il palazzone comunista alla mia sinistra, che si ignorano a vicenda. E tra i due: un centro commerciale nuovo nuovo dal cui tetto si erge una torre ridicolmente fallica. Le carezze del vento. La vescica sotto al piede sinistro che mi fa male, ma non troppo. La ragazza coi capelli lisci e perfetti che si mette in posa davanti ad un albero mentre il fidanzato la immortala con l’iPhone. Le infradito dello strano tizio che mi sta fissando, e che cammina strisciando i piedi. La mia calma solitaria guastata, ma subito coccolata di nuovo dalla musica dei due ragazzi qui dietro, che hanno ripreso a suonare.

Ecco lo strano lirismo che caratterizza le prime pagine scritte nel mio diario di viaggio appena arrivata ad Ho Chi Minh City (la vecchia Saigon), nel Vietnam del Sud. Il momento immortalato rappresentò una piccolo parentesi di pace tra una notte trascorsa in aeroporto a Bangkok a causa di un visto mancante (colpa della mia solita sbadataggine che si ripresentò più e più volte nel corso dei miei sei mesi in giro per il mondo) e un viaggio in treno di diciotto ore su una brandina di legno. Ma andiamo con ordine…

Il primo contatto con il paese di cui mi sarei innamorata alla follia nel giro di pochi giorni non fu molto promettente. Ho Chi Minh City è incasinatissima, grigia, con un traffico caotico e orde di motorini non molto rispettosi delle regole della strada, che rendono un’impresa a dir poco avventurosa qualsiasi tipo di attraversamento pedonale. Per fortuna, si trattò di una proverbiale “toccata e fuga” – solo ventiquattro ore trascorse in quasi completa solitudine e spaesamento (a parte le due chiacchiere fatte col ragazzo filippino in ostello, il quale mi regalò la sua guida Lonely Planet del Vietnam – rigorosamente tarocca – in cambio della mia Rough Guide usata della Thailandia. Quando si dice un vero affare!).

Vietnam 2

Zaino in spalla, auricolari dell’ipod nelle orecchie (si ricordi che era il 2012) ed eccomi pronta a ripartire. E per una volta, è il caso di spendere qualche parola sul mezzo di trasporto (ferroviario), oltre che sulla meta. Il mio posto assegnato era su una branda cosiddetta “hard sleep”. Tradotto? Un’asse di legno appesa a mezz’aria senza spazio sufficiente per stare seduti. A condividere il minuscolo – e rovente – scompartimento con me, tre uomini e un bambino di circa 5 anni. Nessuno parlava una parola di inglese, quindi a parte grandi sorrisi, qualche gesto, e un impacciato “Cảm ơn” (= “grazie”) quando mi hanno offerto dei dolcetti al cioccolato, non ho avuto modo di comunicare molto con i miei compagni di viaggio. Appena lasciata la stazione alle nostre spalle, il treno rimbombò con degli annunci sia in inglese che nella lingua locale: le voci che si diffondevano dagli altoparlanti – prima quella maschile che raccontava la storia delle ferrovie vietnamite, poi quella femminile che informava i gentili signori viaggiatori che era proibito portare sul treno determinati beni, tra cui “dead bodies or body parts” – avevano un accento British davvero invidiabile.

Vietnam 3

Come per le strade di Saigon, una percezione regnò sovrana durante quel viaggio della speranza: caos. Pacifico e bonario, ma innegabile, tra bimbi che piangevano, gente che parlava al telefono a voce altissima e uomini che giocavano a carte ridendo rumorosamente. Ad un certo punto ci si mise pure della musica vietnamita a palla – una specie di pop da Partito dei Lavoratori che si sprigionava gracchiante per tutto il treno.

Per fortuna, dopo tanto caos, la tranquillità più assoluta. Eh sì, perché quello che non ho detto è che la mia meta era la meravigliosa cittadina di Hoi An, gioiello incastonato tra i canali vicino alla costa nel centro del paese. Caratterizzata da un’atmosfera surreale in cui tutto appare bello, in ordine, pacifico, Hoi An ha un centro storico costituito da vecchie case del XVII-XVIII secolo con pesanti influenze francesi (baguettes così fragranti le ho assaggiate solo a Parigi). Turistico? Senza dubbio, ma i turisti che invadono silenziosamente e rispettosamente la cittadina sono per lo più pensionati in gruppi organizzati o giovani coppie europee super glamour. Nel centro della città vecchia non girano le macchine, e si respira un’aria tranquilla e sognante. Un’atmosfera indimenticabile che contribuì a farmi innamorare così tanto di questo paese. Ma era solo l’inizio…

Italian 20-something living and dreaming in London. Literature geek, film fanatic, social media enthusiast and incurable feminist.