Maggie in Worldland: "Ma io che ci faccio qui?” (#2)

Maggie in Worldland: “Ma io che ci faccio qui?” (#2)

Ma io, che cazzo ci faccio ad Heathrow? Perché sto per prendere un volo per Zanzibar, dove dovrò procurarmi DA SOLA un taxi, contrattarci, farmi portare in un lodge dove dovrebbe esserci un certo Tonino, andare a cercare quest’uomo, e domani andare a parlare con Mr Suleiman Jabir per i compiti che svolgerò durante il mio mese di volontariato presso l’SOS Children Village di Zanzibar?

È così che inizia il mio diario di viaggio. Inizia con un innegabile, soffocante senso d’ansia. Adesso, a distanza di quattro anni e con il proverbiale senno del poi, mi viene un po’ da sorridere per il modo smaliziato e ingenuo con cui vomitavo le mie paure sulle sue pagine. Ma all’epoca non c’era troppo da ridere.

Il volo da Heathrow a Zanzibar (con scalo ad Addis Abeba) era stato un inferno. L’esultanza iniziale per avere ottenuto il posto in prima fila, quello con più spazio per le gambe, venne immediatamente spazzata via quando mi resi conto che l’area extra era destinata a due culle per neonati, una alla mia destra e una alla mia sinistra. Risultato? Un po’ per l’eccitazione del viaggio, un po’ per le urla da aquilotti sgozzati dei due neonati, io in quel volo notturno non chiusi praticamente occhio.

Superato lo scalo etiope (uno degli aeroporti più incredibili in cui abbia mai messo piede, con tanto di bar che emanava odori decisamente troppo forti e un’area fumatori che consisteva in una panchina davanti a un muro, su cui era attaccato un foglio con scritto “smoking area”), atterrai a Zanzibar in una calda mattina di gennaio. E lì, per qualche giorno, lo sconforto ebbe la meglio.

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Per quanto mi trovassi in un posto paradisiaco e piuttosto sicuro, per quanto ci fosse così tanta bellezza intorno a me e, a dire la verità, una marea di mondo occidentale, non riuscivo a tranquillizzarmi. Ad ogni angolo mi pareva di intravedere qualcosa di strano, incomprensibile e pericoloso; io, di solito così rilassata, mi facevo prendere dall’ansia per un nonnulla. I primi due-tre giorni li trascorsi così, in un fantastico lodge zanzibarino, per lo più chiusa in camera a piangere e sbavare con i lacrimoni l’inchiostro che intanto riversavo sulle pagine del mio diario. In parte si trattava del cosiddetto shock culturale, di cui snobisticamente pensavo non sarei mai stata vittima. Ma era anche la solitudine a sconvolgermi, quella terribile, inquietante, spaventosa sensazione di avere troppo tempo da trascorrere con me stessa, troppe sfide da affrontare da sola e troppe domande a cui solo io avrei potuto trovare una risposta. Quel senso di libertà, a cui mi sarei poi abituata così in fretta, lì per lì mi terrorizzava. La domanda alla Chatwin del “Ma io che ci faccio qui?” si sarebbe ripresentata così tante volte nel corso del mio viaggio, ma mai come in quei primi giorni a Zanzibar venne pronunciata con tanta tristezza e tanta tensione emotiva.

Che poi, parliamoci chiaro, lì per lì mica si trattava di un’esperienza di quelle super hard-core. Grazie a un contatto di mia sorella, per i primi giorni ebbi la fortuna di essere alloggiata in un meraviglioso albergo vicino alla spiaggia; peccato che non riuscii a godermelo minimamente. Tra le cose che più mi mandavano in paranoia, c’era l’ansia nel prendere il ‘Dala Dala’ da sola. I Dala Dala sono delle specie di pulimini che costituiscono il principale mezzo di trasporto pubblico sull’isola di Zanzibar. Dei minibus stipati e vecchiotti, su cui non capita tutti i giorni di vedere una ragazza bianca un po’ spaurita. All’inizio della mia esperienza sull’isola i Dala Dala erano il mio principale mezzo di locomozione per spostarmi dall’albergo all’SOS Children Village, l’orfanotrofio con cui mi ero messa in contatto già dall’Italia e dove avrei fatto lezioni pomeridiane di matematica e inglese a una classe di circa 20 ragazzini dodicenni. Quando salivo sul Dala Dala, quello che mi rendeva così nervosa era la sensazione di avere così tanti sguardi – alcuni amichevoli, altri curiosi, altri decisamente ostili – su di me, senza sapere come affrontarli.

Questo senso di inadeguatezza era rinforzato, anche se in maniera diversa, dallo sconforto per essere completamente incapace di intavolare e mantenere conversazioni normali con quelle persone – italiane e non – che si erano offerte di darmi una mano a trovare un alloggio per il resto del mese. Era sempre al mio diario che confessavo questo senso di mancanza, quest’incapacità – se non altro percepita – di adeguarsi alle più basilari norme del vivere comune, e preferire invece rifugiarsi in un libro:

Il mio amore per la letteratura nasce proprio dal bisogno di entrare in contatto profondo con altri esseri umani, e mi sto accorgendo sempre di più che ricorro ad essa perché io, nella vita di tutti i giorni, faccio molta fatica a connettere davvero con altri individui.

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E poi, per finire, a darmi noia c’era la velata supponenza di chi mi stava attorno, quella sensazione – probabilmente giustificata, dato il mio stato d’animo – che forse non ero fatta per un’esperienza del genere, che forse avrei fatto meglio a starmene chiusa in un villaggio vacanze per quattro settimane, riducendo al minimo i rapporti con la vita del luogo. Chissà, questi atteggiamenti che lì per lì mi rendevano così triste forse un po’ mi hanno spronato, mi hanno aiutato ad uscire dal guscio.

Sì, perché il resto della storia è decisamente meno cupo. Se non altro, questo inizio così deprimente è servito a rendere ogni conquista seguente ancora più dolce…

Italian 20-something living and dreaming in London. Literature geek, film fanatic, social media enthusiast and incurable feminist.