Maggie in Worldland: Bangkok in stile "Una notte da leoni" (#5)

Maggie in Worldland: Bangkok in stile “Una notte da leoni” (#5)

La mia prima connessione mentale, psicologica, emotiva con la Thailandia, seconda tappa del mio viaggio intorno al mondo, non è stata esattamente “autentica”. Qualche sera prima di lasciare l’Africa alla volta dell’Asia, accoccolata sul mio bel lettone a Zanzibar, mi guardai “Una notte da leoni 2”. (titolo originale: The Hangover – Part II), che si svolge a Bangkok. Certo, la parte razionale di me sapeva perfettamente che si trattava di un’americanata assurda e demenziale, ma c’era qualcosa in quelle scene, in quelle atmosfere che mi esaltò in maniera spropositata. Nei giorni prima della partenza passavo ore davanti al computer a leggere blog di viaggiatori per farmi un’idea su che cosa mi sarei potuta aspettare, e su che cosa volessi cercare quando fossi arrivata lì.

Per l’ennesima volta nel corso del mio viaggio, il giorno della partenza provai quello che mia mamma chiamerebbe, con amabile espressività, BRIVIDINO! Eh sì, perché quando avevo prenotato il volo da Nairobi a Bangkok (via Doha, in Qatar) ahimè non avevo prestato attenzione al piccolo cavillo secondo cui, all’arrivo in Thailandia, dovessi presentare anche un biglietto aereo di USCITA dal paese per potermi servire del mio visto turistico. Per fortuna, non avrei avuto problemi con la dogana fino all’arrivo effettivo in Thailandia – e questo fu uno di quei momenti in cui si capisce davvero l’importanza di avere WhatsApp e la connessione internet sul BlackBerry (ricordo che correva l’anno 2012…), oltre che – soprattutto – dei famigliari estremamente reattivi e collaborativi, in grado di prenotare un volo da Bangkok a Ho Chi Minh City, in Vietnam, nel giro di mezz’ora.

Superate le ansiette burocratiche, non mi rimase altro da fare che godermi l’ottimo pollo al curry servito sul mio aereo (il primo di una lunga serie…) e la maratona di “Big Bang Theory” a cui mi sottoposi. Sette ore dopo, eccomi atterrare in una caldissima, caoticissima Bangkok. Nelle mie ricerche online, molti viaggiatori avevano parlato in toni allarmistici di forti culture shock. Sarà che io arrivavo da un mese tutt’altro che semplice in Tanzania, sarà che da sempre provo un amore viscerale per le grandi città e per la loro vita brulicante, però la prima sensazione che provai a Bangkok fu quella di incredibile esaltazione e tranquillità a un tempo.

Thailandia 2

Certo, non è la stessa sensazione che si prova camminando per Milano, o per Londra: il traffico di Bangkok è qualcosa di RIDICOLO, il caldo e l’umidità che ci sono nell’aria rendono tutto un po’ “appiccicaticcio”, e ogni tanto per strada ci sono odori talmente forti e penetranti da farti pensare che ogni odore sentito prima nella tua vita fosse solo una “parvenza di odore”. Però, a differenza di Milano o di Londra, la gente mi pareva sempre sorridente e le cose ridicolmente poco care. In una delle prime email scritte a casa dalla Thailandia, racconto con toni entusiastici della mia gita a Khao San, la strada “paradiso dei backpackers”, descrivendolo così:

Un puttanaio incredibile in cui ci si può far fare un’ora di massaggio Thai per 5 euro, la birra costa meno di 1 euro al litro e i negozi – tutti uguali uno all’altro – vendono vestiti e altri accessori a prezzi irrisori… non ho resistito, oltre a delle ciabatte di plastica, mi sono concessa anche una guida usata della Thailandia e una canotta – un po’ zarra, ma qui in Thai va così – con sopra stampato il disegno di un paio di cuffie!

Thailandia 3

E parlare del mio arrivo a Bangkok senza nominare il mio innamoramento immediato, viscerale, eterno per la VITA DA OSTELLO sarebbe impensabile. Nei mesi prima della partenza passavo ore a fantasticare su come sarebbe stato alloggiare in ostello, ma non osavo sperare che mi sarei abituata alla cosa così in fretta. Sarà che in quei primi giorni in Sud Est Asiatico avevo un sorriso gigante stampato sulla faccia qualsiasi cosa facessi, sarà che mi sentivo stranamente in pace col mondo, fatto sta che tutte le persone che incontravo in ostello mi parevano così terribilmente GENTILI. Intavolavo conversazioni come niente, raccontando la mia “storia” e facendomi raccontare quella dei miei interlocutori, “Da dove vieni? Dove stai andando?” – almeno dal punto di vista “fisico”. Certo, dopo quattro mesi in cui avrei recitato la stessa pappardella centinaia di volte, l’entusiasmo sarebbe scemato, ma qui si parla dei primi giorni. I miei primi incontri furono con un tedesco, un irlandese, un inglese, un brasiliano e una giapponese (manco si trattasse di una barzelletta di quelle un pelo razziste che piacciono tanto).

La mia prima sera a Bangkok ebbi anche il battesimo del fuoco con il tanto decantato “street food” thailandese. Ovviamente, non c’erano forchette a disposizione, ma all’epoca la mia dimestichezza con le bacchette era risibile a dir poco. Per farsi un’idea delle condizioni in cui si trovò la mia maglietta a fine serata, si pensi a qualche scena splatter di un film di Tarantino. Una volta tornata in ostello, mi avvicendai nella sala comune per fare due chiacchiere con alcune delle mie nuove conoscenze. Ad un certo punto, qualcuno propose di affittare un film e guardarcelo tutti insieme. Incredibile ma vero, la scelta ricadde su The Hangover – Part II. Quando si dice, il destino…

Italian 20-something living and dreaming in London. Literature geek, film fanatic, social media enthusiast and incurable feminist.