Maggie in Londonland: Vivere in inglese

Maggie in Londonland: Vivere in inglese

Aneddoti in ordine sparso di un’italiana a Londra.

Maggie in Londonland

Un paio di settimane fa, ho trascorso il mio mercoledì sera in uno scantinato a Dalston, nel cuore pulsante dell’East London più hipster che ci sia. L’occasione? Una serata di ‘spoken word’, dove una serie di poeti e comici in erba si alternarono su un palco per condividere le loro – spesso acerbe – opere, declamandole in un’atmosfera di rilassata condivisione.

In quelle due ore trascorse in piedi ad ascoltare giochi di parole, poesie, battute e astrusi riferimenti a cantanti inglesi anni ’90 mai sentiti, ho dovuto prendere atto di una cosa. Nonostante i miei 4 anni e mezzo a Londra, nonostante il mio ragazzo inglese, nonostante abbia trascorso sei mesi di completa immersione negli Stati Uniti all’età di 16 anni, nonostante tutte le vacanze EF offertemi dai miei sempre meravigliosi genitori, il mio inglese ha ancora tanti limiti.

Fatemi spiegare… ovvio che non ho problemi con la conversazione di tutti i giorni. Che si tratti di ordinare uno skinny flat white al bar o di chiacchierare con gli amici, ci si capisce alla grande. Ma quando si inizia ad andare più in profondità, quando la velocità dell’elocuzione accelera o le parole utilizzate non sono quelle che sento e uso tutti i giorni, alcune cose mi sfuggono. Non è che il meccanismo si inceppi del tutto, la comprensione è per lo più assicurata dall’interpretazione del contesto, ma le parole che non conoscono assumono come un’alone magico. Vanno a finire nel calderone dei termini semi-sconosciuti, uno strano miscuglio di suoni il cui significato preciso non sono capace di afferrare, o memorizzare. Come sensazione, mi ricorda un po’ quella che provavo da bambina canticchiando canzoni dei cartoni che contenevano parole il cui significato ignoravo completamente, ma il cui suono mi cullava (vengono alla mente le ‘stelle e plenilunio’ di Timon e Pumba ne Il Re Leone e lo ‘zotico, lepido’ riferito a Giovanni, re fasullo d’Inghilterra in Robin Hood).

Questa situazione genera una strana condizione esistenziale. Lo scontro giornaliero tra la paura di dire una castroneria e la voglia di suonare intelligente ad ogni costo. Buttarsi e pronunciare anche quelle espressioni di cui non si è sicuri al 100% è un po’ una scommessa. Peccato che l’esito non sia mai sicuro, data la tendenza inglese a non voler ferire i sentimenti altrui (risultato: 9 volte su 10 evitano di farti notare che quello che hai detto è proprio una minchiata, e tu continui a vivere nell’ignoranza).

La cosa più paradossale di tutte, soprattutto per un’amante delle parole come me, è che, nella vana ricerca di bilinguismo perfetto, quella che si contamina inevitabilmente è la lingua che parlo e amo da sempre, l’italiano. Giusto per citare qualche esempio fresco fresco, a cena con due compatrioti l’altra sera, la conversazione è stata costellata da obbrobri tipo ‘additivo’ (per riferirsi a un telefilm che crea particolare dipendenza), ‘fare applicazioni’ (per parlare di domande di lavoro), ’rude’ (nel senso molto più colloquiale di ‘maleducato’) e ‘prendere una foto’. Espressioni ormai così radicate nel nostro cervello da non riuscire ad evitarle neanche quando si torna a casa in vacanza, generando non pochi sfottò e alzate di sopracciglia in amici e parenti.

Quindi, che fare? Continuare a cercare di migliorarsi in inglese, pur sapendo che basteranno sempre una manciata di frasi per provocare la domanda: ‘Where’s your accent from?’, mentre si perdono pezzetini della lingua che abbiamo imparato da piccoli? Oppure accettare con rassegnazione una comunicazione più limitata, che ci riporta all’infanzia con le sue parole dai suoni affascinanti e i significati misteriosi? Se nessuna delle due opzioni pare particolarmente allettante, l’unica soluzione è quella di combattere la pigrizia comunicativa, sia in italiano che in inglese, giorno per giorno. 

Italian 20-something living and dreaming in London. Literature geek, film fanatic, social media enthusiast and incurable feminist.