Maggie in Londonland: Un risveglio post-Brexit

Maggie in Londonland: Un risveglio post-Brexit

Maggie in LondonlandIeri è stata una giornata proprio strana. A cominciare dal tempo. Guardando fuori dalla finestra appena sveglia, ho visto un sole scintillante con un cielo azzurro che mamma mia più azzurro di così proprio non si può. L’ho preso come un buon auspicio. Ma mi sbagliavo. E quanto mi sbagliavo…

Mi è bastato prendere in mano il telefono ed entrare su FB per essere travolta da decine di post di amici e conoscenti: quello che più temevo era successo. Il 52% del popolo britannico, messo davanti alla decisione se rimanere o no nell’UE, ha espresso di volersene andare. Auf wiedersehen, Unione.

Raramente nella vita mi è capitato di provare una sensazione di sconforto così netta per una decisione popolare. Certo, la batosta delle elezioni politiche italiane del 2008 (le prime in cui io potessi votare… e Berlu ne uscì vincitore…) fu difficile da mandare giù, ma di governi se ne susseguono tanti; di referendum che possono mettere a repentaglio la tua vita di immigrata, beh, si spera che uno basti e avanzi per la vita.

La prima reazione che ho provato – e che ho visto espressa in così tanti messaggi di amici europei a Londra – è stata una sorta di sdegno dettato da orgoglio ferito: “Ah sì? Non volete più essere parte dell’Unione? Volete liberarvi della vostra identità europea per tornare “sovrani”? Fate pure. Chi non ci vuole non ci merita”. Ma le reazioni “di pancia” non mi sono mai piaciute, quindi ho iniziato a razionalizzare: vero, il 52% dei britannici hanno votato per andarsene (e cacciarci, in un certo senso…), ma la maggior parte dei londinesi – quelli che in effetti hanno a che fare con noi immigrati ogni giorno – volevano rimanere. Persino il neosindaco della città, Sadiq Khan, ha condiviso un messaggio su Facebook piuttosto rassicurante per gli europei di Londra. Una boccata di aria fresca dopo aver dovuto sopportare la vista di un Farage giubilante che inneggiava a un fatidico “independence day”.

Sadiq Khan

Sulla via per il lavoro, seduta in metropolitana, mi sono ritrovata ad origliare la conversazione tra due uomini seduti di fianco a me. Un signore anziano, probabilmente sulla settantina, visibilmente inglese, che ha attaccato bottone con un ragazzo di trent’anni, con accento nordico (Svezia? Danimarca?). Non so come questi due perfetti sconosciuti abbiano iniziato a parlare di Brexit, proprio sulla tube dove evitare di incrociare lo sguardo con gli altri passeggeri è una regola non scritta rispettata da TUTTI. È bastato poco per capire che erano d’accordo tra di loro: “It’s not a good day for this country, we should have stayed”. Un episodio semplice, che ha pacato la mia delusione nei confronti delle vecchie generazioni.

Eh sì, perché a vederla da un punto di vista puramente demografico, la tentazione di puntare il dito contro i più anziani è forte. Durante la giornata, mi sono imbattuta più volte in un tweet di YouGov che mostrava chiaramente la correlazione tra l’età dei votanti, la percentuale in cui hanno votato per rimanere o andarsene, e quanto a lungo dovranno subire le conseguenze di questa decisione. Più l’età avanza, più il sostegno alla campagna del Leave aumenta. Un chiaro messaggio di chiusura, isolazionismo e paura del diverso che – almeno da un punto di vista statistico – non sembra caratterizzare la cosiddetta generazione dei millennial di cui, almeno oggi, sono fiera di fare parte.

YouGov

Arrivata in ufficio, l’atmosfera era surreale. Cercavo di concentrarmi sul lavoro, di far finta di niente, ma risultava impossibile. La start-up per cui lavoro ha sede in un co-working space nel cuore di Shoreditch, dove trovare un inglese duro e puro è quasi impossibile. Seduti dietro di noi, i membri di un fondo d’investimento, fieramente parigini. I ragazzi alla scrivania di fianco alla nostra? Greci. Poco più in là, una start-up fondata da un giovane di Napoli. E anche nel mio micro team, un’altra ragazza italiana, spaventata quanto me da questa assurda situazione in cui ci troviamo.

Nei nostri discorsi, due argomenti si alternavano di continuo: da una parte, incertezza riguardo a quello che succederà nei prossimi due anni a noi e al milione e più di europei londinesi; dall’altra, speranza che l’Unione Europea colga questa opportunità per cambiare approccio, per rendersi più democratica e mostrare quanto di buono ci sia nel suo operato.

Ed è così che mi sono resa conto che, per la prima volta in tre anni e mezzo, sto seriamente considerando l’idea di lasciare Londra: non per sdegno, e neanche per paura di dover riempire troppe scartoffie per ottenere il permesso di rimanere, ma perché sento di voler rimboccarmi le maniche per un ideale in cui credo. Mai come oggi mi sono sentita europea, e felice di esserlo, e mi piacerebbe andare da qualche parte dove possa contribuire a far ripartire questo progetto che ritengo di vitale importanza. Non possiamo rischiare che l’Unione si sgretoli sotto la spinta di tendenze xenofobe e razziste: quando i Salvini e Le Pen di turno esultano, non si può stare a guardare.

Italian 20-something living and dreaming in London. Literature geek, film fanatic, social media enthusiast and incurable feminist.