Maggie in Londonland: La lettera di Renzi

Maggie in Londonland: La lettera di Renzi

Aneddoti in ordine sparso di un’italiana a Londra

Maggie in LondonlandNon capita tutti i giorni di ricevere una lettera dal Presidente del Consiglio.
Così, quando qualche giorno fa mi sono ritrovata tra le mani la missiva che in patria ha suscitato immani polemiche, la prima reazione è stata quella di sorpresa. Mentre osservavo incuriosita le foto da cartolina di Renzi con svariati leader internazionali (a Matte’, ma mi scrivi in quanto segretario del PD o in quanto Primo Ministro? Perché la visita alla Casa Bianca, se non sbaglio, era piuttosto ufficiale… Come direbbero gli inglesi, that’s a bit cheeky), il mio ragazzo inglese – che sta cercando di imparare l’italiano – ha deciso di usare il testo della lettera come esercizio di lettura in lingua. Sono bastate frasi tipo “ogni volta che ho sentito risuonare l’Inno di Mameli con voi, ogni volta che ho incrociato i vostri sguardi orgogliosi, […] ho sentito fortissimi l’onore e l’emozione di rappresentare il Paese che noi tutti amiamo” per suscitare in James una certa meraviglia per il tono drammatico e strappa lacrime del nostro linguaggio politico. Senza contare l’immancabile riferimento calcistico (“Un Paese instabile, che cambia il Presidente del Consiglio più spesso di un allenatore della Nazionale”), come se l’Italia fosse una “Repubblica democratica fondata sul pallone”.

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Si potrebbero dire tante cose sulla lettera in questione. Per esempio, chiedersi se quell’errore di battitura sulla prima pagina (www.bastausi.it, in cui la “n” si è persa per strada) sia un lampo di genio di uno scaltro sabotatore (inserendo l’indirizzo sbagliato in un browser, si viene reindirizzati a http://www.piovegovernoladro.info/), o se si tratti semplicemente di una vera e propria svista, resa ancora più odiosa se letta alla luce dei commenti di Renzi a inizio lettera sui “risolini di scherno, accompagnati dai soliti, umilianti luoghi comuni” sull’Italia cialtrona e inaffidabile. Si potrebbe ricordare che, da quando Berlusconi diede il voto agli italiani all’estero nel 2001, scrivere lettere a costoro è divenuta una pratica piuttosto comune (l’hanno fatto anche Berlu, Veltroni e Bersani in passato). Sarebbe anche lecito domandarsi se la cifra spesa dal PD per questa lettera (c’è chi la stima a 4 milioni di euro) non si sarebbe potuta usare diversamente (una bella email, no? Con tanto di hyperlinks ai siti giusti, magari). Ma, più di ogni altra cosa, bisognerebbe mettere in discussione il tono terribilmente semplicistico che utilizza, buttando le storie degli italiani all’estero in un solo, grande calderone e dando per scontato che il disinteresse o la disinformazione per quello che succede in patria sia la norma. Ma non è proprio così.

Lo scorso 15 novembre, ho partecipato ad un dibattito sul referendum costituzionale organizzato dalla Italian Society di UCL, University College of London. Il dibattito, presentato da Lucia Annunziata, vedeva schierato dalla parte del SÌ il Prof. Cesare Pinelli della Sapienza e dalla parte del NO il Sen. Mario Mauri (ex-Forza Italia, PdL e Scelta Civica, attualmente Popolari per l’Italia). È bastato poco per rendermi conto che la discussione non sarebbe stata particolarmente utile per chiarirsi le idee sulla riforma costituzionale.

Lettera di Renzi Dibattito

Quella a cui ho assistito è stata una specie di discussione tra sordi, completamente scevra di qualsiasi tipo di rigore (e, a mio parere, onestà) intellettuale. Il Sen. Mauro criticava la riforma soprattutto in quanto iniziativa unilaterale del governo, sostenendo tramite lunghi panegirici e magniloquenti metafore che si sarebbe dovuta appellare ad un non meglio identificato ‘spirito costituzionale’ (certo, spirito costituzionale nel panorama politico di oggi, quando dal momento stesso in cui Renzi ha legato il destino del suo Governo all’esito del referendum tutti i partiti politici di opposizione hanno iniziato a leggere la riforma SOLO alla luce di quest’aspetto). Il prof. Pinelli, invece, usava cosiddette ‘scare tactics’ il cui unico effetto è quello di suscitare dubbi sulla bontà della riforma, se l’argomento più efficace che si riesce a trovare è quello del “minor dei mali possibili”. Dopo l’esito del referendum sulla Brexit e l’elezione di Trump, questo 2016 dovrebbe averci insegnato che minacce tipo  “Se non passa la riforma, l’Italia scenderà nel caos politico chissà per quanto” non risuonano particolarmente bene con l’elettorato. E, ciliegina sulla torta, il tono condiscendente e paternalistico dell’Annunziata nei confronti del pubblico – della serie: “Rega’ siete studentelli, che ce capite voi, fate parlare noi grandi…”.

Insomma, quella che poteva essere un’occasione di confronto serio e pacato, in un contesto tranquillo, si è tramutato in una specie di farsa, con interlocutori in dimensioni parallele e “domande” dal pubblico con preamboli di 10 minuti, e senza punto di domande alla fine. Un’opportunità di fare chiarezza, sprecata. Esattamente come la lettera di Renzi.

Quello che questa stagione politica ci sta mostrando – in Italia, in Europa, in tutto il mondo – è un deterioramento progressivo del modo che abbiamo di pensare, di esprimerci e di discutere con chi non è d’accordo con noi.  Una semplificazione di ogni complessità che sarebbe davvero il momento di riconsiderare, prima che sia troppo tardi.

Italian 20-something living and dreaming in London. Literature geek, film fanatic, social media enthusiast and incurable feminist.