Maggie in Londonland: Espressioni inglesi educate solo in apparenza

Maggie in Londonland: Espressioni inglesi educate solo in apparenza

Aneddoti in ordine sparso di un’italiana a Londra

Maggie in LondonlandVivo in questo strano, umidiccio, interessante paese ormai da più di quattro anni.
Quattro anni divertenti, emozionanti, a volte stressanti, ma soprattutto 4 anni in cui non passa giorno senza che io faccia esperienza della tanto celebrata ‘English politeness’. Quella tendenza albionica a preoccuparsi a tal punto di ferire il proprio interlocutore da ritrovarsi a fare piroette linguistiche estreme intorno al nocciolo della questione. Il risultato? Per chi, come me, gode di una sensibilità un po’ particolare (leggi ‘facilmente urtata’), la situazione è ideale. Se mi devi dire che sono un’emerita idiota, almeno fallo con tatto. Ma per tanti altri con una scorza più spessa della mia la politeness inglese crea dei qui pro quo mica indifferenti.

La tabella qui sotto, che continua ad apparire qua e là sul web ormai da un po’, ha letteralmente aperto un mondo a migliaia di stranieri in terra inglese.

Dall'account Twitter di Ian Sexton: http://bit.ly/2f4mkHO

Ian Sexton’s Twitter account: http://bit.ly/2f4mkHO

In questo mondo di gentilezza ovattata, di tanto in tanto mi imbatto in delle espressioni che, per quanto suonino bene all’orecchio inglese, a me sembrano un vero e proprio dito medio, seppur ricoperto di zucchero. Ecco le mie preferite…

1. ‘Bye now’
Qualche mese fa, mi è capitato di essere nella stessa stanza del mio ragazzo inglese mentre era al telefono con sua nonna. Dopo qualche minuto di piacevoli chiacchiere, lo sento pronunciare la seguente espressione: ‘Ok granny, bye now!’. Avevo sentito l’espressione in altri contesti senza mai fermarmi a ragionarci su più di tanto. Ma in quel momento non ho potuto trattenere una risata. Alle mie orecchie italiche, sembrava un modo non molto sottile di tagliar corto la conversazione (cosa che, conoscendo il mio ragazzo e il suo essere un nipote modello, lì per lì mi ha stupito). A me sembra proprio un modo di dire: ‘Okay, basta parlare adesso, ciao ciao’, per quanto James abbia cercato ripetutamente di convincermi del contrario…

2. ‘I read the presentation and I only have a few minor comments’
Questa mi capita di sentirla spesso al lavoro. A ricevere del feedback che si apre con il preambolo “few minor comments”, la mia reazione istintiva è quella di pensare “Evvai, devo aver fatto proprio un buon lavoro. Magari c’è un errorino qua e là o un’immagine da cambiare, ma posso ritenere il lavoro praticamente concluso”. E invece, il più delle volte, i “few minor comments” si rivelano essere una lista di 27 cose da cambiare, inclusa la struttura portante dell’articolo appena scritto o della presentazione appena creata. Potete ben immaginare lo sconforto, causa di una montagna russa emotiva di cui si potrebbe benissimo fare a meno…

3. ‘I’m afraid we don’t have these in your size’
Immaginatevi la scena: saldi invernali, paio di scarpe PERFETTE, scontate al 70%. Dopo aver chiesto alla commessa se hanno la mia taglia, la vedo tornare a mani vuote dicendomi che ‘she is afraid’ che non abbiano quello che cercavo. Adesso, parliamone, io capisco che dire semplicemente ‘No, non abbiamo il tuo numero’ possa suonare un po’ brusco, però quell’afraid crea una certa confusione. Mi fa pensare che tu non sia sicura della cosa, hai solo il SOSPETTO che oggi non diventerò la proprietaria delle scarpe dei miei sogni, ma non ne hai la certezza. E in quel briciolo di incertezza, vive la mia speranza. Strano modo di salvaguardare i miei sentimenti!

4. ‘You want to go right at the next one’
Questa, più che altro, mi sorprende per l’inusuale piedistallo esistenziale su cui chi la pronuncia pare mettersi, almeno ai miei occhi (o alle mie orecchie). Mi è capitato soprattutto quando ho dovuto chiedere indicazioni stradali, ma non è inusuale sentirla anche riguardo a ricette culinarie o altri tipi di istruzioni pratiche. Mi affascina proprio per questa appropriazione di “volontà” che sottintende: okay, sì, voglio arrivare nel punto B, e per fare questo dovrò girare a destra nel punto A, ma chi ti dice che VORRO’ farlo? Mi dà fastidio quando quest’espressione un po’ verbosa nasconde un comando o una richiesta ben precisa; porta con sé uno strano alone manipolatore che poco si addice alla mia idea di inglesità.

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5. ‘Thank you for not smoking’
Anche questo tipo di espressione – per lo più visibile su cartelli in luoghi pubblici, in diverse versioni (“Thank you for not speaking on the phone”, “Thank you for not eating or drinking”, etc…)- ha un che di presuntuoso e passivo-aggressivo allo stesso tempo. Tu mi stai ringraziando a priori del fatto che io mi stia comportando come tu desideri. Non hai mai espresso nessuna richiesta, ma dai per scontato che io vi obbedisca, al punto che mi ringrazi per essa. Un modo contorto di usare un ringraziamento per farmi sentire in colpa nel caso io non stessi facendo la cosa per cui mi stai ringraziando. Non sarebbe più semplice un divieto diretto e perentorio in questi casi?

6. ‘Oh, I’m sorry!’ ‘It’s not your fault’
E per finire, forse la risposta inglese “standard” che mi lascia perplessa più di tutte. Avete presente quando un interlocutore vi racconta qualcosa di spiacevole che gli è accaduto, ma con cui voi non avete assolutamente nulla a che fare? La risposta che mi viene più naturale – e che mi sono accertata fosse corretta – è il tipico “I’m sorry” (pronunciato, in media, 132.5 volte* al giorno da ogni inglese che si rispetti). Ma la cosa che mi soprende e diverte allo stesso tempo, è la risposta che ricevo quasi sempre: “It’s not your fault”. OF COURSE non è colpa mia se il tuo cane ha le pulci, o se ti sei preso un brutto raffreddore. Non mi era passato per la testa neanche per un secondo che potesse essere colpa mia, ma la tua frase mi fa venire il dubbio che tu, invece, ci abbia pensato. “Oh, sta esternando il suo dispiacere, magari lo fa per il senso di colpa…”. Strane, meravigliose abitudini linguistiche.

*il numero è puramente inventato a scopi iperbolici

Italian 20-something living and dreaming in London. Literature geek, film fanatic, social media enthusiast and incurable feminist.