Maggie in Londonland: Tempo di festival

Maggie in Londonland: Tempo di festival

Aneddoti in ordine sparso di un’italiana a Londra.

Maggie in LondonlandIn estate (o quella che da queste parti viene definita tale…), c’è una cosa che agli inglesi piace fare più di qualunque altra. Pieni di belle speranze, infilano in uno zaino qualche maglietta fluo, due paia di shorts di jeans (a vita altissima per le ragazze, tanto che ti si intravede il sotto della chiappa), una dozzina di snack da sgranocchiare (che verranno completamente spazzolati nel giro delle prime 2 ore) e un bel paio di “wellies” (gli stivali di gomma fondamentali per affrontare la fanghiglia quando piove). E così, partono alla volta del loro music festival prescelto, in qualche posto sperduto nella campagna inglese o in un parco londinese.

Sarò sincera: questo rito estivo mi affascina, per quanto fatichi a spiegare perché. Non ho ancora avuto modo di parteciparvi, ma ho imparato qualche cosuccia da amici e conoscenti che l’hanno fatto:

– Del tempo, secondo l’antichissima tradizione inglese, c’è sempre da lamentarsi. Se piove, nel giro di pochi minuti l’intera area del festival si tramuterà in un inferno di sabbie mobili. Se c’è il sole, il caldo sarà insopportabile ai più. Infatti l’inglese medio, non abituato alle temperature over 20°C, inizierà a boccheggiare come un San Bernardo in spiaggia a Riccione il 15 d’agosto, diventando rosso stile aragosta bollita in meno di 30 minuti di esposizione solare (nonostante la protezione 50+ che si è spalmato ovunque).

– Il passaggio della pelle da bianchiccia a paonazza è un must per il 90% dei partecipanti. Il che è reso possibile dal fatto che, ad amare i festival, siano in particolare gli inglesi caucasici. Anzi, non solo caucasici, ma anche leggermente posh… certo, si tratta di una generalizzazione, ma non pare così difficile da credere. Sborsare centinaia di sterline per passare tre giorni in condizioni igieniche più che discutibili, pagando £6 per ogni pinta di birra annacquata e sgasatina di cui si dovrà necessariamente abusare, non è propriamente da tutti…

Maggie in Londonland Festival 2

– Per rimanere in tema di “gentrification”, non è raro intravedere super celebrities che si aggirano per i festivals. Da Kate Moss a Prince Harry, niente dice “high class” più di un pass da £20.000 per poter raggiungere qualunque area del festival in macchina.

– Di musica, se ne sente ben poca, e per lo più maluccio. O perché si è troppo ubriachi, o perché si è accanto a qualcuno di troppo ubriaco… O perché si è troppo lontani dal palco, o perché si è schaicciati e troppo vicini al palco… Insomma, l’esperienza dei music festival può essere memorabile, ma raramente questo è legato a momenti di catarsi artistica indotta dai cantanti sul palco.

– Last but not least: i temutissimi port-a-potty. La situazione paradossale in cui si trovano tutti i festival-goers è la seguente: voglio bere birra e ubriacarmi, ma voglio ridurre al minimo il mio bisogno di utilizzare quei disgustosi bagni chimici. La soluzione? Non c’è… Entra, fai quello che devi fare nel minor tempo possibile, ed esci, cercando di ignorare quell’odore vischioso e dolciastro che pare incollartisi addosso e quel qualcosa di appiccicoso (fazzolettino per le mani…? Ti prego fa che sia un innocuo, bagnaticcio fazzolettino…) che hai appena sfiorato con la gamba.

Maggie in Londonland festival 3

Conquistati anche voi dal fascino dei music festival inglesi? Ecco una lista dettagliata dei più popolari, per scegliere quello che fa più al caso vostro: http://bit.ly/1x0gbAS

Italian 20-something living and dreaming in London. Literature geek, film fanatic, social media enthusiast and incurable feminist.