Maggie in Londonland: Gusti musicali

Maggie in Londonland: Gusti musicali

Aneddoti in ordine sparso di un’italiana a Londra.

Maggie in LondonlandIn generale, non noto differenze culturali estreme tra la mia formazione pop e quella dei miei coetanei cresciuti in UK. Svezzati con gli stessi film Disney e commedie americane*, di solito ci si capisce quando qualcuno fa un riferimento culturale di qualche tipo. Beh, di solito, ma non sempre. C’è un campo in cui percepisco la distanza di anni luce che separa me dalle mie controparti britanniche: la musica.

Mentre io ero ancora lì a cantare a squarciagola ‘Gimme baby one more TCHAIM’, venerando Britney come idolo di purezza e creatività, loro già nutrivano la loro emotività introspettiva a suon di melanch-rock anni ’90. Io ero lì a impararmi a memoria i testi delle canzoni della boy band di turno (i Blue, per qualche strano motivo, erano i miei preferiti…), mentre loro passavano i loro pomeriggi a scoprire chicche di musica post-punk in qualche negozio di vinili che quello di Rob Fleming in ‘High Fidelity’ gli fa ‘na pippa. Proto-hipster, dite voi? Forse, ma con gusti musicali sicuramente migliori dei miei.

E così, gruppi che avrei dovuto conoscere per supportare il mio sviluppo psico-fisico nei duri anni dell’adolescenza, li ho conosciuti dopo i 20 anni. Pazienza, come si dice, meglio tardi che mai. Ecco la top 10 delle mie scoperte tardive, tutte rigorosamente made in UK:

1. The Smiths
L’anno scorso, di ritorno da un weekend a Oxford, ho seguito il consiglio di Spotify che mi intimava di “scoprire” la musica degli Smiths. Due canzoni, ed eccomi a guardare fuori dal finestrino, chiedendomi in modo retorico: “Oh, dove vi siete nascosti tutti questi anni? Come ho fatto a sopravvivere dai 13 ai 20 anni senza di voi?”. C’è un qualcosa, nei loro testi, nel loro sound così terribilmente malinconico, che è semplicemente irresistibile per me, fa vibrare corde emotive nascoste di cui ignoravo l’esistenza. A volte penso: “Sono così felice di non essere morta prima di aver ascoltato There is a light that never goes out“.

2. Radiohead
Equilibrio perfetto tra successo planetario e integrità artistica, i Radiohead dagli anni ’80 ad oggi hanno venduto più di 30 milioni di album in tutto il mondo. Nonostante questo, ho dovuto aspettare i 23 anni, e il trasferimento a Londra, per imparare ad apprezzarli in tutta la loro originalità. La band originaria dell’Oxfordshire crea un mix esplosivo di chitarra pesante e, più recentemente, suoni elettronici che è difficile da scrollarsi dalla testa, soprattutto quando i testi sono così meravigliosamente memorabili.

3. Fleetwood Mac
Ok, full disclosure. La prima volta che ho sentito parlare dei Fleetwood Mac è stata durante una puntata di Glee (una delle prime stagioni, quando era ancora edgy & cool e non c’era bisogno di fingere ribrezzo quando qualcuno pronunciava il nome della serie tv). L’album Rumours – l’ultimo della band, anno 1977 – è un capolavoro di stili e sonorità diverse, da ascoltare “tutto d’un fiato” (poco importa che, “tecnicamente” la band sia più californiana che inglese – la loro consacrazione è avvenuta sulla scena musicale londinese, e la scelta di infilare quella “u” tanto British nel titolo del loro album più famoso è uno statement bello e buono).

4. Belle & Sebastian
No, mica sto parlando del Manga giapponese che andava in onda su Italia Uno. Originari della Scozia, la band di  Stuart Murdoch, Stuart David & co. si caratterizza da sempre per sonorità dolcissime e testi poetici nella loro hipsterità d’annata. Otto album alle spalle (di cui uno uscito quest’anno), Belle & Sebastian sono diventati per me un must have per qualsiasi playlist di soft indie pop… Perfetti per la commute mattutina, per estraniarsi dalle brutture della rush hour.

5. The Cure
Coi Cure ho flirtato a lungo, anche durante l’adolescenza. Infondo, a chi non è capitato di ballare “Friday I’m in Love” in qualche bar alternativo d’Europa, pinta in bicchiere di plastica alla mano, scalciando a mo’ di toro da Corrida? No…? Beh, a me è capitato. Ma il mio rapporto con Robert Smith finiva lì, una serie di “one night stands” da brilla. Con la maturità, ecco che ho riscoperto il gruppo originario di Crawley, West Sussex, tendenze goth e lyrics infarcite di riferimenti a Camus comprese.

6. The Stone Roses
Strano mix, quello del gruppo di Manchester. Un po’ di beat dance anni ’80, qualche ritmo da Acid House e un SACCO di chitarra, gli Stone Roses hanno debuttato nel 1989, anno della Caduta del Muro e, incidentalmente, pure della mia nascita. Li ho scoperti da poco, ma sono subito diventati i miei compagni preferiti nelle domeniche “pigre”, quelle grigie e un po’ pensose, dove c’è bisogno della giusta dose di “trippiness” e sonorità pop.

7. The Libertines
Il Guardian li ha definiti “shamelessly intelligent, stylish, wayward and complex”. Ecco perché, forse, la Maggie dei primi anni 2000 non era pronta a confrontarsi con loro. Il loro sound – una specie di indie punk rock in grado di  apparire ancora attuale – mi ha affascinato immediatamente, forse per quell’alone di debauchery e vita “al limite” che lo stesso Pete Doherty, front man e anima pulsante del gruppo, ha descritto così bene alla BBC nel 2007, confrontandosi agli Oasis: “It’s like they say: Oasis is the sound of a council estate singing its heart out, and the Libertines is the sound of someone just put in the rubbish chute at the back of the estate, trying to work out what day it was”.

8. Arctic Monkeys
Ora che ci penso, avevo qualche amico patito di musica che si definiva “Fluorescent Adolescent” nel suo status su MSN Messanger. Ma io, quel riferimento, l’ho capito solo un paio di anni fa. Direttamente da Sheffield, gli Arctic Monkeys sono esplosi nel 2006, con un album d’esordio che gli ha valso il record di “fastest-selling” nella storia del Regno Unito. Da allora non c’è stato freno alla loro ascesa, come la playlist Maggie 2013 ben testimonia: track #7, “Do I Wanna Know”, indie rock at its finest.

9. Joy Division
Ian Curtis non è mai riuscito a sfondare negli States, e c’è chi definisce ciò “una delle più grandi tragedie della cultura pop”. A me, sarebbe bastato che la sua musica arrivasse a Monza, a fare compagnia alla 16-year-old me, nei momenti di buio emotivo. E invece mi ci sono imbattuta solo un paio di anni fa, qua a Londra, grazie al film “Control”. Amore a prima vista, un po’ grazie all’interpretazione di Sam Riley (On the road, Suite Française), ma soprattutto per le atmosfere alienate e melanconiche che la musica dei Joy Division trasuda. Dopo aver visto il film, ho avuto “Love will tear us apart” come sottofondo continuo per una settimana buona.

*Lo sapevate che il titolo originale di ‘Mamma ho perso l’aereo’ è ‘Home Alone’? Io no, e non avrei potuto indovinarlo neanche tra mille anni.

Italian 20-something living and dreaming in London. Literature geek, film fanatic, social media enthusiast and incurable feminist.