Snapchat: come mai tanto successo?

Snapchat: come mai tanto successo?

Facebook, Instagram, Twitter, solo per citare i più utilizzati. Tra cent’anni sugli e-book di storia saremo la generazione dei social network, o degli iPhone, o comunque di qualcosa legato a questo mondo che tanto regala e tanto toglie alla vita di tutti i giorni. In un mercato che io già da un paio d’anni definisco saturo e incapace di spiccare il volo con innovazioni da urlo, a far leva sui limiti dei colossi dei profili online ci pensano due studenti americani, che dietro ad un’icona con un fantasmino bianco in campo giallo fanno tesoro di quello che la gente critica alla miniera di diamanti di Zuckerberg, quella “f” tanto semplice che per i teenagers di oggi rappresenta quello che la CocaCola era per la generazione precedente: una delle icone più conosciute al mondo. L’esplosione della generazione social si innesca a metà degli anni 2000, quando l’idea di mettere i propri dati in rete e mantenerli potenzialmente per sempre non spaventa più la massa, che rinuncia ad un po’ di privacy per rimanere in contatto con chi è lontano e non può vedere tutti i giorni o per far sapere a tutti cosa ha mangiato e bevuto la sera prima.

L’avvento dei profili online cambia radicalmente le relazioni, aggiunge una sfaccettatura ad una persona già complessa di per sé; nessuno mi toglie dalla testa che se ben fatto e ben interpretato, un profilo social dia una bella infarinatura su che tipo di persone siamo; usato in maniera intelligente è un mezzo straordinario sia per promuovere iniziative (basti pensare negli ultimi anni a quante realtà sono decollate per merito di una pagina facebook) sia per avere un’idea di chi hai davanti prima di averci sul serio a che fare (tantissimi HR manager cercano su facebook i profili dei candidati ad un posto di lavoro prima di un colloquio).

Come i beni di consumo, anche i social stanno abbracciando la cultura dell’usa e getta.

I limiti che ne avevano impedito la diffusione dei social network ai tempi della diffidenza, seppur in maniera minore, rimangono; non tutti i contenuti che ci portiamo in tasca nello smartphone sono degni a nostro parere di essere messi alla gogna mediatica degli amici/fan per un tempo indeterminato tendente a più infinito. Similmente ai beni di consumo, che hanno abbandonato la filosofia del duraturo a vantaggio dell’usa e getta, anche il mondo social sta attraversando un periodo simile; e dopo gli album di foto dove persino i tuoi nipoti potranno vedere per tutta la loro vita quanto eri brutto il primo giorno di scuola, arrivano i contenuti che dopo 24 ore spariscono o che addirittura puoi vedere solo una volta.

Ed è proprio qui che risiede il successo di Snapchat, rispecchia quello che fai e come ti senti in quel momento, non è un marchio a fuoco né un’etichetta che ti porti dietro con il tuo profilo, è solo il tuo stato d’animo temporaneo, che se ne va quando non c’è più bisogno. Tutta la cura che si usa per preparare un elemento da pubblicare su un social network, qui è sorpassata, non più ore a vedere quale foto mettere e quale poesia copiare o quale strofa di quale cantautore plagiare; solo una foto, con due parole, e via; in quel momento stai così, lo vuoi dire agli altri, in futuro… “Aspetta vado a rivedere un attimo quello snap che hai messo due giorni fa, non me lo ricordo bene…” Eh no! Due giorni fa sono due giorni fa! Lo snap non c’è più! Ora se voglio ne metto un altro, diverso da due gironi fa perché voglio farti sapere cose diverse ed in modo diverso, e anche queste domani saranno sorpassate e sostituite da altre foto, video, stati d’animo, emoticon…

Facebook? Non fa nulla di tutto questo. Twitter? Instagram? Google+? Nemmeno. Il social network tradizionale è il diario della tua vita; lo scrivi a tavolino, con la stilografica, su di un quaderno rivestito in pelle, accuratamente rilegato, impaginato. Tutto in ordine, curato nei minimi dettagli, vero ma romanzato, narrato a fatti avvenuti; cos’è invece Snapchat? Snapchat è il pezzo di carta che hai per caso in tasca, anche il retro di uno scontrino volendo, dove ti annoti quello che succede al momento. E’ quel pacchetto di sigarette vuoto dove i poeti del 900 scrivevano strofe di poesie che poi sarebbero diventate famose, è il bloc-notes, l’agendina sempre in tasca dove scrivi una frase alla volta, massimo due, nel momento in cui succede qualcosa, senza pensarci, senza rileggere, prendi scrivi e metti via; prendi, inquadri, scatti e metti via; diverso da tutti, non copia nessuno. Vuole essere sé stesso, a volte brutto, fugace, effimero in mezzo a ciò che invece è lavorato, elegante, poco spontaneo.

Ce n’era bisogno? Forse no, ma fatto sta che ora c’è, e nel mondo di oggi ci sta bene; ci ricorda che anche i colossi possono avere punti deboli, quei punti deboli che minano la tua perfezione e ti fanno capire che su qualcosa puoi ancora migliorare, quei punti deboli che in certi momenti possono diventare i tuoi incubi, o addirittura i tuoi fantasmi, magari stilizzati in campo giallo, che nascono dalla mente di due studenti che come te al tempo hanno avuto l’illuminazione, quell’illuminazione che ora vorresti, per tornare ad essere incontrastato.