LinkedIn? Piuttosto curate il profilo Facebook!

LinkedIn? Piuttosto curate il profilo Facebook!

26,2 miliardi di dollari. Questa è la cifra che Bill Gates ha speso per assicurarsi il re incontrastato dei social network improntati alla ricerca di lavoro e di lavoratori. Tantissimo, se si pensa che due disruptive apps del calibro di Instagram e WhatsApp, entrambe oggi di proprietà di Facebook, sono costate rispettivamente 1 miliardo e 19 miliardi di dollari. Il prezzo con cui LinkedIn poco più di un anno fa è passato nelle mani di Microsoft non ha fatto così scalpore come secondo me avrebbe dovuto. Indubbiamente è un social network che non ha rivali nel proprio ambito, da qui può arrivare una giustificazione di un prezzo così elevato; quello che mi fa storcere il naso e che mi fa sembrare questo acquisto sovradimensionato è proprio l’ambito nel quale opera LinkedIn.

Il campo minato del mondo del lavoro, pronto a sfornare migliaia di disoccupati 4.0 sostituiti da algoritmi senza sindacati che compiono lo stesso lavoro senza fumarsi una sigaretta o prendere un caffè ogni giorno a metà mattinata, è forse una delle ultime cose che ci divide dall’amalgama della globalizzazione: mentre in tutto il mondo facciamo colazione da Starbucks, pranziamo da McDonald’s, telefoniamo con l’iPhone e cerchiamo appuntamenti con Tinder, ci approcciamo al lavoro in maniera molto diversa a seconda della nazione in cui viviamo. Paghe, orari, sistema pensionistico, carriere, contratti, prospettive rimangono immuni al concetto di villaggio globale, rimangono fortemente legati a costituzioni, leggi e politiche che tutto sono tranne che entità sovranazionali.

Limitandoci al paese Italia, i motivi per cui a mio parere LinkedIn andrà piano piano scomparendo sono tutti racchiusi nella sua struttura e nella piega che Facebook sta cominciando a prendere negli ultimi anni. L’Italia è il paradiso della piccola – media impresa, delle realtà artigiane, degli uomini che si son fatti da soli al tempo dei nostri nonni e forse bisnonni che se sono ancora vivi stentano a delegare i poteri decisionali ad altre persone, familiari o meno, fino a che la salute consenta loro di alzarsi alle 5 e recarsi in ufficio. Realtà così, spesso legate al territorio, difficilmente cercheranno dipendenti o eventuali collaboratori o soci affidandosi ad un computer e a quei titoli altisonanti che si leggono sui profili meglio curati; le relazioni di lavoro create in carne ed ossa da strette di mano e contratti firmati faccia a faccia dopo un pranzo al volo, gli incontri alle conferenze o agli eventi di settore e l’affidamento ai consigli di persone di fiducia avranno sempre la meglio su qualunque profilo che annovera 5 lingue parlate fluentemente e un master a pieni voti alla più prestigiosa università del momento.

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Gli amanti di LinkedIn a questo punto potrebbero replicare con frasi del tipo “Questo fenomeno resta confinato nello spazio e nel tempo, passata la generazione degli imprenditori del dopoguerra ci troveremo nelle mani di chi è cresciuto a pane, internet, globalizzazione ed Unione Europea, che sa cosa sia un profilo LinkedIn e facilmente ne ha uno ben curato; l’investimento non è sbagliato ma semplicemente in un paese gerontocratico come l’Italia o in altri paesi dove l’età la fa ancora da padrona per aver posti di rilievo decollerà qualche anno più tardi”.

Discorso impeccabile, se non si tenesse conto del secondo aspetto a cui accennavo due paragrafi sopra: il cambiamento che sta attraversando Facebook. Ai suoi albori a metà degli anni 2000, la creatura di Zuckerberg raccoglieva di tutto e di più; foto in condizioni al limite della decenza, risultati di giochini a cui sfidavi gli amici, tutto quello che passava per la mente; era il luogo dello svago, non era ammessa la serietà, né tantomeno un’azienda avrebbe mai pensato di fare di un social network un partner fedele e una piattaforma da sviluppare e seguire. Se oggi apro la bacheca del mio profilo mi trovo di fronte ad uno scenario totalmente diverso: la maggior parte di ciò che leggo è pubblicato da pagine e non da profili (e quei pochi interventi fatti da profili sono spesso condivisione di contenuti a loro volta pubblicati da pagine), gli argomenti vanno dalle notizie sulla mia città a studi che affermano l’utilità dei vaccini o meno, passando per aggiornamenti più che giornalieri delle pagine collegate alle aziende che mi interessano; è palese come, soprattutto per la generazione nata a ridosso del cambio di millennio, Facebook stia diventando sempre di più una cosa seria, per lo svago ci sono Instagram e Snapchat, Facebook per i millennials è la piattaforma dove si seguono le pagine che interessano perché sono più aggiornate e più curate del sito internet dell’azienda stessa.

Da semplice social network, Facebook si sta trasformando in un media e in una piattaforma per fare business, con tanto di possibilità di commercializzare prodotti direttamente da una pagina senza dover passare per un sito di e-commerce; continuando così, non ci vorrà molto prima che le pagine fungano anche da bacheche di ricerca lavoro vere e proprie.

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Ma c’è già LinkedIn, che è nato per quello, quali armi ha Facebook per spostare centinaia di milioni di professionisti a parlare di lavoro su una piattaforma diversa da quella in cui lo fanno oggi? L’arma più affilata di Facebook per far le scarpe a LinkedIn e diventare il più importante social network per la ricerca del lavoro risiede nel passato di Facebook e nell’intento per cui Facebook era nato: la sua possibilità di personalizzazione lo rende una piattaforma che dice molto di più riguardo ai suoi utenti, guardando un profilo LinkedIn difficilmente scorgo differenze tra due candidati che hanno fatto lo stesso percorso di studi, mentre da Facebook mi faccio anche un’infarinatura di quali possano essere gli interessi e le attitudini di una persona alla quale mi devo fidare a dare uno stipendio affinché porti a termine il lavoro per cui sarebbe assunto; con un’analisi nemmeno troppo approfondita posso capire gli interessi, analizzare il modo con cui scrive i post, capire se è una persona tendente a lavorare in gruppo o piuttosto solitaria.

La ricerca del lavoro online risulta un settore strategico e cruciale per il futuro, tra i primi posti sull’agenda di tutti i più grandi player tecnologici (anche l’immancabile Google, con Google Hire, sta provando ad accaparrarsi una fetta della torta, ma è troppo presto per dare un giudizio sulla sua utilità o meno). LinkedIn di sicuro sarà ancora in auge per anni prima dell’eventuale cessione di passo a favore di altre piattaforme, anni nei quali, comunque, non costa nulla tirare a lucido il proprio profilo Facebook, in attesa del giorno in cui l’occasione della nostra vita potrebbe arrivare tramite un like o una richiesta di amicizia.