Sono le 23

Sono le 23

Sono le 23.07 e la Piccadilly Line sta correndo la sua ultima tratta del giorno, quella spinta centrifuga che dalla City ci sposta verso la Greater London. Acton Town. Ancora poche fermate e sarò nella mia India, ad Hounslow, tra il rosso dei mattoncini delle villette a schiera e il profumo delle spezie che riaccende l’appetito. Sono le 23.07 qui a Londra ed è il 6 Luglio. In Italia sono le 00.07 ed è un giorno in più. Ma solo per colpa di quei 60 minuti che mescolano le date.

Sono seduta accanto a un bambino indiano, occhioni vispi contornati da un folto ventaglio di ciglia, identici a quelli di sua madre, alla mia destra. Parlano una lingua che non conosco e io mi perdo in quei suoni estranei provando a immaginare la loro conversazione… Indiani, pakistani, marocchini, cinesi, polacchi, italiani, francesi, africani, brasiliani, tutte le sfumature di pelle dal rosa al marrone al giallo al nero, tante le varietà di stoffe per i veli, i turbanti, le sciarpe o le t-shirt. Tutti sulla stessa metro, tutti nella stessa direzione, chi appisolato sulla propria spalla, chi incuriosito dal paesaggio, chi perso nelle proprie cuffie. E tutti, indistintamente, con la stessa parolina sempre pronta ad essere pronunciata al minimo sfiorarsi: “sorry”, “sorry” ,“sorry”.

E poi ci sono io con un’agendina e una penna. Alle 23.07 su questa metro con questi colori, con tutta questa gente, in questa città senza riposo.

Non si ferma mai, neanche di notte. Non smette mai di ricordarti che sei al centro del mondo e che non hai il diritto di stare fermo. È instancabile, pulsa di stimoli in ogni angolo e ti costringe a mantenere i suoi ritmi.

È puro caos, iperbolica in ogni sua forma di espressione. Ricordo l’adrenalina quando atterrai per la prima volta qui, in balìa di un cocktail di emozioni che si alternavano dal “OH MY GOD it’s awesome” al “OH MY GOD DOVE VADO ORA?”. Mi viene in mente la prima volta che passeggiai lungo il Tamigi con lo sguardo perso in direzione di Westminster, quando finalmente il mio sogno stava prendendo forma e la città tanto desiderata era lì pronta ad aspettarmi. L’odore di fritto per strada, la pioggia, quella delicata e quasi piacevole, il solito chitarrista nella stazione di Green Park e tutta quella gente a cui non ero abituata, così concentrata.

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Ma sei già parte di lei. Prima di accorgertene. Ti vieta di sentirti estraneo, nessuno lo è. Ha abbattuto ogni muro di qualunque diversità al punto che anche un turista, se non avesse la reflex in mano, riuscirebbe a non sembrare tale. Dopo pochi giorni sei già uno dei tanti omini che cammina indifferente e con passo deciso sulla Oxford Street con il caffè di Starbucks in mano. Sei già uno di quei tanti colori che rincorre il bus e continua a dire “sorry” per tutta la giornata… Sei già uno di quei soldatini in fila ordinata per qualunque cosa, perché – diciamolo – gli inglesi amano le file, loro fanno la fila per qualunque cosa, probabilmente è uno dei loro modi per riuscire a far funzionare tutto in questa grande metropoli. E, comunque, ci riescono veramente bene. 2,67 milioni di passeggeri al giorno, 408 km di metropolitana, 11 linee, 270 stazioni, 8000 bus rossi in servizio. 8,67 milioni di persone che camminano e lavorano e ogni giorno si mettono in fila per qualcosa. Poi il venerdì, dopo il lavoro, passeggiata tra i giardini a Regent’s Park e il tipico barbecue tra amici nel giardinetto delle loro villette a schiera.

Mi chiedevo se tutta quella folla si stesse rendendo conto di quanto era bella Londra. Me lo sono sempre chiesta se tutti quei visi concentrati e pensierosi fossero fieri di vivere lì. Bè, io lo sono ora. Sono fiera di essere qui. Sono fiera di svegliarmi la mattina e avere l’opportunità di potermi incantare davanti al mio quadro preferito di Rubens alla National Gallery ogni volta che ne ho bisogno. E, se un giorno mi sentissi triste, mi basterebbe Primrose Hill, dove tutta quella meraviglia, dove tutto quel caos, si ricompone in una magica e ordinata visuale…

“Mind the gap”. Sono le 23.24 e devo scendere, la signora con il bambino indiano mi accenna un sorriso e si prepara a scendere insieme a me. Piove, ma è piacevole, l’aria è ovattata e la mamma indiana non ritiene necessario neanche coprire il figlio. Guardo a destra prima di attraversare, prendo le chiavi e apro la porticina del mio appartamento, la mia stanzina mi aspetta. Buonanotte Londra, anche se tu non dormirai.