Letti

Letti

Il suo primo letto se lo ricordava ancora piuttosto bene. Era una semplice struttura in legno con il materasso a molle, e stava appoggiato contro il muro in un angolo della stanza. Era scomodo e vecchio, ma al tempo lei non lo sapeva, perché era l’unico su cui avesse mai dormito. Durante le mattine di scuola, un rituale minuzioso si svolgeva intorno a quelle lenzuola povere: lei e sua sorella Luisa, con mano svelta, sistemavano il risvolto e facevano gli angoli “da ospedale”; sopra, la coperta ben piegata, senza grinze. Prima che uscissero sua madre entrava in silenzio a fare l’ispezione – «come negli istituti dei militari», ridacchiava più avanti con le amiche all’ora del gin tonic – sorvolava il suo letto con lo sguardo assente, e si soffermava su quello di sua sorella. Non c’era giorno in cui non la rimproverasse per i suoi angoli ostinatamente arruffati. Ci metteva giusto un filo di voce, ma carica di un disprezzo tale da richiedere una dedizione formidabile. Per lei, invece no: le sue pieghe perfette le guadagnavano il premio del silenzio, e a dodici anni aveva già deciso che la sua pace contava più di qualsiasi stupida formalità da osservare. Luisa l’aveva intuito, nonostante fosse piccola, e ogni volta che lei si distraeva dedicava al suo letto piccoli dispetti (la cera di una candela, un salto o una capriola) che annullavano puntualmente il suo tentativo di essere impeccabile, immacolata, invisibile.

A diciassette anni aveva già ereditato il collo lungo di sua madre, sempre dritto per mantenere la testa vigile. Quell’estate, in colonia dalle suore, il letto era a castello e la ragazza di sopra aveva il brutto vizio di rigirarsi continuamente. Forse le mancava la famiglia, chi lo sa; comunque lei sentiva con una punta di fastidio che quel problema non avrebbe dovuto intromettersi nel suo sonno, e sopportava, ma senza compassione, ripiegando il cuscino perché il suo bel collo avesse un appoggio decente. Quel letto scomodiccio e squallido era stato però (se lo ricordava con un brivido di vergogna, ancora dopo tanti anni) la culla di un amore sognato e umido, che la teneva sveglia ben più della sua rumorosa compagna. Non era mai stata così fresca come dopo quelle notti insonni; e, forse, non lo era stata veramente più.

Poi c’era stato il letto nella casa in affitto. Non era mai stato suo quello, in realtà: era il letto di lui, che lei usava di nascosto, e quasi mai per dormire. Il giorno in cui si erano fidanzati (ancora straordinariamente nitido nella sua memoria) lui indossava un completo marrone e un cappello tirolese, già così sicuro di sé che gli anni Settanta non gli facevano alcuna differenza. Mentre parlava ai suoi genitori, lei per la prima volta notò che i solchi sul viso di sua madre sembravano addolcirsi, come se avessero perso il controllo della loro posizione, rilassandosi in modo innaturale. Era stato un attimo. Eppure quell’immagine l’aveva legata ad una decisione che avrebbe incarnato, fedelmente, per i successivi quarantadue anni. Così, era diventata di lui come aveva da sempre piegato le lenzuola: per amore di quiete. In quegli anni di champagne e risate scomposte, lui la portava in braccio sul suo letto e insisteva per fare l’amore. Aveva detto quasi subito di sì, senza troppi imbarazzi: in fondo anche quello era un rituale come un altro, che volendo essere schietti prima o dopo il matrimonio non faceva poi questa gran differenza.

Nella loro prima casa ci erano entrati subito dopo la luna di miele, e il letto era stato un gran bel miglioramento rispetto a quelli a cui era abituata. L’aveva scelto lei, insieme alle porcellane inglesi e al nome del gatto (Cassandra). Era nuovo, con la base laccata di nero e bianco opachi, e una bella testata coperta da due grandi cuscini ornamentali, che ogni mattina lei si preoccupava di sistemare con le estremità ben distese. Quando lui tornava a casa, la sera, aveva l’abitudine di gettare la sua giacca sopra al letto, scomponendo il quadro senza nessun rispetto della sua perfetta immobilità. A lei non dispiaceva di stare sola per tutte quelle ore dentro una casa grande e vuota, a contemplare le pareti; però sentiva una fitta di rabbia mista a dolore quando la giacca cadeva sul letto e piegava l’angolo del cuscino, distrattamente, senza nessuna cura. Doveva sentirsi così – pensava in silenzio, mentre girava il sugo, che non si attaccasse – doveva sentirsi così Mozart, quando mentre componeva qualcuno entrava nella stanza urlando furiosamente, o David, quando il suo stupido assistente lo urtava per errore mentre dipingeva la linea della spada, nel Giuramento degli Orazi. A volte aveva desiderato di prendere quella giacca e soffocarcelo dentro finché non avesse emesso più un solo rumore. Ma subito si vergognava dei suoi pensieri, e tornava a rifugiarsi nei suoi precisi rituali, assaporandoli con sollievo.

Era su quel letto che, per anni, aveva provato ad avere un figlio. Non che ne sentisse l’esigenza – bene o male era solo il normale svolgersi delle cose – ma ad un certo punto quelle pareti infinitamente bianche avevano cominciato a farla sentire sola, persino nella sua bolla di tranquillità. Lui invece, lui sembrava desiderarlo davvero: talvolta lei poteva scorgere un’irrequietezza nei suoi movimenti, un guizzo incontrollato che nemmeno il suo ordine poteva calmare. Si era sforzata molto per dargli quello che voleva. In quegli anni, altri letti erano entrati nella sua vita: minuscole culle osservate furtivamente al di fuori di una vetrina, lettini bianchi, simmetrici, bassi o a baldacchino, carrozzine ampie con le ruote a raggi o piccoli letti colorati con le sbarre rimovibili, che a toglierle ci sta anche un piccolo adulto, un bambino già grande, delle elementari. Le stagioni si succedevano regolari, e dalla vetrina man mano sparivano i lettini a cui si era affezionata e comparivano altri, che toccava imparare ad amare a distanza, per perderli di nuovo a causa di qualche sconosciuto genitore. Gli inverni e le estati amare lasciavano sulla sua pelle piccoli segnali di quelle perdite: un’ombra sotto gli occhi, una sottile ruga in fondo alla bocca, piegata verso il basso, che appesantiva le sue belle labbra così difficili da scomporre. Certi giorni, il grande letto della casa le pareva un nido di torpore dove, ad occhi chiusi, il suo ordine si scioglieva in un sentimento senza nome che la faceva rannicchiare in posizione fetale e pensare alle increspature delle onde sugli scogli. A volte, quando lui era profondamente addormentato accanto a lei – quando ne era sicura – timidamente allungava una mano per toccarlo di nascosto. Il suo grande corpo era freddo ed immobile, e sempre più spesso in mezzo ai suoi sogni si allontanava, incosciente, aggrappandosi al bordo.

Il letto bianco e nero da nuovo si era fatto vecchio, e negli anni Novanta fu deciso di sostituirlo con qualcosa di più affine al rinnovato gusto della padrona di casa. Il nuovo letto era minimalista – poche linee di ferro battuto che ricordavano un giaciglio ottocentesco, solo più raffinato. Il materasso era ampio, smisurato per due persone (“king size” aveva precisato la commessa, sorridendo garbatamente) ma lei lo aveva scelto comunque, sebbene la stanza sembrasse adesso piccola e sproporzionata nell’ospitare un tale lusso. Lui aveva accettato con un cenno, tirando fuori il portafoglio. Anche in quell’occasione aveva desiderato di vederlo soffocare, con il risultato che fu lei a dover lasciare il negozio improvvisamente, perché le mancava l’aria.

Negli ultimi anni, quel letto enorme era diventato solo il sarcofago dei suoi desideri consumati. Girandosi quel poco che basta nel suo spazioso lato, lei immaginava le loro due sagome viste dal soffitto: due montagne separate da un grande deserto di lenzuola. C’era stato un momento, prima che scomparisse dalla sua vita, in cui l’aveva osservato uscire di casa, ogni giorno, e aveva intuito senza dirselo che persino quel rituale si stava esaurendo, mangiato anch’esso dall’irrequietezza invisibile. Pensandoci adesso, distesa sul letto morto, non riusciva a ricordare esattamente cosa aveva detto quella mattina, l’ultima in cui lui era uscito di casa; il suo viso era solo un ammasso confuso di linee, di suoni informi e ovattati, e più ci pensava forte più non ricordava il colore dei suoi occhi. Qual era il cappello? Che camicia indossava? Si è girato a controllare la cassetta della posta, prima di entrare in macchina? L’unica cosa che ricordava nitidamente era la giacca grigia, quella con cui scomponeva il quadro di cuscini. Con gli occhi annacquati bevve un altro sorso di vino, mentre il fumo della sua sigaretta riempiva la stanza. Nella penombra, aprì gli occhi all’improvviso e urlò con un filo di voce, «Anch’io Luisa volevo saltare sul letto!» – mentre la cenere della sigaretta cadeva sulle lenzuola e bruciava i ricami bianchi, fin dentro il materasso.

thebed

«Al peggio non c'è mai fine, ma tu sei la fine del peggio» mi disse una cara amica, e m'è parso appropriato.