Anno sabbatico: l'esperienza più sottovalutata della storia

Anno sabbatico: l’esperienza più sottovalutata della storia

In Italia ci insegnano un solo percorso scolastico: studio studio studio. Terribilmente accademico e terribilmente teorico. Una sorta di reclusione (metaforica) che dura vent’anni. Il tutto nel minor tempo possibile. E poi l’immersione in un mondo che si capisce poco e di cui ci si lamenta tanto.

Ogni deviazione da questo magico percorso è percepita come un fallimento.

Se cambi idea, è un fallimento. Se prendi una pausa, è un fallimento. Se non finisci, è un fallimento. Paradossalmente è meno un fallimento completare questo percorso, ma poi trovarsi con le mani in mano, senza lavoro e senza particolari prospettive. A quel punto il fallimento non siete voi, è il sistema che non vi dà possibilità.

Eppure le possibilità ci sono, e sono infinite.

Questa è stata la conclusione a cui sono arrivata nel momento in cui ho deciso di prendermi un anno sabbatico. Le possibilità che vedevo davanti a me erano infinite.

Ma cominciamo dall’inizio. Anche alle mie orecchie le parole anno sabbatico risultano particolarmente fastidiose, come se lo stesso suono richiamasse l’idea che sono una scansa fatiche perditempo. E persino la dizione anglosassone gap year, definita spesso come “momento in cui si scopre chi si è veramente e in cui si capisce che cosa si vuole dalla propria vita”, suggerisce l’idea di un fricchettone che lascia gli studi per andare ad abbracciare scimmie nella foresta amazzonica.

La nostra società percepisce molto male questo concetto. All’inizio, anche io vittima di questo pregiudizio, ero molto riluttante all’idea di “perdere” un anno a fare qualcosa di cui non ero molto sicura.

Le paure erano tante. Innanzitutto, come può mai essere valutata un’esperienza simile da chi ci circonda?  Come si può giudicare un’esperienza del genere, quando sono ancora in pochi a farla? E poi c’è chi sostiene che una volta che cominci a lavorare non hai più voglia di tornare a studiare. Quindi non si finisce il percorso. Quindi fallimento.

Questi in realtà erano dubbi che non mi tormentavano molto. Nel momento in cui dovevo prendere la decisione ero fortunatamente in un ambiente altamente internazionale e non in tutti i paesi del mondo c’è la smania di finire tutti gli studi il più presto possibile. In alcuni paesi (vedi Svezia, ad esempio) è obbligatorio prendersi almeno un anno di pausa tra gli studi, e in altri è addirittura una moda. Perciò ero convinta che l’avversione per questo tipo di programmi fosse solo marginale e che non mi avrebbe interessato particolarmente. Inoltre ero convinta che se avessi voluto rimettermi a studiare in qualsiasi momento, sarebbe stato possibile.

La mia più grande paura, invece, era quella di affacciarmi in un mondo nuovo. Quando si è abituati ad avere una routine come quella scolastica consolidata per oltre 15 anni, è difficile con poco preavviso e preparazione immaginarsi a fare qualcosa di completamente diverso. Aveva paura di poter disporre della mia vita. Non dover studiare ti dà un grande senso di libertà e un grande senso di costrizione allo stesso tempo. Quando dici a te stesso che per un anno farai esattamente quello che vuoi, ti ritrovi di fronte a un vuoto spaventoso. Nessun programma, nessun calendario, nessuna scadenza. E se poi quel vuoto si trasforma in ozio? La mia paura più grande era di ritrovarmi a non fare niente, di lasciar passare i giorni e di trasformarmi nel fallimento stesso.

Solo ora posso affermare che questa sia stata la decisione migliore che potessi prendere e che rifarei altre cento volte.

Una volta presa la decisione non vedevo davanti a me il vuoto, ma un’infinita serie di possibilità. E adesso, a sei mesi da quella risoluzione, mi reputo in grado di dare qualche consiglio per chi volesse percorrere questa stessa strada.

  1. Fare tutto quello che si vuole, ma con coscienza. Scegliete ciò che vi arricchirà e vi farà crescere. I tipici esempi sono un lavoro, lo studio di una lingua, un viaggio, volontariato, cominciare a scrivere. Ma non c’è limite alle esperienze possibili, e ognuna di queste vi cambierà in modo inaspettato.
  2. La ricerca di questa esperienza deve diventare come un lavoro. Non lasciate che le cose vi cadano addosso. Fissatevi un orario, uno spazio preciso e delle tempistiche per la vostra ricerca. Svegliatevi la mattina, preparatevi, andate alla scrivania, in biblioteca, in un caffè o dove volete, e dedicatevi alcune ore.
  3. Non siate schifiltosi. Specialmente all’inizio è importante essere aperti a qualsiasi (o quasi) opportunità. Avrete sempre tempo di fare le vostre scelte più avanti e facendo in questo modo non avrete l’ansia di non realizzare niente.
  4. Godetevi questo momento. Dopo il primo senso di disorientamento, l’idea di avere in mano il proprio destino vi metterà una carica incredibile.
  5. Siate grati e lavorate tanto. Se siete arrivati a considerare questa possibilità, vuol dire che siete molto fortunati. Non a tutti è data la possibilità di scegliere. Siate perciò grati per quello che avete e nei confronti delle persone che rendono ciò possibile. E lavorate tanto. Fate in modo di sfruttare al massimo quello che avete e quello che questa opportunità vi sta dando.

Sebbene io sia relativamente all’inizio di questa esperienza, devo dire che per me è stata incredibilmente positiva fino ad adesso. Ho riscoperto una parte di me dimenticata e ho capito tante cose riguardo al futuro.

Non vorrei suggerire che la mia vita, quello che sto facendo, sia la cosa migliore in assoluto. Ognuno ha il suo percorso e ognuno sa cosa è meglio. Il mio intento è solo quello di suggerire una strada, un’alternativa.