Ricomincio da...Trump? 4 spunti sulla nuova stagione Nba

Ricomincio da…Trump? 4 spunti sulla nuova stagione Nba

È la notizia della settimana, forse del secolo: Donald Trump condurrà il paese più potente del mondo. Dove non si sa. Famosi esponenti della NBA come LeBron, Steve Kerr e Stan Van Gundy si sono già schierati prima e dopo le elezioni contro questo discusso personaggio. Dato l’interesse della NBA nei confronti della vicenda elettorale statunitense, non ho potuto non pensare ad uno scenario apocalittico, in un futuro mai sembrato così prossimo e possibile, in cui, viceversa, il presidente eletto mette il naso nelle vicende della NBA.

Immagino già la conformazione di una NBA Trumpista o perché no una TBA (Trump Basketball Association) in cui solo il 23.3% dei giocatori attuali continueranno a giocare, mentre il 74,4%, quelli più abbronzati, saranno costretti ad emigrare in Europa, intasando gli uffici immigrazione delle questure e dovendo sentir sproloquiare i Salvini della situazione. Intanto un altro 1,8% dei giocatori, quelli latini, verranno rispediti inizialmente nella loro patria: il Latium del centro Italia. Naturalmente, solo dopo alcuni mesi la cordata di geni a capo della TBA si accorgerebbe della svista madornale e reimbarcherebbe tutti verso qualche Lega al di sotto del muro USA/Messico che i giocatori stessi aiuteranno a costruire per evitare che il tifoso/elettore medio americano scenda più a Sud del Texas.

Nel frattempo, nella TBA le treccine verranno velocemente dimenticate e i giocatori più chic scenderanno in campo con un’ improbabile capigliatura stile omino della Lego del tipo “preghiamo che non arrivi una folata di vento”. E mentre l’ex presidente dei Clippers, Donald (guarda caso) Sterling, cacciato dalla NBA in seguito a dichiarazioni razziste, rappresenterà il profilo perfetto per un’egemonia incontrastata a capo della Lega, i biglietti verranno pagati in vacche e dell’All-Star game rimarrà solo la gara del tiro da tre (le schiacciate saranno solo un ricordo). Sì, lo so, i finalisti dello scorso Slam Dunk Contest fanno parte di quell’intoccabile 23,3%, ma penso che le loro discendenze messicane verranno prima o poi svelate, un po’ come quando il simpatico parruccone illuminò il mondo sostenendo la teoria dei natali di Barack Obama avvenuti in terra africana.

Scenari apocalittici a parte, nel momento della palla a due, la politica per fortuna non mette il naso. L’NBA è cominciata nella notte tra il 25 e il 26 Ottobre, dopo un’estate caratterizzata da ritiri storici e passaggi di maglia clamorosi. Tutto fa però pensare che quando il gioco si farà duro si presenteranno i protagonisti dell’anno scorso. Ecco una mia panoramica della NBA che sarà, fortunatamente non targata Trump.

Il Golden Team

Se non può essere ancora chiamato Dream Team è solo perché un vero Dream Team vince sempre. Questo sta man mano prendendo forma ed i presupposti sono i migliori. Nonostante qualche perdita nell’organico degli Warriors, l’ingaggio di Kevin Durant è assolutamente il colpo più importante dell’estate. KD ha lasciato gli Oklahoma City Thunders per unirsi alla corte di Curry, Thompson e Green. I quattro formano una squadra che avrà come unico difetto la mancanza di fisicità sotto canestro. Con Durant e la sua capacità di squagliare le difese come burro, gli Warriors raggiungono un potenziale offensivo completo e devastante, che si aggiunge alla pioggia di triple targata Splash Brothers. Dopo la lezione subita nelle scorse Finals per mano di LeBron e i Cavaliers, Golden State sarà molto più pragmatica. Il numero di vittorie che otterrà in regular season sarà preso in considerazione solo per assicurarsi il fattore campo, mentre il vero obiettivo sarà la riconquista del titolo. D’altronde KD è lì per quello.

Il momento di cambiare

Nonostante la voglia dei tifosi di cucire la maglia addosso ai propri campioni, arriva un momento in cui è necessario cambiare. Può essere per voglia di vincere di più, o per abbandonare un ambiente non più su misura, o semplicemente perché a volte arriva il momento di dire basta. Molti nomi importanti hanno cambiato casacca durante l’estate. Il caso più clamoroso è stato quello di Durant, che ha lasciato una squadra non pronta a vincere finché Westbrook non diventerà un vero regista. La partenza più inaspettata è stata però quella di Dwyane Wade che ha lasciato Miami (sua unica squadra NBA dal 2003) per i Chicago Bulls (squadra della sua città natale). Flash, nonostante i 34 anni suonati, ha fatto vedere durante gli ultimi playoff che può essere ancora un tassello importante. Forse più importante e sicuramente più continuo di Derrick Rose, il quale lascia The Windy City dopo averle fatto solo sognare una nuova era di trionfi che manca da Michael Jordan. La scommessa più grande l’hanno fatta i New York Knicks di Phil Jackson che lo hanno ingaggiato. Se l’aria di New York interromperà finalmente la serie d’infortuni di DRose, la rosa dei Knicks non potrà essere sottovalutata.

Fine di un’epoca

Il tempo l’ha battuto, il tempo alla fine sconfigge tutti. È imbattibile”. Lo dice Rocky Balboa in Creed. Così è stato per Apollo Creed e così è stato per quei giganti che hanno calcato e dominato i parquet dell’NBA per anni, ma che ad un certo punto hanno dovuto dire stop. C’è chi l’ha fatto più platealmente, vedi Kobe Bryant, e chi l’ha fatto come se nessuno dovesse accorgersene, vedi Tim Duncan. Chi come Kevin Garnett, poco prima della regular season, e chi come Ray Allen, dopo un anno sabbatico. Grandi agonisti che oltre agli avversari hanno provato fino all’ultimo a fermare quelle lancette che a ritmo regolare e incessante non lasciano scampo. Ma è anche tempo di “rottamazione” come siamo abituati a sentire in Italia. Duncan lascia degli Spurs ancora ultra competitivi grazie a un mostruoso Kawhi Leonard e all’arrivo di Pau Gasol. Dal canto loro i Lakers da qualche anno hanno intrapreso un coraggioso percorso di rinnovazione e hanno una squadra ricca di prospetti interessanti.

Il ragazzo con la valigia… alla corte di MJ

Marco Belinelli e Danilo Gallinari sono i due italiani superstiti della NBA attuale. Il Gallo è la certezza di Denver, gran talento che proverà a guidare i suoi alla conquista di un posto nei playoff. Il Beli invece ha scoperto il fascino del viaggiare e quest’anno, alla sua decima stagione NBA, è sbarcato nella sua settima squadra. La saggia decisione di lasciare i folli Kings lo ha portato agli Charlotte Hornets di Michael Jordan: una quadra molto promettente a cui Marco può portare esperienza ed equilibrio come sesto uomo. A questo punto Marco le ha fatte proprio tutte. Messo ai margini all’inizio della sua carriera NBA, ha pian piano risalito la china arrivando a vincere l’anello, il Three Point Contest all’All-star game e ora può dire di aver giocato per MJ. Mica male no?