Lo stile italiano non funziona più

Lo stile italiano non funziona più

La Juve ce l’aveva quasi fatta. Era ad un soffio dall’incredibile impresa di eliminare il Bayern Monaco e qualificarsi ai quarti di finale di Champions League. Eppure il destino le ha sorriso solo fino all’ultimo minuto, quando Evra ha perso un sanguinoso pallone al limite della propria area di rigore, permettendo a Vidal di rilanciare l’azione che ha portato al 2-2 di Muller. Sappiamo tutti com’è andata poi. Resta da chiedersi quale sia l’insegnamento di questa (bellissima-emozionante-tutto quello che volete) sfida tra due grandi squadre del calcio europeo. Ecco il mio modesto parere.

La Juventus, sfortunata nel sorteggio, ha giocato le due partite al massimo delle sue possibilità tattiche e fisiche. Lo si è visto soprattutto nei tempi supplementari di Monaco, in cui i giocatori di Allegri sono apparsi stremati e non hanno avuto la forza di ritornare in avanti per rispondere ad un Bayern indemoniato dopo il 2-2. Eppure il primo tempo era stato ad un verso solo, coi bianconeri abili a recuperare palloni su palloni e a trafiggere senza pietà l’allegra difesa bavarese. Pogba e il tandem Morata-Cuadrado sono stati l’incubo di Neuer e compagni nei primi quarantacinque minuti. Ma tutto ciò non è bastato ad evitare il ritorno del Bayern nel secondo tempo.

I cambi di Guardiola, colpevole di aver schierato una formazione senza nerbo, sono stati decisivi per permettere ai bavaresi di ribaltare il doppio svantaggio. In particolare l’ingresso di Coman ha dato una sferzata al match: grazie alle sue continue accelerazioni e uno vs uno, l’ex della partita ha costretto la retroguardia juventina ad allargare le proprie maglie, facilitando gli inserimenti di Lewandowski (1-2) e Muller (2-2). Non è un caso che entrambi i gol del Bayern siano arrivati su cross dalla fascia/trequarti destra, dove il duo Coman-Costa creava continui pericoli alla difesa della Juve.

Da parte sua Allegri ha peccato di eccessiva prudenza, rinunciando anzitempo alle sue armi più pericolose, il tandem offensivo Morata-Cuadrado, per rimpolpare il centrocampo. Inutile dire che i subentrati nella Juve hanno deluso le aspettative. Ma la vera colpa sta nell’atteggiamento troppo rinunciatario – nel calcio si chiama “catenaccio” – dei bianconeri per gran parte del secondo tempo. Se giochi per non prenderle prima o poi il gol lo subisci, recita un vecchio adagio. E’ precisamente quanto successo all’Allianz Arena: la difesa in 30 metri della Juve ha lentamente ceduto terreno ai tedeschi, e la tenacia di Coman e soci alla fine li ha premiati con la rete del pareggio all’ultimo respiro.

Nei supplementari, come ha detto lo scienziato Pep, “ha giocato solo il Bayern”. Ed è finita 4-2, coi tifosi juventini (giustamente) amareggiati dopo una partita infame, che li ha sedotti e abbandonati nel giro di due ore. Viene da chiedersi allora: l’esito del doppio confronto era già scontato? Era inutile sperare nell’impresa bianconera? Le due partite hanno dimostrato che no, la Juve non era spacciata prima di scendere in campo, al contrario è stata ad un soffio dal cacciare i bavaresi fuori dall’Europa.

Eppure, ripensando alla sfida del ritorno, resta l’amaro in bocca per quell’eccesso di difensivismo nel finale: d’accordo, alla Juve mancavano grandi nomi, soprattutto Dybala e Marchisio, ma davvero si è voluto aspettare il Bayern, sperando che la macchina da gol restasse inceppata fino al 90esimo? Quella di Allegri è sembrata una vana illusione; a svegliarlo dal sogno ci hanno pensato i colpi di Lewandowksi e Muller – una mini remuntada che suona pesantissima a posteriori. Perché la Juve era lì, ad un passo dal successo, eppure alla fine non ce l’ha fatta. Cos’è andato storto?

Ebbene, fa male ammetterlo ma è così: la tanto amata ricetta del catenaccio e contropiede stavolta non ha funzionato. Bello difendersi e ripartire – arte calcistica molto sottovalutata in cui noi italiani siamo maestri -, ma se poi finisci col difendere ad oltranza le speranze di vittoria si assottigliano per forza di cose. So bene che non è stato sempre così, ci sono altri esempi “virtuosi” del metodo tricolore. Ad esempio la vittoria dell’Inter di Mourinho contro i “marziani” (quelli sì) del Barcellona nel 2010. In quel caso l’undici nerazzurro riuscì ad uscire indenne dal Camp Nou grazie a una difesa perfetta e ad una buona dose di fortuna. Ma alla lunga il catenaccio non funziona, soprattutto in Europa. Lo dimostra la recente disfatta continentale delle squadre italiane: Juventus, Roma e poi Fiorentina, Napoli, Lazio, sono finite tutte eliminate da avversarie più (Real, Bayern, Tottenham) o meno (Sparta Praga, Villareal) blasonate.

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C’è da riflettere allora sul futuro (?) dello stile di gioco italiano. Ormai è così da tempo: togliendo la finale della Juventus lo scorso anno (merito eccezionale dei bianconeri), gli insuccessi delle italiane in Europa non si contano più. Succede ogni anno, fin da settembre: le squadre nostrane che si giocano gli spareggi per la Champions o l’Europa League vengono categoricamente eliminate (vedi Napoli, Sampdoria, ecc.). Il dato grave viene dalle sconfitte con avversari di livello inferiore sulla carta. Ad esempio l’ultima figuraccia della Lazio, umiliata all’Olimpico dal modesto Sparta Praga, getta una pessima luce sullo stato del calcio nostrano.

Tornando alla Champions, critiche a parte va dato merito alla Juve, che ha sfiorato il successo contro una squadra più forte sulla carta. Lo stesso non si può dire della Roma, annichilita nel doppio confronto con uno sgonfiato Real Madrid. Per non parlare del Napoli delle meraviglie di Sarri, buttato fuori dal Villareal dopo una gara anonima al San Paolo.

Le cose sono due: o l’Europa non ci interessa – e mi chiedo con quale spocchia si potrebbe pensare a questa soluzione – o il nostro stile di gioco va fortemente rivisto. Per il momento propendo per la seconda, perché nel cortiletto della Serie A il calcio mi è da tempo indigesto. Ritmi da moviola, difese arcigne, eccessivo tatticismo, falli inutili: se la gente non va allo stadio anche la mancanza di spettacolo va inserita tra le cause. Da noi il calcio è uno sport in cui possono giocare titolari gatti di marmo come Klose e Toni. Così succede che la squadra più rapida e spagnoleggiante del nostro campionato, la Fiorentina di Sousa, al confronto con il Tottenham sembri una macchina con un paio di marce in meno. Di questo passo non si farà molta strada. L’Europa chiama e l’Italia, al momento, ha un Motorola per rispondere…