Caso Schwazer-bis: chi perde è lo sport

Caso Schwazer-bis: chi perde è lo sport

L’elenco degli atleti partecipanti alle olimpiadi di Rio 2016 è stato comunicato dalla Fidal (Federazione Italiana Di Atletica Leggera) lo scorso giovedì 14 luglio, con 4 giorni di anticipo rispetto alla scadenza imposta dal CIO (Comitato Olimpico Internazionale). Naturalmente in questa lista non c’era il nome di Alex Schwazer. L’atleta altoatesino è risultato nuovamente positivo ad un controllo antidoping a pochi mesi dal termine della sua squalifica durata 3 anni e 9 mesi. Il percorso di redenzione intrapreso da Schwazer sembra quindi essere giunto al termine nel peggiore dei modi con la condanna che lo scredita di tutte le buone intenzioni mostrate durante questi anni. Ma sarà veramente così? Nelle ultime settimane un turbinio confusionario di informazioni su fatti, modalità e tempistiche ha accompagnato la notizia della nuova positività di Schwazer. Quello che è certo è che le stranezze che avvolgono questo caso di doping sono parecchie.

Cuore forte, testa fragile
Facciamo un passo in dietro. La strade di Alex Schwazer e del doping si intrecciarono nel 2012, anno dell’olimpiade di Londra. Alex era il detentore del titolo olimpico della 50 km di marcia e tutti si aspettavano da lui il grande bis dopo Pechino 2008. Ma quell’anno vittorioso si trasformò in uno spartiacque tra due vite differenti. Quella medaglia si dimostrò troppo pesante per quel ragazzo ventiquattrenne che nelle competizioni successive non sembrò più essere lo stesso atleta, né la stessa persona. La voglia di vincere si era trasformata in obbligo. L’avvicinarsi di Londra 2012 e l’accrescere delle pressioni lo fecero sprofondare fino a raggiungere il punto più buio della sua carriera. La famosa conferenza stampa di confessione che ne seguì fu di un umanità disarmante. Un ragazzo distrutto mise sul tavolo tutta la fragilità dell’atleta dandosi in pasto ai media ammettendo le proprie colpe e spiegando come e perché fosse arrivato a quel punto.

Come accade in tutti i casi di doping l’omertà regnò sovrana. Nessuno sapeva che lui fosse andato da solo in Turchia con 1500€ in contanti per comprarsi l’EPO. Eppure Schwazer era uno dei pochi atleti su cui l’Italia poteva puntare per vincere una medaglia olimpica. Come fa un personaggio del genere a scomparire per un paio di giorni senza che nessuno, né allenatore né federazione, si chieda dove sia? O forse qualcuno sapeva già tutto, dato che da tempo era stata aperta un’inchiesta dalla procura di Padova con la collaborazione dell’agenzia antidoping Wada sulle frequentazioni del marciatore col Dottor Ferrari, famoso per i suoi già noti coinvolgimenti in casi di doping.

Far ricadere l’intera colpa sull’atleta è troppo facile e semplicistico. I dopati hanno le loro responsabilità e se sbagliano vanno puniti per i loro errori, certamente, ma se si vuole veramente combattere il doping non ci si può dimenticare del contesto in cui gli atleti si trovano, di quelli che li incentivano a doparsi e di quelli che sanno ma non aprono bocca. Personaggi totalmente opposti a Sandro Donati, simbolo italiano della lotta al doping e di tutto il marcio che ne sta alla base. Nella sua crociata durata una vita ha denunciato irregolarità in tutti i livelli dell’atletica, dai singoli atleti alle intere federazioni. Facendosi, come immaginabile, alcuni nemici.

Rimettersi in gioco
La decisione di Alex di rimettersi in gioco e di riaprire un nuovo capitolo della sua carriera sportiva passò proprio da Donati. La collaborazione tra i due nacque su basi completamente innovative. Alex ha infatti accettato di essere sottoposto a regolari controlli da parte di un team scelto dallo stesso allenatore e di rendersi totalmente disponibile a controlli a sorpresa 24 ore su 24 da parte delle agenzie antidoping. Donati vide non soltanto la possibilità di allenare un atleta che si affidava a lui con la voglia di rifarsi e di dimostrare che è possibile vincere senza doping, ma anche la possibilità di monitorare costantemente un atleta di alto livello, potendo così ottenere una base dati preziosissima per lo sviluppo della lotta al doping. Durante questo studio, è stata mostrata più volte la volontà di condividere con Fidal e Wada i risultati ottenuti, le quali, però, hanno sempre mostrato totale disinteresse. Ma come si può rimanere indifferenti nei confronti di un percorso di tale trasparenza mai intrapreso prima da altri atleti e allenatori?

A squalifica terminata, Schwazer vinse a Roma la 50 km che gli ha permesso di qualificarsi alle prossime olimpiadi. Sembrava tutto perfetto, la sua carriera era ricominciata proprio dove si era interrotta 4 anni fa: alla vigilia dei Giochi. Ma sono bastate poche settimane e la notizia di una nuova positività è venuta a galla. Questa volta le reazioni sono state diverse, quel ragazzo che nel 2012 ammise la sua colpevolezza, dice di essere stato incastrato. Se Schwazer non è il personaggio più credibile in questa vicenda, il continuo appoggio di Donati è qualcosa che ha dell’incredibile e pone dei forti dubbi sulla versione ufficiale dei fatti, dando molto più credito alla possibilità che questa positività sia una montatura.

Finale amaro
All’età di 69 anni, dopo aver combattuto il doping tutta la vita, Donati avrebbe deciso di organizzare un’associazione a delinquere con un condannato per doping e rischiare così tanto? Per cosa? E allora perché tutta questa trasparenza? Oppure c’è qualcosa di marcio. Perché le situazioni controverse sembrano essere tante, a partire dalle tempistiche. Un campione di urine prelevato il primo gennaio è risultato positivo a maggio solo ad un secondo test (specifico per anabolizzanti). Schwazer non è stato fermato immediatamente, anzi è ritornato alle gare, e a giugno come detto si è qualificato per Rio; solo a quel punto viene annunciata la sua positività al testosterone. In più, l’etichetta sulla provetta “anonima” recita Racines (la località non dovrebbe comparire), il paesino dell’Alto Adige non certo famoso per essere pieno zeppo di atleti professionisti. Per non parlare della sostanza dopante in questione. L’uso di testosterone per un merciatore è utile quanto l’EPO per uno sprinter, praticamente a niente. Vale veramente la pena correre il rischio di essere beccato durante la propria redenzione per una sostanza che non dà praticamente alcun vantaggio?

Le domande sono molte, troppe e la verità, a mio avviso farà fatica a venire a galla. In cuor mio spero che tutta questa sia una montatura. Di sicuro non mi sento di sfogare la mia delusione sui social a colpi di hashtags del tipo #iostoconschwazer, #iostocondonati…oppure #squalificaavita, #schwazerdopato. Non me la sento più. Di finte favole sportive e di federazioni corrotte ne abbiamo già sentito parlare abbastanza, tanto da non poter escludere alcun risvolto negativo di questa vicenda. In ogni caso, che si tratti di doping o di un complotto ai danni dell’atleta, c’è solo un hashtag di profonda amarezza che mi sento di lanciare: #ancheoggihapersolosport.