Il mago Klopp e il ruolo dell'allenatore

Il mago Klopp e il ruolo dell’allenatore

No, non é una favola. Il mago Klopp, con la sua bacchetta magica da “trasforma-squadra” é tornato.  Transazione cromatica che dal giallo-nero di Dortmund lo ha portato al rosso vivo di Liverpool. Dal Westfalen Stadion – ufficialmente Signal Iduna Park -, stadio unico ed inimitabile, emblema del calore calcistico dei tedeschi che tanto si oppone allo stereotipo del “calore umano” del popolo teutonico, allo storico teatro di Anfield. Il filo comune? “You’ll Never Walk Alone”, spettacolare canzone interpretata da sempre dai tifosi della sponda rossa del Merseyde prima di ogni match, imitati dagli 80’000 che ad ogni partita casalinga riempiono lo stadio del Dortmund.

Una buona coincidenza, utile per non far sentire a Klopp la nostalgia della Ruhr, una volta sbarcato in Inghilterra. Se state leggendo questo articolo, con ogni probabilità sapete di cosa sto parlando. Pura magia. Se dovessimo usare l'”applausometro” come unità di misura, noteremmo che Anfield é tornato a fare più rumore da quando il tedesco siede sulla panchina, e questa non può che essere una buona notizia, per lui e per noi amanti del ‘football’.

Liverpool is back
Cominciata l’8 ottobre di quest’anno, l’avventura di Klopp doveva porre rimedio alla deludente gestione di Brendan Rodgers, che dopo otto partite vedeva i Reds stazionare a metà della classifica della Premier. La sua ultima partita è stata il derby cittadino con l’Everton, partita che Klopp dovrà aspettare fino a fine febbraio. Poco male, visto che i grandi match e i grandi risultati sono già arrivati: da un pareggio iniziale con il Tottenham di poca rilevanza, Klopp ha avuto la bravura e la  fortuna di trovare un gruppo che é riuscito a regalargli, come prima vittoria in terra britannica, una straordinaria partita in trasferta: 3-1 a Stamford Bridge, contro quello Special One, che adesso sta tanto peggio di lui – il Chelsea é fermo al 14esimo posto, a meno 14 da una vetta ormai utopica. Qualche settimana dopo, anche il Manchester City, che da lassù comanda il campionato, è caduto sotto i colpi di una squadra che ha ormai ingranato una marcia ben più alta di quella a cui era abituata. Questa volta, 4-1, sempre in trasferta, come a dire forte e chiaro a tifosi e avversari: “Liverpool is back“.

Ad oggi, le vittorie sono 7, i pareggi 3, ed una sola sconfitta, subita dal Crystal Palace. I risultati, ottimi, si vedono già: il Liverpool è risalito in classifica, raggiungendo il sesto posto, a quattro punti dalla zona Champions – obiettivo minimo della stagione –  e a sei punti dalla vetta, al momento condivisa da Manchester City e Leicester.

jurgen-klopp-liverpool

Tutti all’appello | cc: internet

Questione di filosofia
Entrambe le grandi vittorie di Londra e Manchester portano il segno decisivo di Philippe Coutinho, giovane ricordo del calcio nostrano – sponda Inter. Di Klopp, il brasiliano ha riassunto in breve l’insegnamento calcistico che l’allenatore dà ai suoi: “(Klopp) ci chiede di giocare con quanta libertà vogliamo quando abbiamo il pallone, ma appena lo perdiamo dobbiamo recuperarla il più velocemente possibile. Pressiamo alti per cercare di far perdere il pallone agli avversari vicino alla loro porta. La cosa più importante é che la squadra pressi insieme. É questo che stiamo cercando di fare ed è cosi che stiamo crescendo come squadra”. Dettami tattici che oggi non appaiono come una grossa novità: in fondo tra le parole del brasiliano sembra di risentire la filosofia calcistica che metteva in atto – più o meno costantemente – il Borussia Dortmund di cui tutti ci siamo innamorati. Sembra la tattica che tanto é risultata vincente negli ultimi anni, a cominciare dal Barcellona “rivoluzionario” di Guardiola. É così che i giallo-neri hanno vinto due Meisterschale – l’equivalente dello scudetto in Bundesliga -, una coppa e due supercoppe di Germania, sfiorando addirittura il sogno della Champions League, infrantosi per colpa dei rivali bavaresi. Se a questa tattica, che si è a più riprese rivelata assai efficace, aggiungiamo l’abilità di Klopp nel capire al volo i giocatori e il suo carisma, capace di stringere intorno a sè lo spogliatoio, l’equazione si può rivelare perfetta. Come ha spiegato Firmino, un investimento di quasi 30milioni di sterline mai in luce prima dell’arrivo di Klopp e adesso fortemente rivalutato, l’allenatore “ha un buonissimo rapporto con me e con tutti i giocatori. Ha fatto veramente una bella figura”.

Jurgen-Klopp-Mourinho

Duello tra “Special” | cc: internet

Fortuna o bravura?
Come va letta allora questa trasformazione della squadra? Tocco di bacchetta del nuovo allenatore, o risveglio di una squadra fino a quel momento addormentata e, forse, leggermente ammutinata? Purtroppo, in questi casi, risposte certe non se ne possono avere, ma la sensazione che ci viene trasmessa è che Klopp abbia veramente le capacità di riportare il Liverpool in alto. Seppure, come si sente spesso ripetere, “alla fine in campo ci vanno i giocatori” e al giorno d’oggi c’è chi sostiene che il ruolo dell’allenatore sia meno influente che in passato, io sono di diverso parere.

Personalmente mi affascina l’idea che un allenatore, quando diventa leader non solo tecnico, ma anche e soprattutto mentale e morale della squadra, sia in grado di marcare la linea che separa la sconfitta dalla vittoria. O, in termini meno pragmatici, la delusione dalla soddisfazione. Casi come quelli di Conte alla Juventus, Mourinho in più sedi, Guardiola a Barcellona, confermano la mia teoria, sottolineando l’evidente tocco dell’allenatore nelle vittorie poi conseguite. Altri, come quelli del Barcellona post-Guardiola o del Bayern Monaco degli ultimi anni, sembrano invece smentirmi, facendo passare il ruolo dell’allenatore in secondo piano, niente più che una comparsa necessaria davanti al fattore determinante della programmazione costante. Sarà, ma mi resta un dubbio: per noi che valutiamo il calcio attraverso le emozioni che è capace di trasmettere, non è più bello credere nella prima teoria?