Star Wars e Hunger Games: Perché ignoriamo la morale della storia

Star Wars e Hunger Games: Perché ignoriamo la morale della storia

C’era una volta Cappuccetto Rosso. C’erano una volta anche una lepre pigra ed una tartaruga determinata. C’era una volta una volpe che mentiva a se stessa per rassicurarsi dei suoi fallimenti. C’eravamo una volta anche noi, ancora piccoli e scemi, che imparavamo lezioni dalle storie che ci venivano raccontate da genitori, nonni e maestre. Eravamo bambini, non sapevamo contare fino a dieci, ma riuscivamo a cogliere le metafore delle favole ed applicarle alla vita reale.

La maggior parte di noi in età prescolare non correva il rischio di incontrare un lupo parlante in un bosco, o che una strega gli offrisse una mela avvelenata, o che un gigante lo rincorresse scendendo da una pianta di fagiolo gigante. Eppure riuscivamo a trasformare queste storie in messaggi applicabili nella vita quotidiana: non fidarsi degli sconosciuti nei primi due esempi e non farsi di acidi nel caso del terzo (No, sul serio, quale sarebbe la morale di Giacomino e il fagiolo magico? Che se incontriamo un gigante è sempre importante derubarlo, fargli fuori la famiglia e decapitarlo? Lo terrò a mente nella mia prossima avventura tra le nubi).

Cosa è successo? Se ci riusciva da bambini, perchè per noi ora è troppo difficile cogliere le, più o meno esplicite, metafore e morali delle storie che ci vengono raccontate? Non parlo delle fiabe classiche alla Biancaneve (che pure continuiamo a farci propinare sotto forma di blockbuster disneyani con più CGI che anima- non perdonerò mai Tim Burton per il suo Alice nel Paese delle Meraviglie: Il ritorno del Re).

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Nemmeno con altri mille Nightmare Before Christmas Burton potrà redimersi da questo scempio

Parlo delle saghe fantasy e fantascientifiche per cui compriamo biglietti dai prezzi esagerati (3D hai rotto il cazzo) e di cui poi decidiamo di ignorare completamente i -poco sottili, peraltro- paralleli con la vita reale. Forse con l’adolescenza insieme ai brufoli è arrivata anche l’intelligenza selettiva.

Prendete X-Men e Harry Potter, per esempio. Due tra le serie cinematografiche più di successo del nuovo millennio. Entrambe fanno della celebrazione della diversità e della condanna del razzismo e dei pregiudizi colonna portante di tutti i loro capitoli. Come si può guardare otto film a Hogwarts e votare Salvini, il più Mangiamorte dei politici nostrani (e nemmeno uno dei mangiamorte fascinosi alle Bellatrix e Voldemort, Salvini al massimo è Peter Pettigrew, completo di panza e capelli unticci…)?

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Tranne che almeno Peter da ratto era quasi adorabile

Per quelli che non sono convinti del messaggio politico intrinseco dei vari Harry Potter, vi basti sapere che nel suo primo romanzo realistico Il Seggio Vacante la Rowling abbandona ogni pretesa magica e mette i candidati Conservatori in un piccolo paese britannico come antagonisti dei più buoni e morali protagonisti Laboristi.

Ora consideriamo gli eventi che recentemente hanno sconvolto l’Europa, il terrorismo e la conseguente scelta di alcuni stati occidentali di bombardare la Siria, e paragoniamoli ai agli eventi delle due saghe fantascientifiche più importanti di quest’anno: Hunger Games e Star Wars.

Ogni film di Hunger Games non fa che ribadire gli stessi quattro concetti: che la guerra è cattiva, che  a rimetterci sono sempre gli innocenti, che i media ci manipolano e che se quel coglione nano di Peeta si può bombare Jennifer Lawrence possiamo farcela davvero tutti. Eppure il messaggio che noi prendiamo dai film sembra essere “mi annoio, non c’è modo migliore di passare due ore che guardare bambini che si sgozzano a vicenda” senza renderci conto di essere noi stessi i Capitolini che la serie distopica condanna. Quella che voleva essere una rappresentazione della ciclicità della guerra, e della trasformazione dei buoni nei cattivi che loro stessi stanno cercando di distruggere diventa per molti spettatori nient’altro che puro spettacolo, filmini di azione conditi da un inspidissimo triangolo amoroso.

Allo stesso modo, i prequel di Star Wars sono, per stessa ammissione di Lucas, una malcelata critica alla Guerra in Vietnam (che presentava ovvi parallelismi con la guerra in Iraq, che presenta ovvi parallelismi con la situazione attuale – invece di storie fantasy forse sarebbe bastato analizzare la nostra, di storia).

L’Attacco dei Cloni è un film che tra i suoi (scarsi) meriti cinematografici non annovera certo una narrativa subdola, ed infatti l’opinione di Lucas sulle guerre preventive viene rappresentata con la delicatezza di un martello pneumatico: il film inizia con un attentato terroristico e finisce, come conseguenza di scelte affrettate dettate dal panico, con la nascita dell’esercito grazie al quale l’Impero Galattico conquisterà quella Galassia così lontana ma tutto sommato non così diversa dalla nostra. Nessuna delle persone ancora sveglie dopo episodio 2 ha pensato “Sì, ma anche Palpatine aveva le sue ragioni eh”, eppure in molti dopo Parigi hanno reagito esattamente allo stesso modo di Jar Jar Binks quando vota perché venga attivato un Esercito della Repubblica. E reagire come Jar Jar Binks non è mai un buon segno.

Quindi, vi prego, la prossima volta che state per dire “I musulmani sono tutti incivili e meritano di morire” non siate Sith o Serpeverdi. Invece fermatevi, pensateci un attimo e ricordatevi le parole del saggio Yoda: “la paura porta all’ira, l’ira all’odio, l’odio conduce alla sofferenza. La paura è la via per il Lato Oscuro”, e quel Lato Oscuro è indubbiamente la Lega Nord.

Star Wars Episode III

RUSPAAAAAAAAAAA

Pottermore mi ha assegnato a Serpeverde, penso che questo possa dire molto sul tipo di persona che sono.