"Serial" e la sottile linea tra inchiesta e morbosità

“Serial” e la sottile linea tra inchiesta e morbosità

Non sono mai stata una fanatica di gialli. E per quanto riguarda i podcasts, beh, ne ignoravo completamente l’esistenza fino a qualche mese fa. Quindi, quando mi imbattei nella prima stagione di Serial, fui io la prima a sorprendermi dalla velocità e intensità con cui ne fui risucchiata. Era come se fossi caduta vittima di uno strano incantesimo, o fossi divenuta dipendente da una particolarissima droga. Qualunque cosa facessi, ovunque mi trovassi – in casa, palestra, sui mezzi pubblici o persino in pausa pranzo – la voce di Sarah Koenig e la sua pseudo-ossessione per un omicidio commesso 17 anni fa mi accompagnavano costantemente.

Come me, milioni di persone in giro per il mondo hanno perso la loro “verginità da podcast” grazie a Serial, tanto da trasformarlo in un fenomeno culturale internazionale per il successo che ha ottenuto. La prima stagione – costituita da 12 puntate in tutto e, a mio parere, quella che vale davvero la pena di seguire – andò in onda come parte del programma radiofonico This American Life a partire dall’ottobre 2014. Co-prodotto e co-creato dalla già citata Sarah Koenig e da Julie Snyder, Serial segue da vicino lo sviluppo di un’inchiesta giornalistica. Al centro della vicenda, l’omicidio di Hae Min Lee, una studentessa del liceo della Contea di Baltimore, nel Maryland, che fu vista viva per l’ultima volta il 13 gennaio 1999. Il suo corpo fu ritrovato in un parco della città un mese dopo la scomparsa. Di lì a poco, Adnan Syed, compagno di scuola ed ex-fidanzato di Hae, fu arrestato in quanto principale indiziato dell’omicidio, processato e condannato all’ergastolo.

Adnan Syed

Questa la premessa, ma ovviamente se si trattasse di un caso chiuso grazie a prove schiaccianti non saremmo qui a parlarne dopo quasi vent’anni. Eh sì, perché la cosa interessante è che Adnan si è sempre dichiarato innocente. E allora come ha fatto ad essere condannato? La principale prova contro di lui è la testimonianza di un suo coetaneo, chiamato “Jay” nel corso del programma, che confessò di aver aiutato l’amico a liberarsi del corpo di Hae. Ma ci sono molte cose che non tornano, e per tutto il corso del programma non ci si riesce a liberare del dubbio di fondo che la verità sia molto più complicata di come appare.

A ben vedere. quello che rende Serial così unico ed appassionante non è la storia in sé. Di casi apparentemente insolvibili è pieno il mondo. No, quello che davvero crea dipendenza è il modo innovativo in cui Koenig narra la storia e descrive il suo metodo di ricerca giornalistica. Man mano che nuovi documenti o testimonianze vengono alla luce, man mano che i pezzi del puzzle sembrano incastrarsi l’uno con l’altro, gli ascoltatori vengono risucchiati nel vortice del racconto. Sarah, narratrice abile in grado di alternare spiegazioni approfondite sul sistema giudiziario americano o sul perché di una sua determinata convinzione a momenti di personalissimo dubbio introspettivo, ci porta all’interno di una sala di tribunale grazie alle registrazioni dell’avvocato difensore di Adnan; ci aiuta ad immaginare la vita di una coppia di adolescenti provenienti da ambienti culturali totalmente diversi (quello pakistano-musulmano di Anand rispetto a quello coreano di Hae); impariamo persino a riconoscere la voce di Adnan stesso quando racconta la sua versione dei fatti al telefono con la giornalista che per qualche strano scherzo del destino ha deciso di rianalizzare il suo caso – fin nei minimi dettagli – a distanza di 15 anni.

Appassionarsi al racconto di Serial, beh, quella è la parte semplice. Per una manciata di ore ci si ritrova chiamati in causa e ci si improvvisa avvocati difensori, giornalisti, pubblici ministeri. È esaltante, in un modo unico e un po’ perverso. Poi, però, arrivano le domande scomode. Se ci si ferma un attimo a pensare, ci si rende conto che quello che viene per lo più consumato come puro e semplice “entertainment” in realtà ha alla base un fatto veramente accaduto, un crimine atroce commesso nei confronti di una ragazza adolescente. Come non sentirsi in colpa quando ci si mette nei panni dei famigliari di Hae, i quali – forse – iniziavano solo ora a trovare un po’ di pace ma le cui ferite sono state riaperte dal successo del programma e dall’attenzione non richiesta che ne è conseguita?

Ma le questioni spinose sono peggio delle ciliegie… una tira l’altra. Ci vuole poco a complicare il discorso etico ulteriormente e a domandarsi: “Se c’è anche solo una minima possibilità che Syed sia innocente, e che stia passando tutta la sua vita in prigione per un crimine che non ha commesso, non è cosa buona e giusta riaprire il caso e sviscerarne ogni singolo dettaglio, per quanto doloroso possa essere per le persone coinvolte?”.

Forse forse la soluzione, in quanto pubblico consapevole, sta proprio lì: appassionarsi alla vicenda, imparare qualcosa dall’insaziabile voglia di verità e dall’accuratezza del metodo di ricerca della Koenig, ma anche non tralasciare di porsi certe domande scomode sulla validità ed eticità del consumo di un tale prodotto culturale. E se anche non si giunge ad un verdetto, forse non è la fine del mondo. Come lo stesso Serial ci insegna, una risposta unica ed inequivocabile a volte è meno importante della certezza di aver posto le domande giuste…

Per saperne di più: Serial – Stagione 1

Italian 20-something living and dreaming in London. Literature geek, film fanatic, social media enthusiast and incurable feminist.