Quando il cinema parla di cinema: 7 film al di là della finzione

Quando il cinema parla di cinema: 7 film al di là della finzione

Spesso, da spettatori, tendiamo a dimenticarci che dietro al film che stiamo guardando sullo schermo, in televisione o al PC esiste una vera e propria macchina-cinema fatta più di tecnica e di economia che di arte. Questo accade perché davanti ad un film, suprema opera di finzione, accettiamo di immergerci nelle vite altrui, accettando come possibile quello che vediamo, almeno fino ai titoli di coda. Ci sono sceneggiatori e registi che hanno deciso di portare sotto analisi (o sotto accusa) il cinema stesso, smascherandone ipocrisie o mettendone in luce gli aspetti più ridicoli. Ho selezionato film ambientati nel mondo del cinema che mostrano in modi diversi il funzionamento dell’industria più costosa al mondo.

Sunset Boulevard (Billy Wilder, 1950)

Sunset-Boulevard-1950-Wallpapers-2

La madre di tutte le pellicole di denuncia del sistema hollywoodiano. Wilder è stato accusato di aver morso la mano che gli ha dato da mangiare per anni, per aver mostrato lo squallore che si nasconde dietro la patina del divismo degli anni Cinquanta. Norma Desmond, dimenticata e ormai matura attrice del muto, convince un giovane sceneggiatore a collaborare con lei al film che la dovrebbe nuovamente consacrare come dea di celluloide. La forza del film sta soprattutto nella sceneggiatura che porta chiaramente la firma di chi il mondo del cinema lo conosce bene, e nell’indimenticabile interpretazione di Gloria Swanson, a sua volta star del cinema muto che stava percorrendo il proprio viale del tramonto.

Bellissima (Luchino Visconti, 1951)

2014-11-30-Bellissima_R014

È stato rischioso per Visconti dedicare il suo terzo film al cinema stesso: in piena stagione neorealista, sceglie di mostrarne l’aspetto più oscuro, quello che sta dietro la ricerca di attori “presi dalla strada”. A sceneggiare la vicenda è Cesare Zavattini, uno dei massimi autori e teorici del Neoralismo mentre la protagonista è Anna Magnani, la più grande attrice italiana. Il suo ruolo è quello di Maddalena Cecconi, stage mother di borgata che cerca con ogni mezzo di far avere un ruolo alla figlioletta Maria.

Maps to the Stars (David Cronenberg, 2014)

24-maps-to-the-stars.w750.h560.2x
Il film risulta estremamente interessante per restituire l’immagine di una Hollywood palesemente malata: attori bambini che vedono la propria infanzia sostituita dalla celebrità e dagli eccessi, attrici mature che faticano a trovare un proprio spazio e un mondo che non riesce a trovare sfogo al di fuori di se stesso. Cronenberg cerca di distaccarsi da ognuno dei suoi protagonisti e non trova nessuno di loro degno di redenzione. Inutile dire che il film non ha riscosso successo presso i circoli statunitensi.

Cantando sotto la pioggia (Gene Kelly e Stanley Donen, 1952) e The Artist (Michel Hazanavicius, 2011)

20668236_1657327377619330_1627651618_n

Entrambi i film sono ambientanti nella Hollywood di fine anni Venti quando il cinema conquista il dono della parola. I rispettivi protagonisti sono attori del muto che temono per la propria carriera in uno dei momenti di passaggio più significativi della storia della produzione cinematografica, quando la gestualità coreografica e la teatralità delle espressioni diventano immediatamente obsoleti davanti alle possibilità offerte dalla parola. È estremamente interessante notare come la pellicola del 1952 sfrutti tutte le potenzialità offerte dal cinema sonoro (e dal Technicolor) mentre Hazanavicius preferisca il bianco e nero per un film muto che punta sulle interpretazioni e sulla colonna sonora, in pieno stile pre-1927.

Ave, Cesare (Joel e Ethan Coen, 2016)
hail-caesar-1

Quando ad un regista piace il proprio lavoro, lo spettatore se ne accorge. Quando un regista conosce la storia del cinema, lo spettatore se ne compiace. Quando un regista passa da un genere all’altro con versatilità, lo spettatore ne gioisce. Quando la coppia di registi realizza un film sugli studios degli anni Cinquanta e dimostra di saper passare dal musical al peplum al melodramma alla commedia in meno di dieci minuti, lo spettatore esce dalla sala del cinema più arricchito che mai. Con Ave, Cesare, i fratelli Coen mostrano un giorno nella vita di un capo di produzione a cui spetta il compito di risolvere i problemi che assillano i divi, arginare le minacce politiche e sventare scandali giornalistici. Si entra ancora più all’interno della produzione e, al di là delle esagerazioni grosse come sommergibili sovietici, si comprende quanto l’arte costituisca solo una minima parte dell’industria.

Si gira a Manhattan (Tom DiCillo, 1995)
maxresdefault

Anche questo piccolo film indipendente racconta una giornata di lavoro di una troupe sul set. Oltre a mostrare come funziona il lavoro del regista, dell’operatore di macchina, del fonico e degli attori, DiCillo ci porta all’interno della testa e dei sogni dei protagonisti (e non parlo metaforicamente). Assistiamo più volte alla ripetizione dello stesso ciak, alle assurde richieste e proposte del divo di turno, addirittura alle visioni che la fatica fa venire a chi lavora fino allo sfinimento e tutto questo senza avere la minima idea dell’opera a cui stiamo anche noi lavorando. Perché anche questo è parte della pur triste verità di chi lavora su un set: spesso il fonico, il cinematographer, l’attore non hanno ben chiara la forma che avrà l’opera a cui si stanno prestando e si affidano completamente al regista. Più spesso ancora, però, il regista ha le idee meno chiare di tutti.

La vita è breve, l'arte è lunga, la letteratura necessaria, il cinema indispensabile, il teatro vitale e anche oggi sono indietro con le mie serie TV.