No hay banda, no hay orchestra: 5 film storici senza colonna sonora

No hay banda, no hay orchestra: 5 film storici senza colonna sonora

Provate a pensare a Star Wars o a Titanic. Oltre a spade laser e iceberg, scommetto che tra le prime cose che vi sono venute in mente, ci sono le rispettive colonne sonore. La musica nel film, oltre ad essere uno degli aspetti più delicati e interessanti, è anche quello che rimane maggiormente impresso mentre si lascia la sala del cinema. In alcuni casi, la musica acquista persino vita autonoma rispetto alla pellicola per cui è stata pensata e basterebbe far ascoltare i brani di Psycho o Lo squalo a chi non ha mai visto i film per averne prova. La colonna sonora può sottolineare pateticamente alcuni passaggi dell’opera, pilotare l’attenzione dello spettatore o restituire un effetto straniante. Tuttavia, non è sempre così: ci sono casi in cui il regista decide di non ricorrere a questa potentissima dimensione narrativa e di lasciare invece alle immagini, alla sceneggiatura e alla recitazione la creazione di una partitura che non ne faccia sentire la mancanza. Ho scelto cinque film di questo ristretto gruppo che possono essere ritenuti tra i meglio riusciti.

M – Il mostro di Düsseldorf (Fritz Lang, 1931)
Affermatosi come uno dei più grandi registi del cinema muto e dell’espressionismo tedesco, la tendenza di Lang era concentrarsi sull’immagine. Con M, il suo primo film sonoro, afferma la convinzione che il silenzio può esprimere molto più della musica e decide di non inserire una colonna sonora come semplice riempitivo. Il risultato risulta eccellente anche a distanza di oltre ottant’anni. Nonostante questa scelta, Lang riesce ad attribuire alla musica ruolo preminente in una pellicola ricca di suoni e rumori: ogni volta che compare sullo schermo, il serial killer che terrorizza la città tedesca è anticipato da una melodia che è lui stesso a fischiettare, ovvero L’antro del re della montagna del Peer Gynt, tanto più agghiacciante perché estremamente conosciuta.

 

Nodo alla gola (Alfred Hitchcock, 1948)
Da Rebecca a Vertigo, le colonne sonore dei film di Hitchcock sono tra le più riuscite e memorabili del cinema, volute ed eseguite per accrescere la tensione dello spettatore. Nodo alla gola è spessissimo ricordato per il mirabile lavoro tecnico e temporale ma è ancora più credibile grazie all’assenza di un commento musicale. Solo in apertura, infatti, possiamo ascoltare una modesta melodia che accompagna i titoli di testa e decresce al grido che pone fine alla vita della vittima. La telecamera si sposta dalla finestra, alla conclusione dello strangolamento nell’unico taglio di montaggio dichiarato di tutto il film. Il silenzio che si impone da questo momento rimarrà glaciale per tutta la pellicola ed esalterà l’atrocità del delitto. L’assenza di musica è in grado di agitare chi guarda sia nei momenti di più alta suspense durante il cocktail organizzato dai due assassini sia nel finale, in cui il silenzio si trasforma in tesa immobilità e impossibilità di agire, rispondere o intervenire.

 

Quinto potere (Sidney Lumet, 1976)

La scelta di questo film di Lumet su altri è piuttosto arbitraria: il regista ha lavorato senza colonna sonora diegetica fin dal suo esordio con La parola ai giurati, passando per A prova di errore e Quel pomeriggio di un giorno da cani. In Quinto potere, l’assenza di musica pone l’accento sulla perfetta sceneggiatura di Paddy Chayefsky, che si alterna tra il drammatico e la freddezza del linguaggio dell’industria televisiva, e le sublimi interpretazioni di un cast di prim’ordine. Ed è proprio il silenzio a far rimbombare nella testa di chi ha visto il film le parole di Peter Finch: «I’m as mad as hell, and I’m not going to take this anymore!» («Sono incazzato nero, e tutto questo non lo accetterò più!» nella versione italiana).

Una separazione (Asghar Farhadi, 2011)
Farhadi ha portato all’attenzione degli Oscar la tradizione cinematografica iraniana, una delle più ricche e meno conosciute dell’Asia Occidentale. Una separazione (così come Il cliente, il film che ha portato al regista la seconda statuetta) è stato lodato per l’alto livello di realismo della messa in scena e le performance degli attori. Le uniche fonti musicali sono interne alla vicenda, un paio di canzoni che provengono dalla radio e la melodia che accompagna i titoli di coda.

Due giorni, una notte (Jean Pierre e Luc Dardenne, 2014)
Anche i fratelli Dardenne evitano volentieri di sviare l’attenzione dello spettatore con la musica, preferendo indirizzarla sul ritmo dei corpi e delle espressioni. Per i due registi, le interazioni che i personaggi hanno sullo schermo e le parole che si scambiano devono essere l’unico suono proveniente dagli altoparlanti della sala cinematografica. In Due giorni, una notte questo funziona alla perfezione: le porte in faccia (fisiche e metaforiche) ricevute dal personaggio di Marion Cotillard echeggiano tanto in lei quanto in noi. Il silenzio rende più strazianti le sue richieste e soprattutto palesa i meccanismi interni che la muovono, resi palesi in alcuni casi senza l’aiuto di una parola, con la sola forza della dalla sua sublime recitazione.

La vita è breve, l'arte è lunga, la letteratura necessaria, il cinema indispensabile, il teatro vitale e anche oggi sono indietro con le mie serie TV.