“La La Land” e il fascino discreto della nostalgia

“La La Land” e il fascino discreto della nostalgia

Esplorando la mia ‘bolla di notizie’ su Facebook e dilettandomi su Twitter, c’è una tendenza editoriale in particolare che solitamente mi lascia perplessa: quella di appioppare l’etichetta di ‘millennial’ ad ogni fenomeno e tematica, forzando l’uso della lente generazionale in ogni contesto, anche quando l’approccio sembra campato per aria. Eppure, per una volta, cadrò anche io nella trappola, e userò la stessa categoria. Eh sì, perché uscendo dal cinema dopo aver visto La La Land, il primo giudizio che ho formulato nella mia mente è stato il seguente: si tratta proprio di un film per millennial.

Una delle tematiche principali del film è come affrontare quel momento, all’alba dell’età adulta, in cui lo scontro tra sogni di gloria e dura realtà diventa violento e ci si inizia a domandare se forse non sia il caso di riporre i sogni nel cassetto, chiuderlo a doppia mandata e buttare via la chiave. Questo ‘dramma’ mi è parso particolarmente centrale per gente della mia età, per un motivo molto preciso: rispetto ad altre generazioni, noi venti-trentenni siamo in gran parte cresciuti col mito della nostra unicità e originalità, l’illusione dell’Impossible Is Nothing e robe simili. Ma come si fa a trovare la forza dentro di sé per continuare a inseguire il proprio sogno quando il mondo sembra mostrarci un gigantesco dito medio? E, allo stesso tempo, quando si deve prendere atto della sconfitta?

La La Land racconta le vicende di Mia (Emma Stone) e Sebastian (Ryan Gosling), due giovani con enormi aspirazioni che, per il momento, Los Angeles non ha fatto molto per incoraggiare. La bella Mia sogna di diventare attrice, ma nel frattempo si mantiene come cameriera in un caffè nel cuore degli Studios di Hollywood; Sebastian fa il pianista ed è un purista del jazz; sogna di aprire un locale tutto suo dove riportare in vita un genere musicale morente, e intanto si mantiene suonando in locali e feste private. All’inizio i due non si sopportano, ma poi nasce un grande amore. Tutto meraviglioso e occhi a cuoricino finché la vita e l’inaspettato successo di Sebastian come membro di una band molto più pop che jazz non si mettono in mezzo.

La La Land 2

Il titolo è un riferimento alla città di Los Angeles ma soprattutto all’espressione inglese per cui chi è in ‘La La Land’ ha la testa fra le nuvole o vive in un mondo tutto suo, estremamente romanzato e distaccato dalla realtà

Emma Stone e Ryan Gosling sono decisamente un’accoppiata vincente. Già mi avevano fatto innamorare in Crazy Stupid Love, e anche in questo caso la chimica tra i due attori principali non manca. A fare da terzo in comodo per tutta la durata del film c’è poi un altro personaggio. Non viene mai chiamato per nome, ma permea tutta la vicenda, fin dai titoli di testa che ci informano che il film è girato in CinemaScope, come i musical degli anni ’50. Si tratta di una onnipresente nostalgia. Nostalgia non importa poi tanto di che cosa… che si tratti della Hollywood dei film di Fred Astaire di cui sogna Mia o dei grandi miti dell’età dell’oro del jazz di Sebastian, ciò che conta è la dolcezza che si prova nel crogiolarsi in un passato che ormai non è più.

Le canzoni, per quanto piacevoli, non sono memorabili, almeno a mio parere. E non sorprenderà che, man mano che la trama si sviluppa e i problemi dei personaggi diventano più reali, la frequenza dei numeri musicali diminuisca.

Il regista, Damien Chazelle, è lo stesso che aveva portato sugli schermi un’altra vicenda musicale con Whiplash nel 2014. Per quanto entrambi i film, a mio parere, non siano capolavori, La La Land rappresenta decisamente un passo avanti . In Whiplash, la volontà di sfondare e la cieca ricerca del successo sembravano immotivate e, in quanto tale, poco credibili. In Stone e Gosling, invece, vediamo un lato più umano e profondo, che ci rende vicini ai personaggi e alle loro problematiche. E in effetti, quello che, uscendo dal cinema, portiamo via con noi è il coinvolgimento nella vita dei due protagonisti, nelle loro paure, delusioni e incomprensioni. La pesantezza, sul finale, suscitata dal rendersi conto di quanto crescere sia doloroso è resa ancora più acuta dalla sua sensazione di familiarità. Gli ultimi dieci minuti di film portano alla mente l’eterno dramma (eterno in quanto irrisolvibile) delle conseguenza di ogni scelta che facciamo, dell’ossessione delle strade non percorse e del ‘come sarebbero potuto essere’, delle opportunità lasciate per strada che non si ripresenteranno mai, in ogni aspetto della nostra vita.

Detto questo, 14 nomination agli Oscar e 7 Golden Globe (in tutte le categorie per cui il film era stato nominato) sembrano troppi per il valore reale della pellicola. Ma se quello che interessa all’Academy non è la qualità intrinseca del film, ma la sua capacità di intrattenerci e accoglierci in un mondo rarefatto ed esteticamente piacevole, allora La La Land farà incetta di premi anche il 26 febbraio. Chissà, forse fuggire dalla realtà è la strategia messa in atto dall’intelligentsia hollywoodiana per sopravvivere all’era di Trump…

Italian 20-something living and dreaming in London. Literature geek, film fanatic, social media enthusiast and incurable feminist.