La Bella e la Bestia: Che cosa abbiamo imparato?

La Bella e la Bestia: Che cosa abbiamo imparato?

La Bella e la Bestia (Beauty and the Beast) è il film-evento di questo 2017. Non so perché in realtà, ma tutti ne parlano. Il film finalmente è uscito, il 16 marzo.

Diretto da Bill Condon e scritto da Evan Spiliotopoulos e Stephen Chbosky, il film è un remake live action dell’omonimo film d’animazione del 1991 della Disney, a sua volta tratto dalla fiaba di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont. Il film è interpretato da Hermione Granger alias Emma Watson (Belle), Dan Stevens (un tizio biondo qualsiasi che interpreta la Bestia), Luke Evans (Gaston), Kevin Kline, Josh Gad, Ewan McGregor, Stanley Tucci, Ian McKellen ed Emma Thompson.

Innanzitutto vi evito gli spoiler. Se siete appena arrivati dai nuovi pianeti abitabili di TRAPPIST-1 probabilmente siete all’oscuro della prevedibilissima conclusione del film. Se invece avete già visto il film animato del 1991: esatto. Finisce così come già sapete, ma il bello è che inizia e continua esattamente nel modo in cui vi aspettavate. Hollywood è così sorprendente alle volte. Innovazione  e avanguardia.

È tuttavia interessante notare alcune questioni che il film solleva nello spettatore. Questioni che anche la semplice visione del cartone del 91 probabilmente avrebbe riportato a galla. Non mi stancherò mai di dire che i lungometraggi animati hanno quasi sempre numerose chiavi di lettura. Vederli da bambini è un passatempo, la sostituzione delle classiche favole. Da adulti cambia il modo in cui recepisci i messaggi insiti nel film.

L’esempio classico che mi viene in mente mi riguarda in prima persona: due anni fa rividi Lilli e il Vagabondo dopo averlo visto l’ultima volta da bambino. Punto primo: “Gianni-Caro” e “Tesoro” NON sono i veri nomi dei padroni della carissima Lilli. No. Lei, stupida cagnetta, è convinta che siano i loro nomi perché i due si chiamano a vicenda in questo modo. Da grande l’ho capito. Non ero un bambino intelligente. Punto secondo: il film può essere visto come un grande esempio dei sentimenti suscitati in ogni famiglia con l’arrivo di un nuovo membro e con la ovvia distruzione dell’equilibrio familiare.

Rivedere la Bella e la Bestia quindi provoca pensieri e considerazioni nuove sui contenuti del film: cosa ci viene insegnato in questa favola?

Se avete pensato “Chiamare una figlia Bella è un azzardo perché se poi è un cesso le si rovinerà la vita” vi dico: no. Però è un pensiero corretto. Maurice, il padre di Belle, interpretato da Kevin Kline, è stato fortunato ad avere una figlia che effettivamente Bella lo è. Ma non è questo il punto.

L’insegnamento principale del film è la scelta finale di Belle. Belle è una ragazza sicuramente diversa dalle sue coetanee (nel villaggio sono in quattro in realtà, la protagonista e le tre fan di Gaston, risultare differenti non è una grande impresa): ama leggere, nel ‘700 in Francia il grado di alfabetizzazione femminile non era elevato, ma soprattutto, tramite la lettura, ha scoperto che esiste un mondo oltre le convenzioni. Non è strano che Belle sia una delle principesse Disney preferite di sempre: è una donna, una giovane donna con un nome che suggerirebbe una sola qualità legata all’aspetto, che vive in un’epoca di misoginia, che però non si accontenta di essere ciò che il mondo si aspetta da lei. Lei non sarà mai la moglie di un uomo che vive in un villaggio, intenta a partorire e a pensare alle faccende di casa. Lei è diversa.

Se confrontiamo Belle ad esempio con Aurora della Bella Addormentata o con Biancaneve risulta chiaramente la differenza: le ultime due non hanno una vera e propria individualità. Una è cresciuta in un bosco e si innamora del primo principe che le canta una canzone (se le avesse suonato la fisarmonica un bifolco di campagna col cazzo che si innamorava), mentre la seconda ha come grande prova di coraggio il passare da essere principessa a donna delle pulizie per dei nani (loro: “andiam andiamo a lavorare”. Lei: obbedisco e pulisco).

Ma la più grande differenza tra Belle e le altre è che lei ha la possibilità di scegliere: Gaston o la Bestia?

Non è una piccola scelta ovvia quella di Belle: non si tratta di scegliere tra un principe maledetto un poco scorbutico e un illetterato cacciatore. No. È più profonda la questione.

Gaston (qui interpretato da Luke Evans) è la scelta facile. Viene dal suo villaggio, potrebbero sposarsi e avere una semplice vita. Alla fine con chi la tradirebbe mai? Ci sono otto persone nel villaggio. Lui sarebbe l’accontentarsi, lui sarebbe la scelta più logica secondo le tradizioni della propria epoca. Ma Gaston è qualcosa di più se valichiamo i confini geografici e temporali dell’epoca in cui si svolgono i fatti. Gaston è l’apparenza. Se portiamo i personaggi in un’ottica contemporanea Gaston non è più la scelta infattibile, il cattivo della favola: Gaston è il bello, il palestrato, lo sportivo. Non ci sono solo qualità negative se lo poniamo nell’epoca dei social network: nel suo villaggio Gaston è rispettato e se lo vediamo con gli occhi di oggi allora è il classico belloccio che mette foto su Instagram in cui mostra il fisico e viene coperto di like.

Gaston è superficialità e banalità senza essere sostanza: davvero non conoscete nessuno così? È il bello (nel cartone era solo una sorta di stereotipo del macho, nel film Luke Evans è bello senza calcare eccessivamente la mano) che si spacca di palestra, mette foto sui social per procurarsi like, di cui vive;  è lo stesso che mette frasi su Facebook in inglese rubate da film che in realtà non comprende, selfie e foto di se stesso con annessi versi da poesie romantiche (nel senso quasi ottocentesco) che non ha veramente letto. Il tutto per accaparrarsi la stima del web. Perché Gaston, e i suoi discendenti, sono questo: sono la prova che se non piaci agli altri non puoi piacere a te stesso. E via con le foto: degli allenamenti in palestra, foto davanti a paesaggi belli che perdono il loro significato melanconico, altre foto, di se stessi sempre, intenti a viaggiare senza assorbire nulla che paiono improvvisate ma che sono frutto di premeditazione e zeppe di pose plastiche e contraffatte. Prova a parlare poi con Gaston: ha messo le foto dell’Australia ma si è mai chiesto quale sia la storia degli aborigeni? Era in Sicilia, al mare, slip bianco, che classe, ma la valle dei Templi l’ha visitata? Ha messo uno status tratto da “Blade Runner”: si interroga mai sull’etica nella robotica? No, no e poi no. Gaston non è. Gaston appare.

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Ecco i due Gaston.

Poi c’è la Bestia. La Bestia non è più un principe superficiale e vanaglorioso. La maledizione non lo ha cambiato in meglio rendendolo aperto alla comprensione. Lo ha reso solo. Non ha imparato a rapportarsi con gli altri ma cita delle poesie a memoria. Crede che tutto ciò che gli è capitato sia ingiusto, che il mondo, di conseguenza, sia malvagio e spietato. La Bestia è chiusa in se stessa e tutto ciò che fa non è dettato dalle idee di dovere o dalla morale del mondo: lui legge e continua a farlo perché vuole. Lui salva Belle dai lupi perché è quello che la sua stessa coscienza gli dice. Alla Bestia non importa il giudizio del mondo. La Bestia è quel ragazzo ( o ragazza) che è ciò che vuole essere. Perché il parere del mondo, che ci perviene tramite i “like”, alla fine non conta. Se al mondo non piaci, se il mondo non ti comprende, se hai pochi follower su Twitter sei una Bestia? La Bestia se fosse una persona nei nostri giorni sarebbe colui che non si adegua alle angherie e alle pretese superficiali.

Oltre la maledizione, il lieto fine previsto, le esigenze della trama è importante quindi sottolineare il coraggio della scelta di Belle: il film, il cartone, la favola ci insegnano che le convenzioni sono adatte solo a chi è un pupazzo nelle mani della folla. Le principesse, e i principi, fanno di testa loro. Così si diventa protagonisti. #likeforlike?