"Irrational man": il pessimismo adolescenziale di Woody Allen

“Irrational man”: il pessimismo adolescenziale di Woody Allen

Uscita nelle sale italiane: 25 dicembre 2015 

Trama
Il professore di filosofia Abe Lucas (Joaquin Phoenix), deluso e angosciato dall’assurdità e dal peso dell’esistenza, si trasferisce in un’altra città per andare a insegnare in una nuova università. Qui inizierà a frequentare prima Rita, moglie di un collega, e poi Jill (Emma Stone), studentessa affascinata dall’atteggiamento autodistruttivo di Abe e dal suo pessimismo nei confronti del mondo e della vita.

Recensione
Una cosa è certa: Woody Allen non ha più il carisma di un tempo. E non basta l’indiscutibile talento dei due attori protagonisti per nasconderlo.

Nel suo ultimo film, il regista newyorkese ci mette di fronte agli occhi quello che il personaggio di Diane Keaton in Manhattan avrebbe definito efficacemente “pessimismo adolescenziale”. Ci sembra tuttavia che sia stata fin troppo buona: azzarderemmo anche “infantile”.

La filosofia di Kant, l’esistenzialismo francese, Kierkegaard e il tema del caso si riuniscono in un grande cocktail di nichilismo banale, visto e stravisto nelle precedenti pellicole di Allen dove però, per lo meno, la regia, la narrazione e l’ironia distoglievano l’attenzione dalle scontate argomentazioni metafisiche.

In Irrational man la pratica filosofica è infatti rappresentata dal regista unicamente in quanto teoria vuota e masturbatoria, da distinguersi dalla vita reale, insensata e imprevedibile e perciò inutilmente concettualizzata dalla filosofia.

Il personaggio principale, incapace di provare soddisfazione nei confronti della vita (l’impotenza sessuale è uno dei tratti che lo caratterizza all’inizio del film), intraprende la via dell’autodistruzione, avendo realizzato che anche le grandi battaglie della politica e nel sociale non portano mai a un cambiamento concreto. Per contro, l’unica azione veramente morale e che riaccenderà il desiderio del professore si tradurrà in un omicidio premeditato, un passaggio all’atto che ben riflette la condizione dell’uomo contemporaneo.

Chi potrebbe obiettare, in effetti, che ci troviamo nell’epoca della più sfrenata ricerca del piacere? E perché, questo? Proprio perché tutto ci è permesso, siamo democraticamente impotenti di fare la differenza. Incastrati nella ripetizione, solo un’azione immorale sarebbe quella davvero morale, permettendo all’individuo di non confondersi nella virtualità e inconsistenza dell’oggi e di tornare a desiderare in quanto singolo.

Film significativo, dunque, ma malgrado lo stesso Allen, verrebbe da dire.

Un abisso separa questa pellicola da Match Point, per esempio, dove vengono trattate tematiche analoghe (con evidenti e raffinati echi dostoevskijani), ma vengono filtrate da un brillante impianto narrativo e simbolico. Al contrario, qui tutto è presentato direttamente e senza schermi simbolici di alcun tipo, benché poi ogni cosa inevitabilmente finisca per crearne uno proprio e indipendentemente dalla volontà dell’autore. La filosofia, infatti, non costituisce più un elemento tangenziale nei film di Woody Allen, essa viene qui rappresentata nella sua crudezza e naturalità, in posizione centrale e perde ogni odore e sapore; ci appare infatti secondo la concezione comune: uno spreco di tempo ed energie. Emblematiche le parole dello stesso Abe che afferma che esiste un’ enorme differenza tra i libri di filosofia e la vita reale. Altro sintomo del nostro tempo? Certamente, ma ancora una volta il merito di averne colto l’essenza ci sembra andare oltre le intenzioni (e le intuizioni) del regista.

Il tutto si corona con un finale che sembra confermare l’(ormai antico) adagio alleniano: “quanto è ironica e imprevedibile la vita”. Un messaggio già chiaramente trasmesso nei film di Allen fin dagli anni ’70 e ’80.

Insomma, è triste vedere come un autore in passato brillante sia arrivato a una tale superficialità, insipidezza e carenza di argomenti. Ma del resto, quando lo scopo della propria arte, come lo stesso regista ha dichiarato a Cannes, diventa una fuga dalla realtà quotidiana, si finisce per scadere. Non importa dove, si scade.

L’arte deve essere invece la necessità di un individuo in grado di fare considerazioni inattuali in un’epoca che comunque lo ha costituito come figlio del suo tempo. Nulla, al contrario, è più contemporaneo di Irrational man. Senza nessun passo di lato, ci troviamo di fronte al mero presente e siamo solo oggetti in un mondo che diviene.

Ci sembra coerente affermare che, come scrisse il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche parlando di dio, “Woody Allen è morto. E noi l’abbiamo ucciso.”