Elle: quando il cinema europeo è più coraggioso di Hollywood

Elle: quando il cinema europeo è più coraggioso di Hollywood

Presentato l’anno scorso al festival di Cannes, l’ultimo film di Paul Verhoeven (Total Recall, Basic Instinct) è nelle sale italiane dal 23 marzo. La protagonista è Michèle Leblanc (Isabelle Huppert), donna di successo che presiede una società di programmazione di videogiochi, la cui vita è segnata dallo stupro subito in casa propria ad opera di uno sconosciuto in passamontagna. L’evento continua a perseguitare la donna che inizia la ricerca del suo aggressore, nascondendo la violenza ad amici e familiari e ripercorrendo la propria infanzia e gli orrori compiuti dal padre.                                     Verhoeven torna a coniugare insieme sesso e criminalità, questa volta dalla parte della vittima, e decide di andare oltre la visione borghese e falsamente femminista della donna. Il film si apre con la violenza subita da Michèle a cui assiste solo il suo gatto e la sequenza viene riproposta ogni volta che la protagonista la rievoca nella propria mente, immaginando le reazioni e i diversi comportamenti che avrebbe potuto avere. I ricordi sono presentati in maniera violenta, quasi mai annunciati e colpiscono ogni volta nello stesso modo.

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Così come l’aggressione, anche la reazione di Michèle non è prevedibile: la donna decide di non denunciare la violenza né di parlarne con chi potrebbe darle un aiuto concreto o del semplice conforto. Il suo carattere glaciale sembra non uscire turbato e nulla nel suo comportamento tradisce quanto ha subito. La protagonista decide invece di cercare il suo assalitore e, dopo averlo trovato, inizierà con lui un rapporto che esula da qualsiasi relazione tra vittime e carnefici. Le ragioni dietro questo comportamento possono forse essere rintracciate nei drammatici avvenimenti che hanno segnato la sua infanzia e che ancora si ripercuotono su di lei e sulla sua vita professionale. Il tema delicatissimo della violenza sessuale è affrontato quasi con distacco: Michèle sbriga commissioni e continua la sua vita senza denunciare l’accaduto, prendendo misure di sicurezza ma rifiutando di essere additata come vittima di un’aggressione che considera umiliante. La donna inizia una ricerca che si avvicina ad un gioco di ruolo e non è quindi un caso che lavori come produttrice di videogiochi. Differenza non da poco rispetto al romanzo “Oh…” di Philippe Djian, cui il film è ispirato, in cui la protagonista è invece alla guida di un gruppo di sceneggiatori televisivi. La grande varietà di caratteri assunti dai personaggi riassume comportamenti umani che possiamo ritrovare ogni giorno. Ognuno di loro conduce una vita “virtuale”, nascondendo comportamenti dietro le scelte altrui o la negazione di sé. I riferimenti videoludici sono precisi e costellano tutto il film, sopra tutti Styx: Master of Shadows, il videogioco in fase di sviluppo nella società di Michèle.

Un ulteriore punto di forza del film è costituito dal cast, guidato da un’intensa e glaciale Isabelle Huppert (La merlettaia, Il buio nella mente). L’attrice alterna perfettamente i momenti più drammatici e violenti della sceneggiatura, alle grottesche sequenze con la madre e la nuora. La Huppert, cui era stato inizialmente offerto il ruolo prima ancora della scelta di Verhoeven dietro la macchina da presa, fu messa da parte quando il regista provò a girare il film a Hollywood. Per fortuna sua (e soprattutto di noi spettatori) il progetto, considerato troppo ardito sul suolo statunitense, è tornato in territorio francese e la Huppert ha avuto modo di offrire una delle sue prove più intense dopo La pianista (Michael Haneke, 2001). La performance ha riscosso un successo incredibile e insperato, se si considerano le precedenti sviste nei confronti dell’attrice nel circuito dei premi internazionali (la Huppert è tra le attrici più premiate nei festival cinematografici e meno blasonate a livello francese ed europeo). Tra i riconoscimenti ricevuti dall’attrice per questo film, ricordiamo solo il secondo César (su un totale di 16 nomination in carriera), il Golden Globe alla migliore attrice drammatica e la prima, tardiva candidatura al premio Oscar. La performance avrebbe senz’altro insidiato pericolosamente la vincitrice Emma Stone, ma il film è evidentemente risultato troppo estremo per i membri dell’Academy che hanno escluso Verhoeven dalla rosa del miglior film straniero.

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Inquadrare il film all’interno delle rigide caselle di un genere cinematografico risulta problematico: non si tratta di un revenge movie al femminile poiché la vendetta compare solo marginalmente nella mente della protagonista; non è –come ho avuto modo di leggere con orrore in altre recensioni– “semplicemente una black comedy”, sia per l’argomento trattato, sia per il modo in cui viene affrontato; lo si potrebbe definire film d’autore a tutti gli effetti se altri autocompiacenti registi non avessero reso respingente l’espressione e polveroso il genere, proponendo ad ogni nuova opera gli stessi temi e lo stesso stile che hanno contraddistinto la loro intera filmografia senza alcun elemento di innovazione. Elle è la prova che una via di uscita da questo circolo vizioso esiste e che a volte i cosiddetti “veterani” dimostrano ancora la volontà di raccontare storie non convenzionali e un coraggio che manca ai più giovani.

La vita è breve, l'arte è lunga, la letteratura necessaria, il cinema indispensabile, il teatro vitale e anche oggi sono indietro con le mie serie TV.