Aria di musical: 10 classici che hanno fatto la storia (secondo atto)

Aria di musical: 10 classici che hanno fatto la storia (secondo atto)

Ed eccoci di ritorno!

Continua il nostro percorso attraverso la storia del cinema sotto il segno del musical. Se qui, avevamo parlato dei primi cinque film, adesso concludiamo la nostra top ten arrivando fino ai giorni nostri.

Cabaret (Bob Fosse, 1972)

Berlino, 1931. La Repubblica di Weimar mostra inconfutabili e i segni di un’amarissima crisi e le forze del nazismo iniziano a prendere il potere. Fosse, regista e coreografo di Broadway, gira il suo secondo film alternando richiami espressionistici nella fotografia e nelle scenografie, l’incubo del nazismo e il disincanto che regna all’interno dei cabaret frequentati sia da ricchi borghesi che da libertini. La narrazione si sviluppa attorno ad ognuno di questi ambiti e ruota attorno alla figura di Sally Bowles, il ruolo più riuscito di Liza Minnelli, la cui energia non viene spenta né dalle lunghe ombre della storia, né dal dramma amoroso di un triangolo privo di centro. Nell’anno d’uscita del primo capitolo de Il Padrino, il film riceve ben otto riconoscimenti dagli Academy tra cui quello al Migliore attore non protagonista, in una sfida che vedeva tutti gli uomini di Don Corleone contro un Joel Grey in grado di incarnare tutto il lusso e il declino di una nazione.

La bella e la bestia (Gary Trousdale e Kirk Wise, 1991)

Il lungometraggio d’animazione di casa Disney costituisce un esempio troppo spesso trascurato della produzione di musical. La scelta di inserire La bella e la bestia è in realtà alquanto arbitraria, ed è dovuta al semplice fatto che ritengo questo classico uno dei più riusciti sotto ogni livello. La Disney si è sempre avvalsa di compositori e autori dei testi di calibro altissimo che firmassero le colonne sonore: Alan Menken e Howard Ashman hanno curato le canzoni de La bella e la bestia e La sirenetta, Hans Zimmer, Tim Rice e Elton John hanno lavorato a Il re leone mentre Stephen Schwartz ha collaborato alle partiture di Pocahontas. Vale la pena ricordare che La bella e la bestia, ha ottenuto ben sei nomination agli Oscar tra cui, primo caso per un film d’animazione, quello al miglior film.

Moulin Rouge! (Baz Luhrmann, 2001)

In molti attribuiscono a Luhrmann il merito di aver riportato in auge il genere dopo anni di esperimenti poco riusciti e film Disney. Il film rientra nel gruppo dei jukebox musical, ovvero opere che non presentano canzoni originali: troviamo pezzi scritti e portati al successo da Madonna, Christina Aguilera e i Nirvana. Il film eleva esponenzialmente quelle che sono sempre state le caratteristiche con cui si è identificato il genere e trascina in un trionfo di colori ed emozioni, grazie soprattutto ad un attentissimo lavoro dei reparti di scenografia, costumi e fotografia. Nicole Kidman ed Ewan McGregor, nonostante non siano cantanti professionisti, trasmettono tutto lo spettro di emozioni della sceneggiatura, liberamente adattata da La signora delle camelie e La traviata.

Chicago (Rob Marshall, 2002)

Ritorna il nome di Bob Fosse, questa volta “soltanto” in qualità di ideatore, sceneggiatore, coreografo e regista della versione originale andata in scena a Broadway nel 1975. L’opera si svolge negli anni Venti all’interno della prigione della contea di Cook e ha per protagoniste due recluse e l’avvocato che dovrebbe difendere gli interessi di entrambe. Il film rispetta ed esalta la critica cinica e graffiante rivolta alla ricerca della celebrità a tutti i costi. I numeri musicali sono ora inseriti all’interno del racconto, ora – nel caso in cui costituiscano un monologo interiore dei personaggi – proiettati in un teatro di vaudeville. Il 2002 fu annus mirabilis per la cinematografia hollywoodiana, che si arricchì di titoli quali The Hours, Il pianista, Gangs of New York, Lontano dal paradiso e non è un caso che la vittoria di Chicago dell’Oscar al miglior film abbia lasciato l’amaro in bocca a una buona parte degli spettatori. A portare a casa la statuetta quella sera fu anche Catherine Zeta-Jones, un’implacabile Velma Kelly, che divide lo schermo con la Roxie Hart di Renée Zellweger.

La La Land (Damien Chazelle, 2016)

La La Land è il punto di arrivo ideale di questo percorso, per la sintesi che effettua dei meccanismi musical e per l’elevatissimo numero di citazioni a film precedenti, non sempre dichiarate agli occhi di uno spettatore meno attento. Justin Hurwitz, Benj Pasek e Justin Paul hanno creato una trappola musicale da cui è difficile liberarsi e che accompagna molto dopo aver lasciato la sala del cinema. Parlarne diffusamente mi sembra ridondante dopo mesi di dibattiti su meriti, critiche e premiazioni: lo hanno fatto altri molto meglio di quanto possa fare io in questa sede. Rimane il fatto che, piaccia o non piaccia (ma seriamente: come fa a non piacere?), il film di Chazelle si è ritagliato un posto tra i più grandi musical del cinema e sarà preso a esempio anche dai Vincente Minnelli delle future generazioni.

 

La vita è breve, l'arte è lunga, la letteratura necessaria, il cinema indispensabile, il teatro vitale e anche oggi sono indietro con le mie serie TV.