13 ragioni… per cui 13 è un’opportunità sprecata

13 ragioni… per cui 13 è un’opportunità sprecata

Parliamo di 13 Reasons Why, la serie più discussa e dibattuta degli ultimi mesi. I protagonisti sono studenti di un liceo degli Stati Uniti e la storia tratta un tema molto sensibile: quello del suicidio. Un argomento talmente delicato da aver portato diverse scuole americane a sconsigliare ai genitori di farla vedere ai figli. Ah, state pur tranquilli, nell’articolo non ci saranno veramente 13 ragioni, ma solo un commento, e non ci saranno spoiler.

La storia inizia quando Hannah Baker, studentessa 17enne della Liberty High School, si è già suicidata, e continua per 13 intense puntate, una per ogni audiocassetta che Hannah ha lasciato a chi le ha fatto del male e in qualche modo l’ha portata a togliersi la vita. Ogni puntata è dedicata a un altro ragazzo o ragazza del liceo, e in questo modo impariamo a conoscere Hannah e le persone che la circondano. Mentre genitori e insegnanti sono increduli per quel che è successo, gli studenti sanno ben più di quello che dicono, ma… e qui mi fermo per evitarvi spoiler.

La serie è ben costruita e coinvolge lo spettatore fino all’ultimo episodio, per la tensione del sapere come andrà a finire e scoprire se la verità salterà finalmente fuori. In ogni puntata si scopre qualche dettaglio in più, ma allo stesso tempo il mistero si infittisce, il che rende la serie un ottimo esempio di “fidelizzazione” perché di fatto chi la guarda non riesce a staccarsi dallo schermo. Quello che invece non mi è piaciuto è la totale (o quasi), mancanza di empatia con la protagonista, Hannah. Solitamente lo spettatore tende a identificarsi e a simpatizzare coi protagonisti di una storia, ma in questo caso il personaggio di Hannah è descritto in modo superficiale e poco dettagliato. Inoltre la protagonista affronta una serie di eventi più o meno terribili e che hanno un impatto notevole nella vita di una persona, ma lo spettatore non percepisce tutto questo col giusto coinvolgimento. In più di una discussione tra amici mi è capitato di sentire che “per cose così ci siamo passati tutti”, ma non è vero, perché non tutti affrontano quello che è costretta ad affrontare la protagonista (non si arriva al suicidio semplicemente per una giornata storta), solo che la serie non riesce a trasmettere veramente le emozioni di Hannah e anzi, arriva a renderla a volte quasi fastidiosa.

Il vero protagonista della storia non è tuttavia Hannah, bensì Clay Jensen, ragazzo timido e socialmente insicuro amico della ragazza. E’ lui a farcene ascoltare la storia. Clay non si spiega perché ha ricevuto i nastri e dovrebbe essere anche lui tra i “colpevoli”, ed è anche questo mistero a tenere incollati gli spettatori allo schermo fino all’ultima cassetta. Il personaggio di Clay è decisamente più sfaccettato di quello di Hannah, e non si limita al cliché dello “studente sfigato”, mostrando sentimenti a volte contrastanti e mettendo a nudo la vulnerabilità di un ragazzino del liceo che affronta qualcosa molto più grande di lui.

In generale, 13 Reasons Why vuole essere una critica ad una società che non si accorge di chi sta male e ha bisogno di aiuto. Hannah sembra una ragazza forte e determinata (anche nella sua “vendetta” contro chi le ha fatto del male), ma di fatto non lo è: è una ragazza molto emotiva e profondamente sola, che non trova la forza di chiedere una mano a chi le è vicino. Purtroppo tutto questo non è mostrato in modo approfondito, il che fa restare ’13’ al limite della serie adolescenziale (altra critica sollevata da molti).

Non credo questa serie TV inciti al suicidio o banalizzi il tema, cosa che hanno già scritto in tanti. Credo piuttosto che sia stata sprecata una buona occasione per parlarne meglio. Non sarà di certo la serie della vita, ma credo che 13 Reasons Why valga comunque la pena di essere vista.