Viaggio nell'Ungheria di Orbán, un regime autoritario in piena Europa

Viaggio nell’Ungheria di Orbán, un regime autoritario in piena Europa

Lo scorso 23 ottobre l’Ungheria ha festeggiato una ricorrenza storica particolarmente significativa per il paese. Esattamente sessant’anni prima, infatti, il popolo ungherese dava vita ad una rivolta contro il regime comunista imposto dall’Unione Sovietica. Nei giorni di quell’insurrezione, chiamata in seguito “rivoluzione del 1956”, morirono tanti ungheresi: oltre 2’000, contando le vittime di entrambi gli schieramenti. L’esito fu drammatico: prima di metà di novembre la rivolta fu stroncata dall’intervento dell’esercito sovietico, che restaurò un governo fedele a Mosca.

Per ricordare le vittime di quella rivoluzione fallita, il governo ungherese aveva fatto preparare un enorme palco a Kossuth tér, il largo piazzale di fronte al Parlamento ungherese a Budapest. Il 23 ottobre 2016 dal centro del palco Viktor Orbán, primo ministro ungherese, pronunciava un discorso di commemorazione. Davanti a lui una vasta folla accorsa a celebrare l’anniversario; mentre in un angolo, separati dal resto del pubblico da un lungo cordone di poliziotti, alcuni oppositori del governo provavano a coprire la voce del premier con fischietti e vuvuzelas. Un’immagine che ben rispecchia lo stato attuale della democrazia in Ungheria.

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La piazza davanti al Parlamento ungherese al termine della commemorazione della rivoluzione del ’56 / 23 ottobre 2016 (C: M. Guidi)

Dalle elezioni parlamentari del 2010 Fidesz (Unione Civica Ungherese), il partito guidato da Orbán, ha la maggioranza in parlamento. Da quel momento il partito di governo ha intrapreso una serie di riforme costituzionali per accrescere la propria forza, garantendosi così una lunga permanenza al potere. I parlamentari di Fidesz hanno per prima cosa approvato una nuova legge elettorale, in modo da far ottenere al loro partito i 2/3 dei seggi in Parlamento. Così è stato: nell’elezione del 2014 Fidesz ha ottenuto 135 seggi dei 199. Da quel momento l’Ungheria vive in una vera e propria dittatura, dove la schiacciante maggioranza del partito di Orbán non trova nessun avversario valido tra sé e il potere.

Da parte loro, le opposizioni sono troppo frammentate per poter cambiare le cose. La sinistra, incarnata dal Partito socialista, al governo l’ultima volta dal 2004 al 2010 in coalizione con l’Alleanza dei liberali, è schiacciata dal peso della corruzione e da anni di cattiva amministrazione. A sentire alcuni politologi ungheresi, la sinistra per ora è condannata a giocare un ruolo minore nello scacchiere politico nazionale: fino a quando non ci sarà un ricambio ai vertici dei partiti, difficilmente gli ungheresi riporranno la loro fiducia nelle mani dell’opposizione. C’è poi il partito di estrema destra Jobbik, cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, fino a diventare un avversario per Fidesz, al momento l’unica alternativa credibile per gli ungheresi. Se Orbán ha assunto posizioni sempre più estremiste di recente, specie in tema di immigrazione, lo ha fatto soprattutto per strappare voti a Jobbik.

L’Ungheria sta vivendo una vera e propria crisi nella sua breve vita democratica. Il partito di Orbán non è sicuramente meno corrotto dei precedenti. Anzi, è ormai risaputo come il premier faccia largo uso dei fondi di sviluppo regionale ricevuti dall’Unione europea per mantenere una fitta rete clientelare fedele al governo. Eppure, grazie ad un uso sapiente (per non dire criminoso) dei principali media pubblici, Orbán è riuscito a calare una cortina di fumo all’interno del paese. Come in un libro di Orwell, le tv nazionali bombardano i cittadini coi messaggi di propaganda selezionati dal governo. Che si tratti dei migranti che transitano per l’Ungheria o dei diktat imposti da Bruxelles, Orbán è abile a trovare di volta in volta un nemico (mediatico) sul quale concentrare l’attenzione dei suoi elettori, solleticandone al tempo stesso l’orgoglio nazionalista. Così in pochi pensano ai veri problemi del paese, come la corruzione endemica dei vertici politici o le pessime condizioni dei servizi pubblici: dalla sanità alla scuola.

“Noi non ci lasceremo sovietizzare da Bruxelles e dalla Ue, noi resteremo nazione sovrana, lo vogliamo oggi come lo volemmo nel ‘56″, ha detto Orbán nel suo discorso il 23 ottobre. Il parallelo tra l’Unione europea di oggi e l’Unione sovietica di allora lascia capire fino a che punto siano disposti a spingersi Orbán e i suoi seguaci. Ottenere consenso plasmando la realtà a proprio piacimento: è questa la strategia di Fidesz. E finora, grazie al controllo sistematico dei maggiori organi di informazione ungheresi, sta funzionando alla perfezione. O quasi.

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Cartellone di propaganda governativa: “Abbiamo mandato un messaggio a Bruxelles: il 98% (dei partecipanti al referendum) ha votato ‘No’!”

A inizio ottobre in Ungheria si è tenuto un referendum molto importante per Orbán. Il popolo ungherese era chiamato a pronunciarsi sul sistema di ridistribuzione dei rifugiati (le famose “quote”) votato a maggioranza dagli Stati dell’UE. Sebbene dal punto di vista legale il risultato non sarebbe comunque servito a nulla, il governo teneva particolarmente a una vittoria del “No”. Alla fine il “No” ha vinto, ma il quorum necessario non è stato raggiunto: così il piano di Orbán per una volta è fallito. Eppure il governo non ha cambiato di una virgola la sua posizione anti-rifugiati. Posizione da cui è poi scaturito il recente botta e risposta tra il premier italiano Renzi e lo stesso Orbán.

Viene da chiedersi: l’Unione europea in tutto questo sta a guardare? Il governo di un paese membro viola apertamente alcune fondamentali regole europee e nonostante questo continua a partecipare alle decisioni , ma soprattutto a ricevere fondi da Bruxelles. Proprio i fondi grazie ai quali Orbán in sostanza mantiene il suo potere. Invocando un futuro veto al bilancio europeo, Renzi ha mostrato di aver capito cosa il suo omologo tema di più: la chiusura del rubinetto dei fondi comunitari in favore del suo paese.

Eppure sembra che le cancellerie europee per l’ennesima volta non abbiano capito la situazione. Alcuni trattano Orbán come se fosse un populista alla stregua di Le Pen o Salvini. Si è arrivati al punto di inserirlo tra i critici, alla stregua di Trump, dei sostenitori della globalizzazione a tutti i costi. Probabilmente si tratta di una faccenda molto più semplice: Orbán è un leader autoritario, pronto a tutto pur di mantenere il suo governo al potere; anche ad interpretare diversi ruoli sulla scena. Sarebbe l’ora che l’UE prendesse sul serio la questione e ponesse fine a questa recita di cattivo gusto. Ma ne è davvero in grado? E soprattutto gli Stati membri ne avrebbero il coraggio in questa fase assai delicata per il progetto europeo?

La risposta è presto detta. Così Orbán può continuare ad approfittare dell’indecisione dei suoi vicini, e ad ingannare i suoi concittadini. L’Ungheria ha sicuramente vissuto tempi migliori.

Studia e vive a Bruxelles. Scrive di politica internazionale, Europa e Italia. Non crede nelle soluzioni facili ai grandi problemi. Segni particolari: europeista convinto. Twitter: @WattGuidi