TTIP: i punti oscuri del trattato

TTIP: i punti oscuri del trattato

Il TTIP, acronimo inglese di Transatlantic Trade and Investment Partnership, è un accordo commerciale fra Stati Uniti, Canada, Messico, Svizzera, Norvegia ed i 28 paesi dell’Unione Europea.

L’accordo è tuttora in fase di discussione e ha origini lontane: infatti, sebbene i negoziati siano iniziati nel 2013, l’idea era in preparazione da oltre dieci anni.

I negoziati, che dovrebbero concludersi entro fine anno, si tengono in regime di segretezza; ciò comporta un problema non indifferente per chi cerca una risposta alla domanda “Cos’è il TTIP?”. Per il momento non si conoscono con precisione tutti gli elementi del trattato, tuttavia sappiamo per certo i cardini sulla quale questo accordo dovrà lavorare.

Il TTIP prevede la creazione di un’area di libero scambio tra i paesi firmatari; il libero scambio verrà raggiunto abbattendo i dazi doganali, rimuovendo gli ostacoli non inerenti ai dazi (come le barriere non tariffarie, di sapore marcatamente protezionista) e uniformando le normative dei paesi stessi.

L’accordo riguarderà non solo i beni ma anche i servizi, gli investimenti e gli appalti; prevederà inoltre delle contromisure a salvaguardia dei prodotti nazionali (se minacciati da un’eccessivo “successo” dei prodotti stranieri) e da misure atte a uniformare i prezzi.

Potenzialmente l’accordo è molto valido, in quanto si darebbe vita a un’unione economica fra parecchi dei paesi più ricchi e potenti del mondo, parliamo di circa il 50% del PIL mondiale (fonte IMF, 2013). L’accordo inoltre, questa è una mia considerazione, potrebbe fungere da apripista per future intese non riguardanti necessariamente l’economia.

Se sulla carta il TTIP è qualcosa di positivo, vi sono dei punti oscuri che hanno fatto del trattato un oggetto di dibattito, soprattutto in Europa. I fautori dell’accordo ritengono che il TTIP sia un mezzo importante per risollevare le economie, rimuovendo barriere ritenute antiche e facilitando il commercio fra gli Stati. Gli oppositori sostengono che l’accordo è frutto della volontà delle multinazionali e che gli Stati si siano piegati ad esse.

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Una protesta anti-TTIP a Londra

Il punto più controverso è dato dall’eccessiva libertà che il commercio acquisirebbe: qualsiasi norma contraria al trattato diverrebbe illegale e nulla; per assurdo, una norma atta a limitare il trattato in favore dei diritti umani dei lavoratori, sarebbe un ostacolo al TTIP, quindi non legale. Il trattato, per quanto ci è dato sapere, non prevede degli strumenti rivolti alla sicurezza dei lavoratori, dell’ambiente e dei consumatori, quindi potrebbero (potenzialmente) verificarsi delle situazioni paradossali come quella dell’esempio di poco fa.

Inoltre, la creazione di un’area di libero scambio fra Stati così diversi, non solo territorialmente ma anche politicamente, crea un altro aspetto preoccupante. Utilizzerò un altro esempio per illustrarlo: l’Unione Europea ha il pregio di creare parecchie normative che tutelano la salute dei consumatori; gli Stati membri conservano comunque notevoli poteri e hanno la possibilità, in armonia con la legislazione comunitaria, di creare nuove leggi o migliorare quelle europee. Un prodotto alimentare qualsiasi è quindi soggetto a controlli previsti sia dall’UE che dagli Stati; la produzione deve avvenire in determinati contesti; alcuni pesticidi, conservanti, coloranti e altre schifezze (consentitemi l’espressione) sono vietati. Sulla tavola arrivano quindi dei prodotti con degli alti standard qualitativi (i più alti al mondo).

Gli Stati Uniti non hanno degli standard così elevati, anzi è vero il contrario: là si utilizzano molti OGM, antibiotici per la crescita, conservanti e altro. Grazie al TTIP, un prodotto americano, qualitativamente inferiore di uno europeo, avrebbe libero accesso di arrivare negli scaffali dei nostri supermercati.

Il trattato inoltre andrebbe a danneggiare la piccola e media produzione locale, in quanto il mercato offrirebbe prodotti più economici e in quantità superiore, fatti dalle multinazionali, che aumenterebbero la loro fetta di guadagno.

Non ho difeso il TTIP e non lo difenderò. Credo che il trattato sia un’idea buona ma che vada molto ridimensionato. Su questi termini non vedo vantaggi, se non per i portafogli, già gonfi, delle multinazionali. Vedo poi parecchi svantaggi: qualità dei prodotti in calo, piccole aziende sempre più in crisi, ambiente sempre meno tutelato. In pratica le multinazionali avrebbero più possibilità di affari e dovrebbero aumentare le loro produzioni, rigorosamente senza regole (o con regole ancora troppo deboli) a tutela del pianeta.

L’aspetto più preoccupante è che il processo che sta portando alla creazione del trattato, avvenendo segretamente, è parecchio antidemocratico: non ci è dato sapere nulla, o quasi , e non sapendo nulla non possiamo dire la nostra. Non vorrei che questo modo di fare diventasse un’abitudine per l’Unione Europea, da sempre un’istituzione a fianco del cittadino. Sarebbe un enorme passo indietro.

Perciò, TTIP? No, grazie.

Anzi, sì grazie, ma solo con norme severe in difesa del consumatore, dell’ambiente e del lavoratore.

Studente di Scienze internazionali ed istituzioni europee, appassionato di storia moderna e contemporanea, sport americani e natura. Scrivo per soddisfare la mia voglia di condividere idee e cercare un confronto costruttivo.