Referendum for dummies

Referendum for dummies

Il 4 dicembre saremo chiamati alle urne per approvare o bocciare le modifiche alla Costituzione proposte dal governo. Ma in concreto, su cosa dobbiamo decidere? Vediamolo insieme (prometto che cercherò che di essere il più equidistante possibile!).

Quello di dicembre sarà il terzo referendum costituzionale della nostra storia, dopo quelli del 2001 (che fu approvato) e quello del 2006 (che fu bocciato).

La riforma è stata proposta dal governo Renzi, il quale ha legato ad essa il proprio futuro politico, salvo poi parzialmente ritrattare, per poi tornare nuovamente sui propri passi. Questa mossa è difficile da giudicare. Il consenso a Renzi mediamente è stato attorno al 35%, per cui cosa lo abbia indotto a pensare di poter arrivare al 50% è un mistero. D’altra parte chiaramente se si dice “se perdo me ne vado”, il referendum dall’essere una votazione sui meriti della riforma diventa una votazione sulla persona di Renzi, ma anche una discussione sulle alternative a Renzi. Infatti ci saranno molte persone indecise che turandosi il naso voteranno “Sì” per paura di un governo pentastellato.

Non so se questo “sporco trucco” sia destinato ad avvantaggiare il premier o meno, certamente ha svuotato la discussione politica sui meriti della riforma.

Ma noi che siamo persone serie ci prendiamo comunque il “munus” (cit. Zagrebelski) di addentrarci nella sostanza.

Riforma del Senato:
Noi italiani siamo tra i pochissimi al mondo ad avere un bicameralismo paritario: qualsivoglia provvedimento deve essere approvato da entrambe le camere nella stessa forma. Per cui se si cambia una virgola da una parte, bisogna poi rimandare tutto dall’altra. Siccome siamo un popolo creativo e perennemente alla ricerca della furbata, ciò ha dato luogo alle cosiddette navette parlamentari, in cui lo stesso provvedimento – ma con forme differenti – è rimbalzato più volte tra le due camere. Questo problema fu evidente da subito, tanto che nel 1951 ci fu il primo gruppo parlamentare dedicato al problema. Ci sono poi state numerose assemblee sul tema, ma nessuna ha mai prodotto alcunché.

Per superare il bicameralismo paritario e snellire il processo legislativo, si è quindi proposto di differenziare le competenze tra le due camere. Il Senato diventerebbe il Senato delle Regioni ed avrebbe competenze differenti dalla Camera dei Deputati, che resterebbe invece com’è ora. Il Senato diventerebbe quindi rappresentante delle istituzioni territoriali, esercitando funzioni di raccordo tra Stato ed altri enti costitutivi della Repubblica, e tra essi e l’UE, partecipando quindi alla formazione e all’attuazione delle politiche comunitarie, verificandone l’impatto diretto sui territori. Al nuovo Senato spetterà anche la valutazione delle politiche pubbliche e delle attività delle pubbliche amministrazioni, la verifica dell’attuazione delle leggi dello Stato e l’espressione di pareri sulle nomine di competenza del Governo; tutte le funzioni sono sempre esercitate “in concorso” con l’altra camera.

Le esatte competenze del nuovo Senato sono “riassunte” nell’articolo 70, oramai divenuto celeberrimo. Tra le critiche c’è il fatto che questo articolo diventerebbe troppo complesso. Secondo me è una critica abbastanza idiota, ci sono cose complesse che non sono riassumibili in una frase, e comunque la complessità deriverebbe dai continui riferimenti ad altri articoli, per cui se si ha voglia li si legge tutti, sennò amen.

Cambierebbe anche la composizione del Senato che passerebbe dai 315 membri attuali, più senatori a vita, a 100 di cui 95 scelti tra sindaci e consiglieri regionali (votati da questi ultimi) e massimo 5 scelti dal Presidente della Repubblica per meriti speciali. I 95 avrebbero una mandato che durerebbe quanto quello di consigliere regionale o di sindaco, sicché il Senato sarebbe una camera a rinnovamento continuo. I nuovi senatori non riceverebbero più uno stipendio, mentre continuerebbero a ricevere i rimborsi per gli spostamenti. Resterebbero in vigore anche il divieto del vincolo di mandato e l’immunità parlamentare. Cadrebbero inoltre i vincoli di età per i senatori (basterebbero i 18 anni per votare e essere votati).

Elezione Capo dello Stato e membri Corte Costituzionale:
Qui le modifiche non sono così drammatiche: cambia il quorum richiesto per il Presidente della Repubblica ed i 5 membri della Corte Costituzionale a nomina parlamentare non saranno più eletti in seduta comune dalle due camere, ma 3 dalla Camera e 2 dal nuovo Senato.

La seconda carica dello Stato diventerebbe il Presidente della Camera.

CNEL:
Viene abolito il famosissimo CNEL, divenuto uno dei simboli dei soldi buttati della politica. Sostanzialmente è un organo di garanzia che però nella storia ha avuto incidenza pari a quella che ha avuto Enrico Papi nella storia dell’umanità. Questo è un punto su cui più o meno sono d’accordo tutti.

Le province:
Le province vengono definitivamente eliminate dalla Carta Costituzionale. Nei fatti sono già state abolite, ora spariscono anche nella forma. Ed io che ci ho messo così tanto impegno per imparare le targhe nuove (tipo VS per Medio Campidano)…

Queste in estrema sintesi le novità, ne ho omesse alcune ma mi sembrano meno rilevanti. Ora resta da chiarire che ne pensano le varie parti politiche, e soprattutto gli addetti ai lavori.

Le critiche alla riforma (nel merito)
In un paese perennemente diviso tra guelfi e ghibellini, tra fan di Mina e di Patty Pravo, tra Coppi e Bartali e via discorrendo, ovviamente i più eminenti costituzionalisti si sono divisi anche sul referendum. Da chi lo reputa incomprensibile a chi lo reputa un buon passo avanti. Da chi reputa la situazione attuale idilliaca a chi la reputa disastrosa. Ci sono eminenti Costituzionalisti da una parte e dall’altra, politologi di chiara fama ugualmente divisi. Io socraticamente, o forse pilatescamente, vi dico che non sono qualificato a dare un parere e quindi mi limito a riassumere quelli altrui.

Innanzitutto si è criticata la modalità con cui la riforma è passata in Parlamento, definita come una svolta autoritaria. Autoritarismo che notoriamente si traduce in un referendum. Mah!

La maggior parte delle critiche nel merito si concentra sul punto più controverso, ovvero il nuovo Senato. Se la riforma venisse approvata, la conseguenza più grave per i cittadini sarebbe la perdita del diritto di eleggere i senatori. Il fatto di passare dai consigli regionali per nominare i membri del Senato sarebbe un unicum italiano. Per dire, in un modello serio di Senato regionale come quello tedesco sono i governatori delle regioni a rappresentare i cittadini (con vincolo di mandato!).

Si è anche criticato il fatto che il Senato venga trasformato in una sorta di “dopolavoro” per sindaci e consiglieri regionali. Chiaramente per chi farà parte del nuovo Senato svolgere il doppio incarico di eletti regionali e senatori non sarà facile. Questa scelta lascia più di un dubbio sull’efficacia del lavoro del Senato.

Anche la quota di membri a nomina Presidenziale desta qualche perplessità: avrebbe più senso nella Camera che non in un Senato a forte impronta territoriale. Sempre in proposito si è anche criticata l’assenza di vincolo di mandato, che in una camera deputata a tutelare gli interessi locali secondo molti sarebbe imprescindibile per assicurare il legame tra cittadini e decisori.

Last but not least, con la riforma i sindaci e i consiglieri regionali eletti in Senato otterrebbero automaticamente l’immunità parlamentare. Uno scudo che permetterebbe loro di evitare condanne anche per gli atti commessi a livello locale e regionale.

A livello di percorso legislativo, un punto sicuramente vero, quantomeno all’inizio, sarà la presenza di numerosi conflitti di attribuzione di potere tra le due Camere. Infatti molte decisioni saranno prese dopo un accordo tra i presidenti delle due camere, e senza dubbio inizialmente è facile aspettarsi lungaggini burocratiche per trovare le soluzioni ad ogni quesito.

Altra critica, a mio parere contestabile, sta nell’idea che con una sola camera le lobby avrebbero vita facile nell’influenzare a proprio piacimento il processo legislativo. Non credo che nello stato attuale delle cose sia più difficile esercitare pressioni.

Su alcuni punti la riforma è stata definita una controriforma rispetto a quella del 2001, che decentrava alcuni poteri alle regioni. Sicuramente su alcuni punti è meglio avere una politica unitaria per tutta la nazione che non 20 regioni che vanno ognuna per i fatti propri senza coordinamento. Si tratta di un problema reale: leggevo ad esempio che oggi i porti commerciali in Italia sono in concorrenza tra loro; con il risultato che molte aziende preferiscono altre mete quali Rotterdam, per evitare di trovarsi in mezzo a controversie tra porti!

Da ultimo ci sono critiche formali al testo ed alla sua stesura. Nuovamente, ci sono costituzionalisti da una parte e dall’altra sicché francamente non so giudicare…

Ah, e chissenefrega di cosa vota Benigni!