Politica e ambiente: il caso dell'ultimo G7

Politica e ambiente: il caso dell’ultimo G7

Circa un mese fa si è tenuto il G7 di Elmau, località tedesca immersa nel verde non lontana da Innsbruck. Verde, come anche il tema di spicco della conferenza che ha riunito i potenti della Terra. Farò subito un’osservazione positiva: benissimo che se ne parli. I cambiamenti climatici e la conservazione dell’ambiente ci vengono infatti troppo spesso presentati come temi puramente scientifici: grafici, andamenti, considerazioni e articoli su riviste specializzate dominano la scena. Ma è veramente così che vanno visti?
Certamente, la scienza riveste un ruolo fondamentale nella trattazione di questo delicato argomento: gli scienziati hanno gli strumenti e le competenze necessarie a descrivere e spiegare questi fenomeni. La scienza non è però l’unica disciplina che dev’essere coinvolta in questo discorso, poiché anche la politica riveste un ruolo fondamentale. I politici, infatti, posseggono gli strumenti utili per prendere provvedimenti efficaci sulla base delle considerazioni scientifiche: tra scienza e politica dovrebbe esserci un lavoro di squadra. Invece, purtroppo, troppo spesso le discussioni politiche sull’argomento “ambiente” si riducono a delle semplici farse. Credo che ognuno di noi possa, senza troppo sforzo, ricordare precedenti di questo tipo; rimanendo sul tema ambientale, ad esempio, il vertice di Copenaghen del 2009, che avrebbe dovuto sostituire il protocollo di Kyoto e migliorare le sue disposizioni, si risolse in un fallimento quasi totale. Dobbiamo quindi valutare il risultato ottenuto dal G7 del 7/8 giugno e arrivare a una conclusione: siamo di fronte all’ennesima farsa o c’è realmente la volontà di cambiare?

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La Shell sembra pronta a iniziare le trivellazioni dell’Artico

Dati alla mano, purtroppo non molto è stato fatto. Il traguardo di maggior rilievo è sicuramente rappresentato  dall’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale di 2 gradi; da convinto ambientalista cerco di vedere questa affermazione con positività, anche se sono a conoscenza del fatto che è troppo poco. Troppo poco perché, mentre a noi comuni cittadini –  che per primi subiamo gli effetti dei cambiamenti climatici – il G7 è stato presentato come un punto di svolta epocale, i governi proseguono nel loro appoggio alle energie sporche: gli Stati Uniti hanno esponenzialmente aumentato l’attività di fracking (a fine articolo troverete un piccolo glossario); il Canada opera il Tar sands; l’Italia ha dato il benestare per l’estrazione del petrolio nei nostri mari; Shell, in silenzio e con il via libera americano, si avvia alla pericolosissima trivellazione dell’Artico.

La politica non può essere così tollerante su questo campo. La spiegazione di questo lassismo è semplice: si fanno sempre prevalere gli interessi economici, nonostante vadano a discapito dell’ambiente, dei cittadini e degli Stati stessi. Proviamo a pensare anche solo all’ammontare dei danni dovuti ad un uragano o alle spese per un intervento su uno sversamento petrolifero in mare. Vi sono Stati virtuosi che hanno compreso il problema e che stanno introducendo politiche verdi: ad esempio lo Stato delle Hawaii, che è parte degli USA, ha fissato l’obiettivo di convertirsi al 100% di energia rinnovabile entro il 2045, dimostrando che si possono operare scelte politiche intelligenti e responsabili anche in tema ambientale. Gli investimenti di oggi porteranno a guadagni in futuro, garantito.

Hawaii

Hawaii: un modello da seguire?

Purtroppo però le Hawaii non bastano. Servono le potenze, che al G7 non hanno dato una risposta efficace. Oltre al limite sulla temperatura, è stata prevista la creazione di un fondo in soccorso dei paesi più colpiti dai cambiamenti climatici (ovviamente paesi poveri). Le modalità di istituzione del fondo sono però molto vaghe, segno che, semmai verrà introdotto, i tempi saranno lunghi e i procedimenti confusi.

L’aspetto assolutamente più controverso rimane quello sul TTIP. Per chi non lo sapesse, il TTIP è un accordo tra Unione Europea, altri stati europei, Stati Uniti, Messico e Canada sul commercio e sugli investimenti. Praticamente, una volta entrato in vigore, lo scambio di merci tra questi paesi troverà dei dazi doganali ridotti e norme sugli standard non coordinate.

È chiaro che questo trattato porterà all’interno dei nostri confini prodotti di qualità inferiore, in quanto non soggetti ai regolamenti nazionali ed europei. I prodotti agricoli e alimentari provenienti dal mercato americano infliggeranno duri colpi alle piccole e medie aziende locali, in quanto vengono realizzati a basso costo e venduti a prezzi ancora inferiori. A farne le spese, naturalmente, è la salute dei cittadini americani, e forse a breve anche europei. Bene: al G7, che doveva risolvere parecchi problemi sul tema ambientale, si è discusso del TTIP, cioè di un trattato potenzialmente nocivo all’ambiente (oltre che al portafogli).

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TTIP | credit: zeroviolenza.it

A conti fatti, il summit è quindi l’ennesima farsa di una leadership mondiale che ha paura di cambiare, che guarda solo agli interessi economici, non comprendendo (gravemente!) che le economie, ma soprattutto il pianeta, trarrebbero maggiori benefici da reali e perentori impegni di defossilizzazione. Oltretutto, le differenze di vedute fra gli Stati stessi non favoriscono l’adozione di provvedimenti efficaci. Ad esempio Cina e India, potenze importanti anche se non fanno parte del G7, inquinano in maniera spropositata e vedono le limitazioni come una minaccia alla loro espansione economica. È quindi necessario un intervento di ampio respiro, che impegni realmente gli Stati e che li convinca, se titubanti, ad aderire al cambiamento.

Ripeto, è positivo che se ne parli e questo è un segnale importante. È positivo che un personaggio politico forte come Angela Merkel abbia preteso di affrontare questo tema; ed è altrettanto positivo che abbia convinto Canada e Giappone ad aderire alla riduzione di CO2. Sicuramente qualche piccolo passo avanti è stato fatto. Tuttavia, è tempo di prendere impegni concreti, badando meno alle parole e ai tavoli cordiali.

Anche noi cittadini abbiamo un compito: la politica è uno strumento di tutti, non solo dei rappresentati che eleggiamo e che ci rappresentano. È quindi dovere del popolo sostenere politiche ambientali, pretenderle, rispettarle e incoraggiarle. Otterremmo un grazie non solo dal pianeta, ma anche dal nostro portafogli.

Piccolo glossario

Fracking: sfruttamento della pressione di un fluido, generalmente acqua, atta a propagare una frattura nel suolo. Si utilizza per accedere a fossili, generalmente petrolio, ed è stato dimostrato che porta al verificarsi di terremoti, in quanto destabilizza il terreno.

Tar sands: sabbie bituminose, dalla quale si possono ottenere petrolio e derivati. È devastante per l’ambiente in quanto avvelena l’aria e distrugge l’ecosistema.

Studente di Scienze internazionali ed istituzioni europee, appassionato di storia moderna e contemporanea, sport americani e natura. Scrivo per soddisfare la mia voglia di condividere idee e cercare un confronto costruttivo.