Perché l'Italia non fa luce sulla morte di Giulio Regeni

Perché l’Italia non fa luce sulla morte di Giulio Regeni

Perché è morto Giulio?
Forse sapeva qualcosa che non doveva, magari aveva scritto qualcosa di scomodo o semplicemente perché era alla ricerca della verità.

Un uomo coraggioso
Giulio era un ricercatore della Cambridge University a Oxford, aveva solo ventotto anni.
Si trovava al Cairo perché stava facendo degli studi sulle attività sindacali egiziane. Era un ragazzo coraggioso Giulio, perché oltre ai suoi studi, faceva anche il giornalista freelance. Cercava di raccontare la verità sul regime militare del generale Al Sisi. Era coraggioso perché faceva un lavoro pericoloso, in un paese difficile e senza aver alcuna protezione.

Il Manifesto, che pubblicava i suoi articoli, non era in grado di proteggerlo. Giulio era seguito, i suoi rapporti erano stati intercettati dai servizi segreti egiziani; inoltre si era accorto di essere stato fotografato ad un’assemblea sindacale di dicembre. Scomparso il 25 gennaio, il giorno del terrore nel quale anche l’anno scorso il governo egiziano fece uccidere chiunque gli remasse contro, il suo corpo è stato ritrovato il 3 febbraio.
Giulio non è morto per caso, Giulio è stato TORTURATO. L’hanno ritrovato con il collo girato, le unghie delle mani e dei piedi strappate, le orecchie mozzate, la colonna vertebrale fratturata…

È stata la procura di Roma a confermare la tesi della tortura, respingendo le dichiarazioni degli inquirenti egiziani, i quali affermano che il ragazzo è stato ucciso per motivi personali.
La visione egiziana dell’accaduto non sta in piedi, soprattutto considerando quello che sta succedendo in Egitto negli ultimi due anni. Secondo Amnesty International sono state uccise 1.400 persone, tutte considerate nemiche del regime. Gli arresti e le scomparse dei giornalisti indipendenti non fanno neanche più notizia.

Business e politica
E l’Italia come ha reagito? Il Presidente del Consiglio all’ultima assemblea del Pd ha così dichiarato: “Non accetteremo una verità artificiale. Siamo l’Italia e non accetteremo mai una verità di comodo. Non c’è business o realpolitik che tenga, non è un optional la verità per Giulio”. Il profilo tenuto dal premier Renzi in questo mese è stato piuttosto basso e innocuo. Dopo aver alzato la voce il giorno dopo la scoperta del corpo, il presidente ha citato la morte del ragazzo sporadicamente, senza mai sbilanciarsi troppo.

Eppure sembra sia proprio il business a tenere ferma l’Italia. Come dichiarato da Giovanni de Mauro su Internazionale, i due paesi nel 2014 hanno avuto un interscambio dal valore di 5,7 miliardi, con la volontà di entrambi di portare la cifra a sei miliardi entro quest’anno. L’Italia è la prima destinazione delle esportazioni egiziane. Sono più di cento le aziende italiane presenti nel territorio, tra le quali, Eni, Enel, Edison e Intesa SanPaolo, giusto per citarne qualcuna. Ultimo elemento, ma non meno importante, è la scoperta fatta da Eni l’agosto scorso del giacimento di gas naturale più grande del mediterraneo vicino alle coste egiziane.

Oltre agli affari anche la politica ha il suo peso. Renzi infatti è stato il primo leader ad incontrare Al Sisi dopo la sua vittoria alle elezioni presidenziali (conseguite grazie al 97% dei voti). Nell’estate dell’anno passato il Presidente del Consiglio ha dichiarato di essere orgoglioso dell’amicizia con il presidente egiziano e lo ha definito “a great leader”. Tutto questo fa pensare che l’Italia accetterà la verità di comodo, che della morte di un ragazzo ventottenne ce ne si dimenticherà molto presto. Tanto gli studiosi vanno e vengono, mentre gli affari restano.

Renzi-al-Sisi

Il presidente del Consiglio Renzi in visita al Cairo

Cittadini abbandonati
Bisogna assomigliare alle parole che si dicono”, ha scritto Stefano Benni, ma questo non sembra importare a Renzi. La procura di Roma insieme a quella di Giza stanno continuando le indagini, ma nessuna risposta è ancora arrivata.

La situazione è molto complicata, cosa mai avrà potuto scoprire Giulio di così importante da essere ucciso? Ben poco probabilmente, dato che le fonti alle quali aveva accesso non erano di certo segrete. Sembra strano che il governo egiziano possa rischiare un incidente diplomatico con un partner importante come l’Italia, per gli studi di un giovane ricercatore. Però bisogna sottolineare il fatto che Giulio scriveva, raccontava quello che vedeva quotidianamente e questo non deve essere piaciuto a qualcuno.

Ciò di cui si è sicuri è che il governo egiziano non sta dando alcuna collaborazione e quello italiano, dal canto suo, non si sta facendo in quattro per scovare la verità. Giulio non è il primo e non sarà neanche l’ultimo. Chi cerca di raccontare la verità muore. È accaduto a Giovanni Lo Porto, cooperante ucciso in Pakistan da un attacco con i droni statunitensi: l’Italia non è riuscita a ricevere né informazioni né scuse dagli Stati Uniti d’America, né è stata in grado di allestire un momento di commemorazione a Montecitorio. Lo stesso vale per ad Andrea Rocchelli, fotoreporter ucciso in Ucraina nel maggio del 2014, il quale non ha ricevuto neanche un messaggio di cordoglio di Renzi, mentre l’inchiesta sulla sua morte si sta pian piano dimenticando.

È vergognoso che uno Stato reagisca solamente a parole di fronte alla tortura di un suo cittadino. Molto probabilmente la verità non la sapremo mai, Giulio rimarrà uno dei tanti morti che verranno dimenticati nel tempo. Ci vorrebbero persone come lui per scoprire cos’è successo, persone che la verità vanno a prendersela.

Gezim all'anagrafe, ma chiamatemi pure Jimmy. Nato a Prishtina, cresciuto in Italia, attualmente residente in Germania. Due grandi amori, il calcio e la scrittura.