Nessuno è al sicuro: come i media aiutano i terroristi

Nessuno è al sicuro: come i media aiutano i terroristi

Ci risiamo. Ormai non passa giorno senza che i media riportino la notizia di una strage, un omicidio efferato o di una disgrazia premeditata. Gli ultimi fatti accaduti in Europa (e negli States) ci toccano nel profondo, ci lacerano, provocando in noi diverse emozioni, anche contrastanti. Da una parte la rabbia che suscitano questi atti di violenza a danno di vittime inermi, persone innocenti come potremmo essere tutti noi. Dall’altra la paura, quel sentimento di insicurezza della popolazione che è poi esattamente l’obiettivo rincorso dai terroristi. Queste reazioni sono del tutto normali davanti a eventi di questa portata. Tuttavia è lecito chiedersi se questi sentimenti ultimamente non vengano esasperati dai media, con l’effetto paradossale di favorire gli stessi tanto odiati terroristi. Vediamo come.

La violenza delle immagini
La dinamica è sempre la stessa. Ogni volta che si verifica un attentato, o un’uccisione a sangue freddo (attenzione: non sto dicendo che siano la stessa cosa!), la macchina dei media si mette in moto. I primi a riportare le foto dell’accaduto sono i siti web dei quotidiani dei vari paesi. Poi la palla passa alle emittenti televisive coi loro Tg, speciali, approfondimenti, maratone e compagnia. Infine i quotidiani in versione cartacea – per i pochi che ancora li leggono – chiudono il cerchio di questo macabro rituale. In particolare, su web e tv abbondano i video-testimonianza fatti non da professionisti dell’informazione, ma da semplici cittadini, passanti, gente che si trovava là per caso con la fotocamera pronta. Ecco, se è giusto che i media riportino le informazioni così come accadono, possiamo affermare che la pubblicazione di quei video di infima qualità, delle foto insanguinate senza alcuna contestualizzazione, siano utili alla comprensione di un evento, per di più se complesso come un attacco terroristico? A mio modesto parere no. Anzi, ultimamente i media non sembrano fare altro che saziare l’ossessiva sete di immagini – più che di informazioni – di un pubblico sempre più vorace di contenuti mediatici. Così i terroristi raggiungono facilmente il loro scopo: quello di diffondere il più possibile le loro “gesta”, amplificandone la portata – psicologica, simbolica, bellica – ben al di là del contesto in cui sono state perpetrate.

Unire i puntini
Che si tratti di una vera e propria deformazione professionale o di una malattia conclamata, il risultato non cambia. Il giornalista, si sa, ha un’estrema voglia di trovare collegamenti anche inusuali tra diversi fenomeni, eventi, tendenze. Fa parte del suo mestiere e della pretesa, di recente sempre più manifesta, di tentare di spiegare la realtà attraverso le somiglianze. Così i media davanti agli ultimi fatti di violenza verificatisi in Europa non hanno esitato un attimo e si sono messi d’impegno nell’unire i puntini. Da Parigi a Bruxelles, passando per Nizza: tutto è stato messo nello stesso calderone. Persino la sparatoria dello squilibrato in un centro commerciale di Monaco è stata inserita nell’album del “terrorismo”. L’origine iraniana del killer c’era, l’arma da fuoco pure, così come l’assassinio a sangue freddo di vittime innocenti. C’è voluto poco per dare il via a titoli allarmistici: “Germania sotto shock”, “terrore a Monaco”, e così via. Poco importa se Daesh e terrorismo in questo caso non abbiano nulla a che fare con quanto accaduto. “Dopo la Francia, anche la Germania è sotto attacco”: sembra che i media non aspettassero altro per diffondere la loro visione superficiale e catastrofista della situazione dell’Europa.

La radice terroristica di un attentato va sottolineata qualora essa sia conclamata. Tuttavia, parlando di terrorismo in una circostanza come quella della sparatoria di Monaco i media non fanno altro che sostenere un clima oltremodo allarmistico, che non si sposa con la realtà delle cose. Per usare un esempio italiano, persino un’emittente di tutto rispetto come Sky Tg 24 ha più volte parlato di “attacco terroristico” in relazione ai fatti di Monaco. Ecco, se i media sono i primi a cadere in analisi semplicistiche ed affrettate, come si può pretendere che i cittadini riescano a farsi un’idea precisa di come stanno le cose? La superficialità di alcuni media e la loro tendenza a trovare un filo logico a tutti i costi sono un altro aspetto che, ampliando il senso di insicurezza generale, va a vantaggio dei terroristi.

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Il tempo di riflettere
I primi due punti di questa analisi si condensano in quello che viene ora. Ossia, il voyeurismo diffuso su internet e la superficialità dell’informazione possono essere messi in relazione con un male attuale: la pretesa di velocità. Lo sappiamo bene: col diffondersi dei social network come canale di informazione i media sono stati costretti ad affrettare i tempi. Se fino a qualche anno fa una notizia poteva (o doveva) essere confermata, ripensata e ricorretta prima di divenire accessibile ai cittadini, oggi questo non succede più. Internet ha velocizzato enormemente il processo di creazione delle notizie: la classica “ultim’ora” è diventata una notizia da “ultimo minuto”. I social hanno aggravato ulteriormente questo fenomeno: i loro utenti reagiscono in tempo reale agli eventi, chiedono quindi informazioni sempre più veloci, che possano placare la loro sete di risposte.

Va quindi spezzata una lancia a favore di chi lavora nei media: costretti a sfornire notizie a ritmi forsennati, i giornalisti hanno poco tempo per verificare una notizia. Quello che conta è fare lo scoop e diffondere l’informazione in fretta e furia. Ci sarà poi tempo – paradosso – di informarsi meglio e, eventualmente, di ritrattare quanto affermato in precedenza. Con l’avvento dell’informazione via internet e via social si è perso il tempo della riflessione. Così i media si trovano a rincorrere i loro lettori, offrendo loro notizie sempre più veloci ma sempre meno dettagliate e puntuali. L’imprecisione è diventato un rischio calcolato del mestiere. E i terroristi, indirettamente, ne gioiscono.

Quale realtà
Su un tema come questo si potrebbe scrivere un libro intero. L’intento di questo breve articolo è soltanto quello di far aprire gli occhi su un punto che ultimamente è stato forse perso di vista: il contenuto dei media non rappresenta fedelmente la realtà. Si tratta di una constatazione sempre vera, ma ancora più evidente nelle ultime settimane, durante le quali una serie di fatti violenti ha pressoché monopolizzato l’attenzione dei media, in Europa e non solo. Senza voler banalizzare la gravità di alcuni fenomeni attuali, è bene ricordarsi che i media tacciono molto più di quello che dicono. Ad esempio un quotidiano non riporterà mai come notizia la felicità di una famiglia di rifugiati che riesce a ritrovarsi sana e salva in Europa. Vi parlerà piuttosto della morte di migliaia di persone nelle acque del Mediterraneo. Lo stesso accade per il terrorismo. Per questo è bene informarsi ed essere curiosi di quel che accade nel mondo, ma senza cadere nella trappola e credere che i media siano lo specchio della realtà. A volte è meglio spegnere la tv o il wi-fi e fare due passi per strada. Ci si renderà conto che il mondo è ben diverso, e spesso anche migliore di quanto siamo portati a credere ultimamente.

Studia e vive a Bruxelles. Scrive di politica internazionale, Europa e Italia. Non crede nelle soluzioni facili ai grandi problemi. Segni particolari: europeista convinto. Twitter: @WattGuidi