L'Italia nel pallone: un paese per vecchi

L’Italia nel pallone: un paese per vecchi

Il campionato di Serie A è ricominciato, i politici stanno tornando dalle vacanze… E allora torno anche io, con un altro capitolo de L’Italia nel pallone. Per scrivere questo articolo ho risvegliato il demone anti-anziani che c’è in me. Perché oggi parlerò di conflitto inter-generazionale in Italia, ancora una volta a partire dallo specchio più fedele dei mali nazionali: il calcio. Attenzione, con queste righe non intendo insultare chi ha più anni ed esperienza di me – sarebbe stupido, visto che “vecchi si diventa” tutti; lo scopo dell’articolo è invece svelare un lato assai negativo dell’Italia di oggi, in grado di minacciare gravemente il futuro del Paese.

Cari under 35 siete avvisati: leggete a vostro rischio e pericolo.
NB: ammazzare il nonno non è la soluzione al problema.

 UN PAESE PER VECCHI

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Gerontocrazia: sistema politico in cui il potere è detenuto dagli anziani, di stampo non riformista.

Il calcio

L’Italia (calcistica) è un paese per vecchi. Se guardiamo all’età media dei giocatori di Serie A i dati non lasciano dubbi al riguardo. Secondo il Report Calcio 2015, presentato dalla FIGC, la nostra massima serie è il campionato più ‘vecchio’ d’Europa con una età media di 27,3 anni (rispetto ai 25,6 della Germania), ed è ultima in termini di calciatori provenienti dai vivai di appartenenza (8,4%).

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Italia prima in classifica: siamo i più vecchi!     fonte: Report Calcio 2015

Anche un’altra classifica, quella dei calciatori più vecchi attualmente in attività, registrata all’inizio dello scorso campionato, mette in luce questa caratteristica tutta italiana. Nell’elenco dei 20 calciatori senior infatti ben 8 giocano in Serie A, quasi la metà. Tra questi diversi nomi illustri, come potete vedere nel grafico sotto, da Totti a Toni, passando per Miro Klose (fonte: Opta).

Nome Cognome Data di nascita Squadra Campionato
Manuel Pablo 25/01/1976 Deportivo Liga
Cedric Barbosa 06/03/1976 Evian Ligue 1
Juan Francisco Garcia 15/07/1976 Levante Liga
Francesco Totti 27/09/1976 Roma Serie A
Giuseppe Biava 08/05/1977 Atalanta Serie A
Luca Toni 26/05/1977 Verona Serie A
Alessandro Lucarelli 22/02/1977 Parma Serie A
Paolo Bianco 20/08/1977 Sassuolo Serie A
Hilton Da Silva 13/09/1977 Montpellier Ligue 1
Antonio Di Natale 13/10/1977 Udinese Serie A
Sylvain Distin 16/12/1977 Everton Premier
Michael Duff 11/01/1978 Burnley Premier
Didier Drogba 11/03/1978 Chelsea Premier
Lionel Scaloni 16/05/1978 Atalanta Serie A
Ricardo Carvalho 18/05/1978 Monaco Ligue 1
Miroslav Klose 09/06/1978 Lazio Serie A
Frank Lampard 20/06/1978 Manchester City Premier
Francois Modesto 19/08/1978 Bastia Ligue 1
Claudio Pizarro 03/10/1978 Bayern Monaco Bundesliga
Clint Hill 19/10/1978 QPR Premier

“Questa Serie A è talmente scarsa che potrei giocare anche con dieci chili in più”                                                                                                                                     Antonio Cassano

A sentire Fantantonio, il giudizio sul campionato sembrerebbe immediato. Invece questa estate le cose sembrano essere, in parte, cambiate. Nuovi talenti sono arrivati, alcuni senatori hanno salutato l’Italia (come Pirlo) e le squadre di vertice sono state rinnovate inseguendo una politica di ringiovanimento. A partire da questa stagione esiste inoltre una nuova regola che prevede un tetto alle rose di 25 giocatori, di cui almeno 4 devono essere cresciuti in Italia e altri 4 provenire dal vivaio del club, mentre è libero il tesseramento degli Under 21. Un modo per snellire le rose e favorire l’investimento sui giovani, meglio ancora se italiani. Ma la strada è ancora molto lunga.

Se ci spostiamo dall’erba del campo al legno delle scrivanie degli organi decisionali, le cose cambiano in termini relativi, ma la sostanza resta la stessa. Più o meno un anno fa infatti veniva eletto l’attuale presidente della FIGC, Carlo Tavecchio, classe ’43 (72 anni), uscito vincitore a mani basse dalla sfida con Demetrio Albertini, che di anni ne ha 44. Al di là delle motivazioni dei club che hanno votato per Tavecchio, fa riflettere che la massima guida del calcio italiano sia nelle mani di un over 70 proprio quando si parla di rinnovamento. Populismo o difesa degli interessi dei soliti noti? La nomina di Lotito come consigliere federale fa venire pochi dubbi. Staremo a vedere.

Il Paese reale

Se il calcio italiano risponde a dei parametri relativi (là infatti si è considerati ‘vecchi’ a 27/28 anni) qualcuno potrebbe dire che nell’Italia dei semplici cittadini le cose siano diverse. Purtroppo non è così, e anzi la situazione sembra molto simile, se non peggiore.

Qualche tempo fa il sito del settimanale L’Espresso ha messo in rete una inchiesta intitolata “Generazione locuste”, sulla gerontocrazia italiana: un paese di fatto in mano agli anziani. Spulciando la lista dei 100 manager più pagati d’Italia nel 2014, per esempio, scriveva l’autore dell’inchiesta Emiliano Fittipaldi, non si trova un nome che abbia meno di 50 anni nemmeno con il lanternino. Gli esempi in questo senso si sprecano, anche senza avere la voglia o l’interesse per andarsi a guardare le statistiche, prima o poi chiunque abbia meno di trent’anni andrà a sbattere contro questo problema. Se non lo ha già fatto.

Prendo un altro caso, tratto anche questo dall’inchiesta. La pubblica amministrazione italiana, spesso chiamata in causa come esempio di pessima gestione del Paese, anche questa volta merita una menzione d’onore.
L’inchiesta analizzando l’elenco dei dirigenti della p.a. e delle imprese giunge a conclusioni tragiche: i dirigenti italiani hanno infatti l’età media più alta del continente, vicina addirittura ai 60 anni. Qui il calcio non c’entra, ma il problema del rinnovamento è lo stesso. Mi immagino un bomber da record di presenze a capo di una impresa pubblica; il Toni della situazione, che continua a restare al vertice, impedendo così alle giovani leve di farsi spazio. Agghiaggiande, direbbe un solito noto.

Essere giovane in italia fa schifo, dice qualcuno. Si fa fatica a dargli torto in effetti. Perché gli effetti di questo dominio dei 50-60enni nel mondo del lavoro non può che pesare sulle spalle dei più giovani. I quali, da parte loro, fanno moltissima fatica a guadagnare quanto serve per lasciare il nido e cominciare la propria vita indipendente. In questo senso in Europa ci facciamo notare per un altro pessimo primato: l’Italia guida indisturbata la classifica dei giovani (18-29 anni) che vivono ancora coi loro genitori, che da noi sono il 79%, mentre altrove, per esempio in Germania, il 23% (fonte: Independent e Statista).

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Ultimamente si sente parlare sempre più spesso del problema dei flussi migratori, o della tanto (giornalisticamente) cara “emergenza immigrazione”. Si parla pochissimo invece della particolare emergenza italiana che riguarda l’altissimo numero di cittadini, soprattutto giovani, che ogni anno lasciano il paese. Il numero di italiani che emigrano all’estero è superiore a quello degli stranieri che arrivano nel nostro paese, ha detto il Rapporto Italiani nel Mondo pubblicato nel 2014 dalla Fondazione Migrantes della CEI.

Prendo spunto, perché ne vale la pena, da alcune parti molto interessanti del Rapporto. Per esempio quella che indica una crescita del 16% delle partenze dall’Italia tra il 2012 e il 2013. Guarda caso poi i “nuovi migranti” italiani sono soprattutto giovani, con qualifiche medio-alte o privi di un titolo di studio. Tra le fasce di età, si legge, al primo posto c’è il gruppo tra i 18-34 anni (36,2%), seguito da quella tra i 35 e i 49 anni (26,8%). Sommando i due gruppi si deduce che il 63% di chi parte dall’Italia ha meno di 50 anni. Eccoci.

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Come al solito, fare di tutta l’erba un fascio senza considerare le qualità e gli sforzi di ciascuno ha poco senso. Resta il fatto che, dati alla mano, la gerontocrazia italiana è difficile da smuovere. Lo stesso Renzi che tanto parlava di “rottamazione” per ora ha fortemente deluso chi sperava in un vero rinnovamento a partire dalla politica.

Tornando al calcio, per far capire come la penso, ritengo che non tutti meritino di emergere. Se sei un Balotelli o un Belfodil, è normale che tu non faccia tanta strada. Non la faresti neanche all’estero (vedi Supermario al Liverpool). Se invece hai il talento di Coutinho o di Verratti e scappi dall’Italia perché qui non trovi lo spazio che ti spetta, il Paese non potrà che soffrirne. Perché un paese senza (bravi) giovani è un paese senza futuro.

Studia e vive a Bruxelles. Scrive di politica internazionale, Europa e Italia. Non crede nelle soluzioni facili ai grandi problemi. Segni particolari: europeista convinto. Twitter: @WattGuidi