L'Ipocrisia della Libertà di Parola

L’Ipocrisia della Libertà di Parola

Meno di una settimana fa Parigi, la capitale della liberté, veniva torturata, oltraggiata e messa in ginocchio da brutali atti di violenza concepiti da individui le cui esperienze hanno portato a svalutare il vero valore della vita. Domenica, più di 1.5 milioni di persone, francesi e non, marciavano per Parigi per manifestare la loro solidarietà, vicinanza e intransigenza verso gli atti barbarici che hanno portato alla morte di 12 persone presso gli uffici del giornale satirico Charlie Hebdo e di altre quattro il giorno seguente presso un negozio kosher di Porte de Vincennes.

From Ben Ledbetter, Architect's Flickr http://bit.ly/1wUV9hs

From Ben Ledbetter, Architect’s Flickr http://bit.ly/1wUV9hs

Tra coloro che marciavano anche – e sopratutto – moltissimi leader modiali, rappresentanti ed esponenti di più di 50 nazioni, pronti a raccogliersi attorno al presidente Hollande per far udire il proprio sostengno e volontà di unirsi contro ogni tentativo di terrorizzare il mondo. Tuttavia, non sono stati in pochi a notare – in primis Reporters without Borders, un’organizzazione no-profit a sostegno della libertà di espressione – che a una manifestazione il cui principale obiettivo era quello di sostenere la libertà di parola, principio cardine dei regimi democratici, fossero invece presenti leaders che ‘’a casa loro’’ (per usare un detto particolarmente caro a qualche indossatore di felpe) sostengono e implementano tutto l’opposto.

In particolare, Reporters without Borders, ha sottolineato l’inadeguata presenza di personaggi come il Ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry, quello russo Sergei Lavrov, quello algerino Ramtane Lamamra, passando per il Presidente del Gabon Ali Bongo e il Ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Zayed al-Nahyar.

Ma per quale motivo?

Se analizziamo l’indice annuale stilato da Reporters without Borders sulla libertà di espressione e gli ultimi ‘scores’ assegnati a questi paesi da Freedom House, organizzazione non-governativa internazionale che ogni anno pubblica un rapporto sul grado di libertà percepite in ciascun paese, il motivo appare chiaro e limpido.

L’Egitto è categorizzato come ‘’not free’’ sotto l’indice ‘’freedom of press’’ da Freedom House. E non solo, il passaggio da parzialmente libero a non libero è avvenuto nell’ultimo anno a causa di una serie di campagne atte a intimidire i giornalisti e persecuzioni di reporters e commentatori che hanno osato dire la loro sulla situaizone politica del paese. Solo nel 2013, in Egitto sono stati imprigionati 3 giornalisti di Al-Jazeera accusati di terrorismo e sentenziati dai 3 ai 10 anni di prigione.

Ugualmente, la Turchia viene categorizzata come non libera dal punto di vista della libertà di parola e viene collocata da Reporters without Borders nel loro freedom of speech index al 154esimo posto (su 180!). Nel 2012 la Turchia è stata addirittura nominata la più grande prigione per giornalisti del mondo, detenendone e imbavagliandone il più grande numero. Tra questi ci sono anche Dumanli, capo ed editore di Zaman, importante giornale strettamente legato al movimento islamico moderato Gulen.

Anche dove la libertà di parola è custodita, onorata e venerata nella costituzione, i giornalisti non hanno per nulla vita facile. In Algeria (121esima nel ranking), dopo la dichiaraizone dello stato di emergenza del 2012, numerosi giornalisti sono stati arrestati e chiusi in gabbia per aver parlato contro il presidente Bouteflika.

Beh, che dire poi della Russia, dove i pochissimi blog e giornali indipendenti rimasti lottano ogni giorno per sopravvivere nel regno di un sempre più restrittivo Putin? O degli Emirati Arabi Uniti, dove, secondo le stime di Amnesty International, sono più di 100 gli attivisti anti governo rinchiusi dal 2011 ad oggi? O ancora, come commentare la presenza di Victor Orban, leader ungherese che solo ad inizio novembre aveva proposto di tassare i cittadini di circa 150 fiorini ungheresi (circa 0.50 €) per ogni gigabyte di internet utilizzato?

Occorre, dunque, porsi una domanda (e credo anche darsi una risposta). Se la libertà di espressione, la possibilità di dire e pensare ciò che si desidera deve essere considerata un valore universale, allora bisogna avere il coraggio di confrontarsi con essa sempre e comunque. Se questo coraggio non c’è, basta renderlo chiaro. Troppo semplice utilizzare la libertà di parola solo come mezzo di retorica.

 

PS Forse, questa volta, non è un caso che gli Stati Uniti non abbiano mandato nessun rappresentante…

Orsola is author for Angry Italian. Based in London, but with great love for Italy and the Middle-East, Orsola focuses on the issues of refugees, international politics and health policy.