L'Italia nel pallone: polemiche

L’Italia nel pallone: polemiche

Politica e pallone, in Italia sono due mondi che vanno a braccetto. Se vi state chiedendo perché, questa rubrica è il posto giusto per voi. Nell’esordio de L’Italia nel pallone abbiamo parlato di “colpi ad effetto”. Eccoci quindi al secondo capitolo, che tratterà dell’essenza del nostro calcio, e anche della politica Made in Italy: le polemiche. Nelle prossime righe non ci sarà spazio per il politically correct, si parlerà di entrate a gamba tesa, di sguardi in truce, di battaglie mediatiche. Perde chi cade per primo, e vince chi resta in piedi fino all’ultimo.

POLEMICHE

Lo Monaco? Io conosco il monaco del Tibet, il Monaco di Montecarlo, il Bayern Monaco, il Gran Premio di Monaco… Se qualcuno vuole essere conosciuto parlando di me deve pagarmi tanto“.

Parole e musica di José Mourinho, al suo primo anno di avventura all’Inter. Chi meglio dello special one, il re della polemica, sa rappresentare l’animo guerriero (a parole) che si annida nel calcio nostrano. Del resto Mou al momento del suo addio ai nerazzurri si è lasciato dietro una grande nostalgia: quella dei tifosi dell’Inter, orfani del loro vate; e soprattutto quella dei giornalisti, che ancora ricordano con la lacrimuccia le sue esplosive conferenze stampa che garantivano titoli da prima pagina (da “zero tituli” alla “prostituzione intelettuale“).

La polemica calcistica può avvenire in diversi modi. Ed è quasi sempre improvvisa. Spesso rimane nascosta sottopelle e poi esplode di colpo, quando meno te lo aspetti. Può scoppiare durante una intervista doppia, nel mezzo di una conferenza stampa, oppure direttamente in campo. In generale qualcuno, come Mou, la usa per togliere pressione alla sua squadra, altri per far innervosire l’avversario, altri ancora per ottenere l’affetto dei propri tifosi. Una polemica di primo livello, per fare un altro esempio, è stata quella tra Conte e Garcia, all’epoca entrambi in lotta per lo scudetto ma già campioni di polemica.

L’addio di Mou non ha sancito però la fine delle polemiche avvelenate nel nostro calcio. Anzi. E non potrebbe essere altrimenti, visto che in Serie A si vive quasi più di scontri verbali che di risultati. Mourinho non è stato il primo polemico, in gergo ufficiale si dice “abile comunicatore”, e non sarà l’ultimo. Ad esempio, lo scorso finale di stagione ha visto il polemometro toccare i suoi livelli più alti da tempo dopo il derby romano finito con la Roma qualificata in Champions e la Lazio sconfitta (immeritatamente?). Ecco che durante la conferenza stampa di fine match Pioli, allenatore della Lazio, accusava Garcia di essere un “bugiardo”, mentre quest’ultimo dava del “rosicone” al collega. Soprattutto il francese, giunto da oltralpe digiuno di risse verbali, ha dimostrato di aver imparato in poco tempo come accendere la polemica con classe.

A fare polemica sfrenata in Serie A non sono solo gli allenatori. Anche i giocatori sono pronti a sguainare la loro lingua affilata e a pungere l’avversario di turno. Tra questi merita una citazione il grande Ibrahimovic, uno che tra Juventus, Inter e Milan difficilmente è riuscito a tenere la bocca chiusa quando sentiva di avere qualcosa da dire. Il caratterino dello svedese ben si presta al clima da guerra dei mondi del nostro calcio. Così ecco che, al termine di una bella vittoria europea con la maglia rossonera, quando vede Arrigo Sacchi in studio, Zlatan non perde occasione per mettere a tacere chi “sta parlando troppo”.

Tutto questo non dovrebbe sorprendere, le polemiche sono il pane quotidiano degli italiani. Non solo nel calcio, ma, anzi ancora di più forse, nella politica. I telegiornali serali sono spesso un riassunto delle scazzottate verbali (e a volte anche fisiche) che hanno avuto luogo durante il giorno in Parlamento. E anche qui, come nel calcio, ci sono alcuni protagonisti indiscussi della bagarre. Prendiamo il fine spadaccino Brunetta, ad esempio, il quale raramente manca occasione di farsi nominare per alcune frasi ad effetto. Era proprio lui che, non molto tempo fa, parlava di “fascismo renziano” e di “morte della democrazia”. Non ci credete? Date un’occhiata…

Ma poi come farsi mancare, in questa rassegna dei più polemici, altri personaggi da baraccone come il Bossi dei tempi d’oro o il sempre smagliante Formigoni, o ancora l’On. Mussolini. Quando la politica si abbassa al discorso da bar, alla dialettica di infimo livello, ecco che gli onorevoli tirano fuori il meglio di sé. Che poi tutto accade quasi sempre in televisione, quel magico apparecchio che fa esplodere la polemica peggio di un lanciafiamme vicino alla bombola del gas. Nei talk show, per esempio, la dinamica è sempre la stessa: si comincia un dibattito, si parla di varie questioni, e poi, non si sa come, si finisce male, ma proprio male. Come nel caso qui sotto.

Un po’ di colpa, se la polemica da noi è così importante, è anche dei giornalisti sempre a caccia dello scoop. Come se gli insulti di Grillo ormai facessero notizia (per alcuni giornali è ancora così). E allora nell’Italia polemica per farsi notare bisogna urlare sempre più forte, fare uscite sempre più sguaiate, così entrare nel merito di una questione è impresa difficilissima. Anzi, a seguire calcio e politica, in Italia la polemica sembra l’unico scopo di vita. Si insulta l’avversario, politico e non, lo si sminuisce a parole. Poi quello che dirà il campo o il futuro del Paese conta poco, l’importante è aver centrato il bersaglio.

Studia e vive a Bruxelles. Scrive di politica internazionale, Europa e Italia. Non crede nelle soluzioni facili ai grandi problemi. Segni particolari: europeista convinto. Twitter: @WattGuidi