Quello che ho scoperto sull'Isis

Quello che ho scoperto sull’Isis

Questa settimana avrei voluto scrivere di qualcos’altro. Mi è già capitato un paio di volte: durante la settimana scrivo una paginetta su temi non frivoli ma neanche troppo impegnati, consegno il mio lavoro e mi sento soddisfatta. Poi succede qualcosa di terribile, una strage, un attentato, una tragedia. E così mi ritrovo il mio articolo non frivolo ma neanche troppo impegnato a fare compagnia a resoconti tragici e preghiere; diventa stonato e molto più frivolo di quanto non avessi pensato.

Stavo per incorrere nello stesso errore quando ieri mattina mi sono svegliata con la notizia dell’attentato a Nizza (sembra che ultimamente le notizie brutte mi arrivino sempre di prima mattina). Decido di non ultimare l’articolo che pensavo di pubblicare e mi metto a scrivere la pagina che staI leggendo adesso.

Che cosa si può dire di fronte a tali oscenità? Non ci sono parole adatte o discorsi adeguati in queste situazioni. Ci si sente impotenti, come se dovessimo scalare una montagna di cui non vediamo la cima. Cosa si può dire, cosa si può fare? In molti casi ci verrà da pensare che il terrorismo è un pericolo a cui non c’è soluzione. Specialmente per come lo conosciamo noi: mine vaganti pronte ad esplodere in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Non ci sono codici di comportamento, non ci sono regole. Non possiamo capire né prevedere, non sappiamo nemmeno da che parte difenderci o come contrattaccare (in senso non esclusivamente militare).

Sono tutti quesiti a cui non sono in grado di dare alcuna risposta. In questi casi, quando niente sembra avere un senso e tutto pare intricato e complesso, la cosa più importante per me è cercare di capire anche una milionesima parte del problema. Far rientrare qualcosa che non ha nulla di razionale in uno schema logico fatto di date, variabili storiche, cause ed effetti. Così qualche mese fa ho cominciato a fare ricerche, a studiare il fenomeno Isis attraverso saggi, podcast, articoli, provocandomi non pochi incubi.

Ho imparato tante cose, tante cose ancora ignoro. Alcune mi sembra che sia importante che vengano condivise e per questo le riporto qui sotto.

Perché dire Daesh anziché Isis
Il gruppo jihadista dietro a molti degli attentati degli ultimi anni è chiamato da quasi tutti Isis, Stato Islamico di Iraq e Siria. Questo è lo stesso nome in cui organizzazione e militanti si riconoscono. Tuttavia, negli ultimi tempi con maggiore frequenza, molti si riferiscono agli stessi con il nome di Daesh. Un termine etimologicamente molto simile ad Isis, ma che porta con sé un significato simbolico estremamente diverso. Utilizzando Daesh si vuole privare l’organizzazione di terroristi di due elementi: lo stato e l’islamico. Da una parte, ci si rifiuta di riconoscere un’organizzazione statale. Dall’altra, si vuole impedire che il gruppo terroristico si impossessi dell’Islam, di cui rimane una piccola minoranza.

Imparare a distinguere Islam da Daesh
Lo si è già detto tante volte. “Not in my name”: l’appello di tanti musulmani che si rifiutano di riconoscersi nelle azioni di Daesh. Eppure pare che molti non riescano proprio a coglierla questa differenza. Proprio come nel film Inception il parassita più resistente che esista è un’idea: “Una volta che un’idea si è impossessata del cervello è quasi impossibile sradicarla.”. E a noi hanno raccontato che Islam è uguale a terrorismo per vent’anni. E questa idea probabilmente rimarrà inconsciamente dentro a molti di noi anche se non lo vogliamo. È una realtà triste che molti di noi scoprono in situazioni inaspettate, ad esempio quando si fa uno scalo all’aeroporto di Abu Dhabi. Ci sentiamo condizionati da dei preconcetti. Come fare allora a sconfiggere questo pregiudizio? La mia risposta rimane sempre la stessa: conoscere, andare a scoprire un universo di cui sappiamo poco e cercare di evitare di pensare di essere culturalmente superiori.

Basterebbe immedesimarsi in quelle tante persone che subiscono Daesh in Siria e in Iraq e a quei coraggiosissimi musulmani che combattono Daesh e vivono costantemente nel terrore.

Da dove viene Daesh?
Questa è una domanda complessa a cui risponderò in modo forse eccessivamente semplicistico: 2003, invasione statunitense dell’Iraq. La spedizione militare statunitense in Iraq ha messo le basi dell’emergere di Daesh. O meglio, se non ci fosse stata quella guerra e se non fossero state completamente smantellate le istituzioni irachene dall’oggi al domani, forse Daesh non avrebbe avuto un terreno fertile in cui crescere. Ora, il fatto è interessante per diversi motivi: 1. Spesso vengono prese delle decisioni politiche internazionali senza preoccuparsi troppo delle conseguenze (qualcosa da tenere in considerazione per il futuro)
2. Veramente non si può più pensare che quello che succede tra due o tre Paesi lontani non ci riguardi, ma siamo tutti estremamente interconnessi
3. Sconfiggere Daesh militarmente non sarà sufficiente per sconfiggere la minaccia di organizzazioni terroristiche in quell’area.

[Qui vi lascio il link di un podcast che riporta una lezione tenutasi alla London School of Economics. Si tratta della storia di Daesh in breve, e trovo che sia molto istruttiva: Link ]

In definitiva, il terrorismo, e specialmente lo jihadismo, ci appare come qualcosa di assolutamente imprevedibile e la cui sconfitta è ancora lontana. Ma se ho capito qualcosa in tutta questa storia, è che tutti noi abbiamo una responsabilità di fronte agli attacchi terroristici: quella di essere informati per quanto possibile, di essere compassionevoli nei confronti di chi fugge da queste realtà e di trattare il mondo islamico senza pregiudizi. Altrimenti Daesh, o qualsiasi altro gruppo potrà esserci in futuro, diventerà sempre più la scelta disperata di persone senza speranza per il futuro.