Le 5 bufale post-referendum

Le 5 bufale post-referendum

E anche questo referendum è andato, come direbbe il Milanese Imbruttito. Dopo un’estenuante campagna elettorale, il voto è stato una specie di catarsi per gli italiani, che domenica scorsa si sono finalmente tolti un fardello dalle spalle. Tra le due “accozzaglie” del Sì e del No, però, non è certo scoppiata la pace. Anzi. Pian piano che il dato reale confermava gli exit poll, sui social venivano rovesciati fiumi di insulti diretti alla fazione opposta. Ma soprattutto venivano scritte alcune bufale da smentire quanto prima.

Ne abbiamo scelte cinque che potete leggere qui sotto.

Così perde il Paese
Neanche il tempo di annunciare il risultato ufficiale del referendum e già il popolo del web (e non solo) era insorto. Mi riferisco ovviamente ai sostenitori del “Sì”. Commenti pacati e distesi hanno cominciato a circolare su Facebook, con un punto in comune: il rispetto dell’altra parte. “La democrazia fa schifo”, “Oggi mi sento più che mai vicino Churchill”, “Bravi , avete consegnato l’Italia a Salvini e soci”: era il tenore medio dei post. E via così, a far credere che il “No” abbia condannato il Paese all’instabilità politica perenne e dato l’Italia in dote alla destra. Eppure, se il 60% dei votanti si è espresso contro la riforma, forse qualche motivo valido dietro alla vittoria del “No” c’era. Un dato su tutti fa riflettere: per una volta i giovani hanno “vinto”. A differenza della Brexit, in cui la maggioranza dei millennials britannici si era espresso in favore della permanenza del Regno Unito nell’UE, e delle elezioni americane, dove i giovani statunitensi avevano votato in massa per Hillary, in questo caso il risultato ha premiato i giovani italiani. Si è detto che l’81% degli appartenenti alla fascia 18-34 anni abbia votato per il “No”. Forse per una volta l’Italia sarà costretta ad ascoltare i propri giovani. Già questa ci sembra un’ottima notizia.

L’Italia non sa cambiare
Altro tormentone del post-referendum è stato il pessimo refrain: “Ecco, ora che ha vinto il No l’Italia ha dimostrato per l’ennesima volta di non saper cambiare”. Cose che neanche Jim Messina in persona. Questa bufala è densa di retorica, ed è facile da smontare. Sentite le parole di due ragazze intervistate da VICE Italia all’indomani del referendum: “penso che un cambiamento sia necessario, ma nella direzione corretta, e non era questa” (una); “il cambiamento non deve partire dalla Costituzione, c’è molto altro da fare prima” (e due). Chiaro no? Sul “cambiare” possiamo essere tutti d’accordo, ma con l’incapacità tutta italiana di voltare pagina si riferisce a ben altri problemi rispetto al tanto odiato bicameralismo perfetto. Inutile prendersi in giro, le questioni per cui preoccuparsi sono ben altre: la corruzione (in politica e non solo), la criminalità organizzata, la disoccupazione giovanile, lo sviluppo del Meridione, la burocrazia eccessiva, e via così. Bastava un sì per “cambiare” tutto questo? Forse era bello illudersi che fosse così.

Le ragioni del voto
Punto controverso già durante la campagna referendaria, sulle ragioni del voto è scoppiato un caso all’indomani del referendum. Già, perché sembra serpeggiare una facile spiegazione: la maggior parte dei sostenitori del “No” avrebbero votato così soltanto per “mandare a casa Renzi”, e non nel merito della riforma; al contrario, i sostenitori del “Sì” l’avrebbero fatto per il desiderio di approvare la Costituzione modificata dal governo Renzi. Ora, se sul primo punto si può essere d’accordo è da ingenui pensare che coloro che hanno votato “Sì” l’abbiano fatto per motivi nobili. Anche i sostenitori del “Sì” si sono macchiati in parte di un “voto contro”, per i motivi seguenti: NON mandare a casa Renzi, NON permettere a Grillo di andare al governo, NON causare instabilità politica. Insomma, entrambi gli schieramenti avevano i loro buoni motivi per votare in un senso o nell’altro, ma ben pochi hanno votato nel merito della riforma. Che fosse per il “Sì” o il “No” in questa circostanza cambiava poco.

La vittoria del “No” premia la destra
Il primo a prendersi il “merito” della vittoria del “No”, appena svelati gli exit-poll, è stato il furbo Matteo Salvini. Lesto come una volpe, il leader della Lega Nord ha messo il suo faccione in primo piano nelle varie tv per annunciare il lieto fine tanto atteso: “Noi della Lega non vogliamo essere scaramantici, ma se i risultati verranno confermati Renzi dovrà dimettersi“. E dopo Salvini è partito il valzer delle dichiarazioni, tra cui gli on. Brunetta, Calderoli, e tutti gli altri membri della troupe. Così verrebbe facile pensare che la vittoria del “No” premi la destra. Invece non è così. In quel 60% sicuro non c’è solo la destra di Salvini o Berlusconi. C’è anche, per l’amarezza di Renzi, anche molta sinistra. E non solo sinistra estrema (o membri dell’ANPI): anche tante persone che si sono disamorate del premier perché deluse dai risultati del suo governo o per niente convinte di approvare la riforma. Per questo la destra può solo parzialmente esultare all’idea di una grande vittoria. Se non fosse stato per l’apporto di una certa sinistra molto probabilmente Renzi avrebbe vinto. E “ciaone” l’avrebbe detto un altro Matteo.

Il ritorno dei dinosauri della politica
Ultima bufala da sfatare: la vittoria del “No” segnerà il ritorno dei vecchi marpioni della politica nostrana. Da Berlusconi a D’Alema: i dinosauri sarebbero magicamente scampati all’estinzione (elettorale) e ora si ripresenteranno davanti agli italiani. D’altronde l’uscita di scena di Renzi li riporta chiaramente in auge, no? Ma neanche per sogno. Innanzitutto perché Renzi non è uscito di scena. Certamente l’ex premier non sarà più a capo del governo, ma avrà già voglia di guidare il PD alle prossime elezioni. In ogni caso, certi personaggi, se anche avessero il coraggio di ripresentarsi, sono semplicemente troppo odiati dagli elettori per poter pensare di ottenere un minimo consenso. Gli italiani non ne possono più delle solite facce, per questo chi vede D’Alema come il fumo negli occhi dovrebbe tranquillizzarsi. Il buon baffo ha fatto più danni in passato, ora il massimo che potrà fare sarà cercare una resa dei conti interna al PD. Ma Renzi, dall’alto del “suo” 40%, difficilmente avrà voglia di ricominciare dal via…

Il futuro dell’Italia oggi è estremamente difficile da prevedere. Nell’attesa però non inganniamoci con le chiacchiere da social. Sarebbe come farsi del male due volte, e dopo tutto quello che il referendum ci è costato non ce lo meritiamo proprio.

Studia e vive a Bruxelles. Scrive di politica internazionale, Europa e Italia. Non crede nelle soluzioni facili ai grandi problemi. Segni particolari: europeista convinto. Twitter: @WattGuidi