E se ci fosse qualcosa peggiore dell' ISIS?

E se ci fosse qualcosa peggiore dell’ ISIS?

Gli orrori perpetrati dallo Stato Islamico di Iraq e Levante (ISIL) ha catturato l’attenzione dei governi e dei media mondiali. Ogni mattina siamo bombardati da immagini, video, reportage e testimonianze di crimini efferati, spesso definiti come ‘’barbari’’ e indicati come manifestazione dell’ inciviltà islamica e del suo modo arcaico di concepire il potere dai commentatori americani. Senza nemmeno accorgersene, spesso quasi si bypassa la crudezza e degenerazione dei fatti in sè per concentrarsi sulla componente religiosa del gruppo. Si cercano ragioni intrinseche alla religione per spiegare la violenza e brutalità di questi atti, perdendo di vista forse che si sta parlando prima di tutto di vite umane. Viene allora spontaneo chiedersi quali siano le vere cause dell’interesse mediatico, specialmente americano, verso il fenomeno ISIL e come mai esso abbia così tanta risonanza, al contrario di molti altri fenomeni criminali che, nonostante di simile portata, vengono sistematicamente relegati al trafiletto.

Vi sono, infatti, numerosi altri gruppi criminali organizzati la cui barbarie e depravazione non è inferiore a quella dell’ISIL e che pongono altrettanti (se non maggiori) pericoli all’integrità degli Stati Uniti. Tuttavia, per qualche tipo di ragione, non colpiscono e non suscitano lo stesso tipo di isteria e indignazione collettiva. Come si può allora interpretare questo interesse assillante per il fenomeno ISIL? L’Occidente e l’America in particolare si stanno occupando e preoccupando principalmente dell’ISIL perché indignati dalle atrocità commesse verso civili inermi e compatrioti o più perché preoccupati a caratterizzare l’Islam con determinati tratti e caratteristiche? Se fosse per la prima ragione, allora, perché altrettanto spazio non viene dato all’ impatto e al pericolo rappresentato per le istituzioni americane, ad esempio, dai cartelli della droga messicani?

ISIL vs Narcos

Un recente report pubblicato dalle Nazioni unite ha stimato che il conflitto tra le forze di sicurezza Irachene e l’ISIL ha prodotto in Iraq la morte di circa 8,493 e il ferimento di 15,782 persone solo nel 2014. A queste vanno aggiunte le continue stragi in territorio siriano, più difficili però da stimare dati i numerosi conflitti settari che devastano il paese da anni.

Numeri che mettono i brividi.

Tuttavia, c’è chi fa ‘’di meglio’’ e con molti meno riflettori addosso. Stando alle stime di Human Rights Watch, infatti, soltanto nel 2013 circa 16,000 persone sono state uccise in Messico, mentre altre 60,000 hanno perso la vita tra il 2006 e il 2012: circa un morto ogni mezzora negli ultimi 7 anni. Dunque, anche volendo ignorare il fatto che questi siano dati stimati dal governo messicano, conosciuto per la sua tendenza a sgonfiare, il numero dei morti, non si può invece evitare di riconoscere come anche questa crisi, sebbene nascosta, rappresenti qualcosa di atroce che forse andrebbe riportato.

So che molto spesso i numeri non riescono a catturare la mente dei lettori e a rappresentare la portata di un fenomeno quanto lo fanno le immagini. Il numero di morti da solo non illustra né comunica la depravazione dei narcos, quanto lo può fare la descrizione dei modi in cui molte delle vittime vengono trucidate. Ogni anno centinaia di decapitazioni sono portate a termine dalla mafia messicana. Oltre alle decapitazioni, i narcos sono conosciuti per le torture che infliggono ai corpi delle loro vittime, come se la morte in sé non fosse sufficiente. Smembramenti, mutilazioni, pubbliche esecuzioni, pile di corpi lasciate al centro di cittadine per terrorizzarne gli abitanti sono eventi comuni.

Come l’ISIL, i cartelli hanno scoperto l’uso dei social media per terrorizzare, mostrare le loro azioni e far comprendere il loro potere sul territorio.

Come l’ISIL, I cartelli hanno come obiettivo specificatamente donne e bambini. I soggetti più vulnerabili vengono attaccati per aumentare il senso di paura, per intimidire le comunità occupate. Come l’ISIL, anche i Narcos recrutano giovani soldati, anche al di sotto degli 11 anni , per formarli. In poco tempo sono capaci di creare assassini convinti della causa per cui uccidono e si uccidono durante gli scontri con i militari messicani.

Come l’ISIL, anche i cartelli rapiscono migliaia di ragazzini ogni anno per usarli come prostitute o muli della droga, o semplicemente (e questa è la realtà) per ucciderli e rivenderne gli organi sul mercato nero. Coloro che cercano di richiamare l’attenzione sul problema e chiedono riforme molto spesso finiscono per essere uccisi, come lo scorso settembre, quando 43 studenti sono stati rapiti dal collegio della città di Iguala e, in seguito, massacrati per aver protestato contro la continua presenza dei cartelli nelle strade.

Journalists Protest against rising violence during march in Mexico City

Giornalisti messicani in protesta contro i continui rapimenti dei loro colleghi (From Knight Foundation’s Flickr http://goo.gl/ZF2Hra)

Se l’ISIL ha ucciso brutalmente alcuni giornalisti, altrettanto hanno fatto i Narcos e forse addirittura in numero più considerevole. Dal 2006 infatti ben 56 giornalisti sono stati uccisi a causa del loro interesse per i crimini commessi dai cartelli. Ciò, di conseguenza, ha reso ancora più passivi i media messicani, spesso attratti da tangenti o fatti tacere con concrete intimidazioni. Questa attività censoria non si limita solo ai giornalisti di professione. Spesso i clan hanno membri appositamente incaricati al controllo dei nuovi mezzi di comunicazione e costantemente minacciano e mettono a tacere coloro che criticano il loro operato sul territorio attraverso i comuni social media.

Nonostante tutto ciò, sembra che questi problemi non tocchino particolarmente il pubblico occidentale e americano. L’indignazione per il rapimento di 1,500 donne Yezidi e la loro riduzione a schiave sessuali è più che giustificata. Ma dov’è quella per le centinaia di donne rapite e sodomizzate ogni anno dai Narcos?

The crucial element: Il Pericolo per la Sicurezza dello Stato

L’ISIL ha decapitato due americani nel corso della passata estate e ha sottolineato come sia pronto ad ucciderne un altro. Tuttavia, dal 2007 al 2010 i cartelli hanno ucciso circa 293 Americani in Messico, nonché 5,700 negli Stati Uniti (teniamo conto che circa 2,349 americani sono morti durante la guerra in Afghanistan) e hanno ripetutamente attaccato i consolati americani in Messico. Se è pur vero che le decapitazioni perpetrate dall’ISIL siano efferate e vergognose, i cartelli da parte loro non si limitano a quello ma hanno, talvolta, esaltato la loro sete di violenza torturando, smembrando e poi cuocendo i corpi degli americani che avevano catturato. Immagini efferate, eppure concreta realtà.

Se da un lato l’amministrazione Obama ha spesso e volentieri sottolineato come l’ISIL rappresenti uno dei più grandi pericoli per la sicurezza degli Stati Uniti, dall’altro per ora l’ISIL si è fondamentalmente concentrato sulla conquista dei territori iracheni e siriani. Inoltre coloro che negli Stati Uniti sono stati arrestati per connessioni con l’ISIL, sono state tutte persone che avevano come interesse quello di andare all’estero e combattere con il gruppo, non bersagliare obiettivi in territorio americano. Infine, proprio l’US Intelligence ha assicurato che l’ISIL non rappresenta un pericolo credibile per la sicurezza nazionale americana.

Lo stesso non può essere detto dei Narcos.

I cartelli si sono infiltrati in più di 3,000 città americane e molto spesso le loro reclute sono proprio cittadini americani. La loro rete di network negli Stati Uniti è molto sofisticata e robusta, tanto da controllare quasi la totalità del mercato illecito della droga del paese. Non c’è alcun dato reale e attuale che possa attestare lo stesso per quanto riguarda l’ISIL.

Perché, allora, questa discrepanza?

È chiaro che la campagna contro l’ISIL non fondamentalmente è motivata dal pericolo che questo gruppo rappresenta per gli Stati Uniti o per la portata o natura efferata delle sue azioni. Se questi infatti fossero i le reali motivazioni, allora si dovrebbe essere ancora più spaventati e indignati da ciò che portano a termine i cartelli messicani. Forse, se così fosse, già da tempo si sarebbero mobilizzate 50 nazioni per eliminare il cartello di Sinaloa…

Alcuni potrebbero sostenere che, nonostante le differenze, i cartelli rappresentino un pericolo minore perché l’ISIL è unificato sotto un’unica ideologia, completamente antitetica al pensiero americano e, di conseguenza, all’ordine internazionale costituito, mentre i cartelli si interessano solo del profitto. Anche questo non è corretto.

Gran parte della violenza perpetrata dai cartelli è di tipo ritualistico, parte di una loro religione basata in gran parte sulla venerazione della morte e facendo uso della quale Narcos, come i Knights Templar (Cavalieri Templari, nome che senza dubbio già evoca l’idea di guerra religiosa) supportano e costruiscono chiese per radicare la loro presenza sul territorio e perpetuare la loro escatologia. Quando i membri dei cartelli vengono uccisi, vengono spesso e volentieri seppelliti in mausolei, onorati come martiri, eroi che hanno resistito a quell’ordine stabilito che non fa altro che sfruttare il Sud America e commemorati in canzoni popolari che ne glorificano le azioni belliche e più atroci. I cartelli, dunque hanno un sistema ideologico e delle ambizioni geopolitiche non meno pronunciate ed evidenti di quelle dell’ISIL.

Sfortunatamente, però gli Stati Uniti non riescono a formulare contro questo vero e consistente pericolo una risposta reale e a informare la propria popolazione. Troppo preoccupati a incolpare l’Islam dei problemi del Medio Oriente e incapaci di comprendere i fattori scatenanti che hanno portato alla nascita dell’ISIS, non solo gli Stati Uniti rischiano di vedere l’insorgere di movimenti spiccatamente Islamofobi, ma anche di non accorgersi che c’è già un cancro all’interno del loro paese che, se lasciato libero di agire, ne minerà presto  concretamente la stabilità e la sicurezza.

Orsola is author for Angry Italian. Based in London, but with great love for Italy and the Middle-East, Orsola focuses on the issues of refugees, international politics and health policy.