Donne in politica: quanto è indietro l'Italia?

Donne in politica: quanto è indietro l’Italia?

Un paio di giorni fa sul suo profilo Facebook Enrico Mentana riportava in auge il dibattito su un punto dolente della politica nostrana: il ruolo delle donne. “Da mercoledì il premier della Gran Bretagna sarà una donna, Theresa May. Tra poche settimane il capo dell’opposizione laburista sarà Angela Eagle, ed è già in carica la first minister scozzese, Nicola Sturgeon. A novembre gli Stati Uniti potrebbero eleggere Hillary Clinton alla loro guida…”, scriveva il direttore del tg di La7. E l’Italia? “Non pervenuta”, secondo Mentana. Ma il nostro paese è davvero così indietro per quanto riguarda la carriera delle donne in politica? Cerchiamo di scoprirlo.

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Subito attaccato dagli internauti famelici di polemiche, Mentana ha dovuto spiegare quello che intendeva dire nel suo post. E cioè non sicuramente criticare l’attuale governo italiano. Semmai indicare come in altri Stati europei, in questo caso il Regno Unito, le donne possano concretamente competere per i posti chiave dei loro partiti, fino a conquistarne la leadership. Una situazione che sembra lontanissima dalla realtà italiana. Il paragone in effetti è abbastanza desolante: tra i capi dei nostri principali partiti non si conta nessuna donna. Da Renzi a Berlusconi, passando per Grillo (o la strana coppia Di Maio-Di Battista) e Alfano, fino a Civati o al Monti di qualche tempo fa. Si tratta di un dato di fatto: nell’universo politico italiano il testosterone la fa da padrone.

Del resto l’osservazione di Mentana ci fa riaprire gli occhi su un problema tutt’altro che nuovo. Quello della (scarsa) parità di genere nel Belpaese. Lasciamo allora il terreno friabile delle analisi sui social per dare un’occhiata alle statistiche, quelle pubblicate ogni anno dal World Economic Forum. Stando alle rilevazioni del 2015, l’Italia si situa al 41^ posto nella classifica mondiale della parità uomo-donna – dietro Stati come Cuba e Mozambico e anni luce dal podio, tutto nordico, formato da Islanda, Norvegia e Finlandia. Valutando nello specifico i grafici relativi all’Italia, si vede subito come la politica sia in assoluto l’aspetto in cui l’im-parità di genere sia più manifesta. A differenza dell’accesso alle cure sanitarie e all’educazione, nel quale le donne italiane hanno eguali opportunità rispetto ai loro connazionali maschi, in politica l’ineguaglianza si fa assai marcata: sono poche le donne in parlamento, ancora meno le ministre nel governo.

Si potrebbe affermare che il governo Renzi abbia cercato di invertire questa tendenza. Alla guida dei ministeri nazionali attualmente si contano 3 donne su 13 ministri: Lorenzin alla Salute, Giannini all’Istruzione e Pinotti alla Difesa. A queste vanno aggiunte le due ministre “senza portafoglio”: Boschi (Riforme costituzionali e Rapporti col Parlamento) e Madia (Pubblica Amministrazione). Si nota quindi un leggero miglioramento nella rappresentazione femminile a livello governativo. Tuttavia, come faceva notare lo stesso Mentana nel suo post, si tratta in questo caso di nomine fatte dal presidente del Consiglio – quindi non di cariche elettive. Non essendo stati i cittadini a scegliere le ministre, difficilmente si può usare questo dato per valutare un miglioramento della parità di genere in politica. Idem dicasi per la nomina di Federica Mogherini come alto rappresentante dell’UE, altra scelta voluta fortemente dal presidente Renzi.

Al contrario, allontanandosi dai palazzi del potere di Roma per tuffarsi nella politica di tutti i giorni, la situazione generale sembra indicare una forte ineguaglianza. C’è poco da meravigliarsi: se la classe dirigente di un paese è spesso lo specchio della sua società, la politica italiana non può che essere ancora densa di maschilismo. Così succede che Bertolaso attacchi la sua rivale Meloni dicendole che al posto di pensare a candidarsi a sindaco di Roma “dovrebbe fare la mamma“. Una battuta che esplicita un’idea malsana condivisa da molti (uomini) in Italia: la donna può far carriera fino ad un certo punto, ossia fino a quando la maternità ne arresterà inevitabilmente il percorso professionale. In quell’occasione fu subito polemica, seguita dall’ovvia combo ‘dietrofront + paraculata’ da parte di Bertolaso. Ma intanto la sua affermazione resta, come l’idea che ancora oggi la politica non sia ancora del tutto schiusa al mondo femminile. Più ineguale di così?

Eppure ultimamente ci sono state anche delle buone notizie. Le ultime elezioni amministrative potrebbero indicare una possibile svolta nel problema dell’eguaglianza di genere in politica. In particolare le vittorie di Chiara Appendino a Torino e soprattutto di Virginia Raggi a Roma sono un segno che qualcosa sta lentamente cambiando. Va sottolineato come entrambe le neo elette sindache facciano parte del Movimento 5 Stelle. Tra le tante critiche al partito di Grillo, va dato merito all’M5S  per aver sostenuto con convinzione due candidate donne in due delle città più importanti d’Italia, tra cui la capitale. Altri partiti, come il PD milanese, si sono invece mostrati paritari a parole ma conservatori nei fatti: la nuova giunta del sindaco Sala, per esempio, avrebbe dovuto mantenere un equilibrio di genere, ma alla fine il conto pende da una parte (8 uomini, compreso il sindaco, e 5 donne tra gli assessori).

Un cambiamento che apre nuovi spazi alle donne si fa largo nei palazzi della politica, a rispecchiare una società che è anch’essa profondamente cambiata negli ultimi anni. Ma per le donne resta più difficile rispetto ai colleghi ambire a ruoli di rilievo nei partiti politici e negli organi governativi. In questo senso quanto succede in Gran Bretagna dovrebbe farci riflettere. Aveva ragione Mentana.

Studia e vive a Bruxelles. Scrive di politica internazionale, Europa e Italia. Non crede nelle soluzioni facili ai grandi problemi. Segni particolari: europeista convinto. Twitter: @WattGuidi