Che cosa abbiamo scoperto sulle donne e la politica

Che cosa abbiamo scoperto sulle donne e la politica

Ci sono tantissime cose che si potrebbero dire dopo i risultati delle elezioni negli Stati Uniti e tantissime cose, più o meno intelligenti, sono state dette. Non mi sembra il caso di imbarcarmi in considerazioni politiche, ma è interessante chiederci: cosa ci dice la vittoria di Trump sullo stato di emancipazione femminile e sul ruolo delle donne in politica?

Il binomio Trump presidente – crisi del femminismo è condiviso tanto quanto contestato. Su questo argomento generalizzazioni e conclusioni ridicole abbondano. Sembra che ogni volta che siamo in presenza di un candidato donna vengano fuori gli stessi argomenti.

Non si può votare una donna solo perché è donna.
Purtroppo siamo ancora in un periodo storico in cui il solo fatto che una donna si presenti in politica è un evento raro. Il solo essere donna è un vantaggio per la candidata perché praticamente nessun altro è donna. E il problema vero è che alcune candidate, Clinton compresa, decidono di puntare la propria campagna su questo, svilendo tutti gli altri argomenti. Care donne, se volete entrare in politica, non seguite questa strategia. Sostenere che si abbia il diritto di essere preferita ad un altro candidato sulla base del proprio sesso non è una buona mossa. È importante, invece, che passi il messaggio che le donne sono necessarie in politica perché sono tanto capaci quanto gli uomini.

Quando una donna non è una donna.
Sembra un paradosso, ma quante volte l’abbiamo sentito? Il più delle volte capita che quelle poche che arrivano ai vertici della politica abbiano ben pochi tratti che la tradizione ritiene ‘femminili’. Tatcher, Merkel, Clinton: non si può proprio dire che siano esempi di femminilità tradizionale, e badate bene, non mi riferisco assolutamente all’aspetto esteriore. Questo succede perché, nella storia, la politica è quasi esclusivamente maschile. Anche se alcune donne riescono ad entrare in questo circolo di soli uomini, devono fare necessariamente ricorso alla loro parte più “maschile”. Quale donna riuscirebbe a vincere se non mostrando di essere forte e risoluta? La politica è basata su paradigmi di aggressività e forza spesso bruta e la donna, che di solito è considerata tutto il contrario, deve reprimere quei lati di apparente debolezza e appellarsi alla sua anima più maschile. Il risultato: la donna, in un certo senso, non è più donna. I tentativi di nascondere quei “punti deboli” come emotività, compassione, gentilezza, la donna elimina ogni possibilità di trasmettere empatia al proprio elettorato. È stato questo che ha fatto perdere la Clinton: l’incapacità di muovere animi e ispirare la gente.

Come si esce da questo circolo vizioso? Purtroppo i tempi non sono ancora (o non sono più) maturi perché l’universo femminile possa coprire un ruolo vero in politica, almeno negli Stati Uniti. Il femminismo ha perso contro Trump non perché la Clinton fosse l’unica possibilità che permettesse alle donne di essere rappresentate. Il femminismo ha perso perché nella politica di oggi non c’è spazio per una donna a meno che non dimostri di avere tutte le qualità di un maschio. E anche in questo caso, il successo è tutt’altro che assicurato.