Dalla Cina con furore

Dalla Cina con furore

“Dobbiamo dire no al protezionismo. Perseguire il protezionismo è come chiudersi dentro una stanza buia. Vento e pioggia possono pure restare fuori, ma resteranno fuori anche la luce e l’aria”. Così Xi Jinping, presidente della Cina, ha parlato alla platea del 47′ World Economic Forum. Xi è il primo leader cinese a venire nella svizzera Davos, dove ogni anno si riunisce il gotha dell’economia mondiale. Ma questa è solo la prima sorpresa, in questo inizio di 2017 in cui il mondo sembra andare alla rovescia.

Nel suo discorso, Xi Jinping è abile a presentarsi come il nuovo campione del libero commercio, un garante della globalizzazione, di questi tempi tanto bistrattata da populisti di ogni specie e origine. La sua è una vera arringa difensiva, che mischia retorica e pragmatismo. “Molti dei problemi di oggi non sono affatto causati dalla globalizzazione. Per esempio le migrazioni dal Nord Africa e Medio oriente che hanno causato tanta apprensione e la crisi finanziaria di dieci anni fa”, punge il presidente cinese. Poi insiste, ribattendo sul tasto: “È vero che la globalizzazione ha creato nuovi problemi, ma questa non è una giustificazione per cancellarla, quanto piuttosto per adattarla”. Insomma, guai a considerare il mercato globale come la causa di tutti i nostri mali, ammonisce Xi. La globalizzazione ha sì creato nuove disuguaglianze, ma ha anche permesso lo sviluppo delle nazioni povere.

“Molti dei problemi di oggi non sono affatto causati dalla globalizzazione”, punge il presidente cinese.

Xi Jinping a tratti parla come Obama, seducendo la platea con le sue formule all’insegna del politically correct. Oltre a condannare un eventuale ritorno al protezionismo (“Nessuno uscirebbe vincitore da una guerra commerciale”), infatti, il presidente cinese difende gli ultimi accordi internazionali sull’ambiente e denuncia il cambiamento climatico. Un’altra sorpresa, visto che viene dall’inquinatissima Cina. “L’accordo di Parigi è un passo avanti ottenuto duramente. Tutti gli Stati firmatari dovrebbero impegnarsi a rispettarlo, è una nostra responsabilità nei confronti della generazioni future”, sottolinea Xi. A sentire il suo presidente, per la Cina il cambiamento climatico sarebbe una questione estremamente seria. Altro che “un complotto ordito dai cinesi”, come sostenuto da Trump in campagna elettorale.

Il nuovo presidente americano è il principale bersaglio del discorso di Xi Jinping. Il leader asiatico non cita mai direttamente Trump, ma i riferimenti al nuovo corso preso a Washington sono innumerevoli. Qui sta il paradosso arrivato da Davos, che in realtà è pura logica di potere: di fronte a un’America che si ripiega su stessa, nelle ricette nazional-protezioniste di Trump (“l’America agli americani”), la Cina non esita a ribattere, prendendosi il posto di difensore del libero commercio finora appartenuto agli Stati Uniti. Finora eterna seconda negli equilibri mondiali, la potenza comunista sembra pronta a cogliere l’occasione della presidenza Trump per assumere le vesti di leader dell’economia (e quindi anche della politica) internazionale. Lo dimostra il “senso responsabilità” che filtra dal discorso di Xi, presentatosi a Davos come un leader garante dell’ordine globale. Dietro le sue parole si nasconde però un progetto di supremazia: Xi sembra dire chiaramente ai partner europei e degli altri continenti che se gli USA abdicassero al loro ruolo di nazione-guida, rifugiandosi nell’isolazionismo, la Cina sarebbe pronta a raccoglierne l’eredità sulla scena internazionale.

Dietro le parole di Xi Jinping a Davos si nasconde però un progetto di supremazia.

Va precisato: in questo momento è prestissimo per analizzare le mosse di Trump, insediatosi ufficialmente alla Casa Bianca soltanto lo scorso venerdì. Inoltre è tutto da vedere se il Congresso americano permetterà al nuovo presidente di portare avanti la sua agenda. Oltre ad alcune contraddizioni evidenti del programma-Trump, tra cui spicca la combo tra taglio delle tasse e aumento degli investimenti pubblici (soprattutto in infrastrutture), è difficile immaginare che l’America come potenza globale abbandoni lo scettro di egemone senza resistenze (a vari livelli). Il passaggio di consegne con la Cina, qualora avvenisse, non sarebbe indolore per gli USA, e quindi neanche nell’interesse di The Donald. Soprattutto visto che il suo slogan è “make America great again”…

E l’Europa? In piena crisi di identità e in balia di partiti euroscettici, cosa dovrebbe augurarsi l’Unione europea da questo scontro, che per il momento è solo di parole? Avrebbe da guadagnare dall’abbandono dello storico alleato atlantico in cambio di una leadership globale cinese? La risposta pare negativa. Innanzitutto perché la Cina che si propone come paladino del libero commercio rimane fortemente legata all’economia dirigista, fatta di sussidi alle imprese nazionali e artificiali ribassi monetari, con ben poco spazio per la “mano invisibile” del mercato. Ma il vero nodo si pone sul piano dei diritti. La Cina, sebbene le cose siano evolute negli ultimi anni, resta una dittatura dove lo Stato fa censura (su internet e non solo) e proibisce ai suoi cittadini l’accesso a certi beni e, ancor più, certe informazioni. Quando il presidente Xi si fa vanto di un progresso cinese “orientato al bene del popolo” tace sulle sofferenze che una parte dei cinesi è costretta a subire quotidianamente senza poter esprimere il proprio scontento.

I vecchi Stati Uniti non sono immuni da critiche, e il ripiegamento nazionalista auspicato da Trump avrebbe conseguenze molto negative per l’Europa, sotto tutti gli aspetti. Ma l’idea di un mondo a guida cinese non migliora certo le già non rosee prospettive europee.

Studia e vive a Bruxelles. Scrive di politica internazionale, Europa e Italia. Non crede nelle soluzioni facili ai grandi problemi. Segni particolari: europeista convinto. Twitter: @WattGuidi