Comunque vada, il Movimento Cinque Stelle ha già vinto

Comunque vada, il Movimento Cinque Stelle ha già vinto

“Io voto Sì perché voglio un paese più semplice. L’hashtag è ‘semplice'”. Così diceva il Presidente del Consiglio Renzi in un dei suoi tanti botta e risposta su Facebook nella campagna referendaria. Quello per cui gli italiani sono chiamati a votare oggi, però, è tutt’altro che un quesito semplice, nonostante le frasi volutamente semplicistiche stampate sulla scheda referendaria potrebbero illuderci che lo sia. Al contrario, il voto odierno avrà un peso importante per il futuro dell’Italia e potrebbe perfino segnarne la Storia. Alla vigilia è arduo fare pronostici: troppe le variabili da considerare (tra cui gli italiani all’estero), così come il numero degli indecisi. Fin da ora, però, è possibile sbilanciarsi su un punto: il Movimento Cinque Stelle sembra aver già vinto la sua battaglia.

Le prove sono abbastanza lampanti e si basano sull’osservazione della campagna portata avanti dello stesso Renzi. Tra gli slogan principali usati dal governo per convincere gli italiani ad approvare la riforma, c’è la riduzione del numero dei politici (leggi: dei senatori). “Basta un sì per cancellare poltrone e stipendi”, recita uno dei manifesti ideati dalla campagna del Sì. In vista del referendum Renzi ha cercato di rimettersi i panni del rottamatore, quelli che gli avevano garantito di conquistare in un lampo la leadership del suo partito e poi quella del Paese. Di fatto, la condanna degli sprechi e della politica corrotta resta però un cavallo di battaglia del M5S, uno dei pochi punti saldi del loro incerto programma. Renzi l’ha “rubato” ai grillini perché evidentemente ne riconosce l’efficacia. Il fatto di unirsi al coro degli urlatori che condannano la politica tout court come un male non fa onore al segretario del principale partito del Paese. Insomma Renzi per promuovere la sua riforma ha usato un argomento populista, adattandosi allo spartito del M5S. E non è l’unico punto in cui il premier ha ceduto alla visione del partito di Grillo.

Nel corso della campagna per il Sì, il premier Renzi è andato a caccia di consensi sfruttando il rancore di molti italiani verso l’Unione europea. Basta pensare alla volta in cui il Presidente del Consiglio si è fatto riprendere alla scrivania di Palazzo Chigi con dietro le spalle tante bandiere italiane e nessuna europea. Quell’assenza aveva scatenato subito una polemica. Ma c’è di più. Negli ultimi mesi di campagna Bruxelles è stata spesso bersaglio di attacchi da parte di Renzi o di qualche suo ministro. Per esempio a novembre il governo ha puntato i piedi durante le negoziazioni del bilancio europeo, minacciando un veto dell’Italia. Una mossa plateale quanto tattica, che ha mostrato l’intenzione di Renzi di assecondare il crescente euroscetticismo dei suoi concittadini per guadagnare sostegno al Sì.  Eppure il criticismo, se non l’aperta ostilità, all’UE è un altro punto chiave del programma del M5S. Anche in questo caso Renzi non ha esitato ad adottare una strategia propriamente grillina, pur di portare dalla sua parte ulteriori voti.

Infine, c’è un altro elemento che potrebbe sembrare meno importante, ma che invece è decisivo nel mostrare l’appiattimento di Renzi e del PD sulla visione del M5S: il continuo uso del web, in particolare dei social, come piattaforma di diffusione del consenso. Nel corso della sua campagna, Renzi ha fatto ricorso sempre di più alle sue “conferenze-live” su Facebook, i famosi MatteoRisponde, in cui il premier “dialogava” direttamente con gli utenti sulla riforma, difendendone i punti più controversi. “Oggi siamo qui per smontare le 10 bufale dei sostenitori del No”, ha esordito il premier nel MatteoRisponde di qualche giorno fa. Tuttavia sono stati i 5 Stelle a usare per primi il web come strumento di organizzazione interna e di promozione delle loro idee. Sempre loro a introdurre i dibattiti in “streaming” in Parlamento (vedi il primo incontro tra Renzi e Di Maio). Renzi non l’ha scelto, è stato semplicemente abile ad adattarsi alla logica di trasparenza e all’ideale di democrazia diretta invocati dal partito di Di Battista & Co.

Insomma, se c’è una cosa che questa brutta campagna referendaria ha dimostrato è che, indipendentemente dall’esito del referendum, il M5S è già il vero protagonista della politica italiana. L’egemonia culturale del partito di Grillo è ormai evidente: dalla lotta alla “casta” all’ostilità all’Europa dei tecnocrati, passando per l’importanza della democrazia diretta, il M5S – pur non facendo parte del governo – sembra in grado di dettare l’agenda politica al Paese. Un potere assai atipico per un partito all’opposizione. Dall’altra parte, il camaleontismo dell’attuale premier non basta più a nascondere la drammatica mancanza di visione politica (e di contenuti) di Renzi e del PD. La stessa riforma costituzionale pare un enorme specchio per le allodole per nascondere l’incapacità del governo attuale a risolvere i veri problemi del paese (disoccupazione giovanile, crescita economica, corruzione). Una cosa è certa: se perderà il referendum, il segretario Renzi dovrà lavorare a un programma valido per guidare il suo partito alle prossime elezioni. #Semplice? Non proprio.

Studia e vive a Bruxelles. Scrive di politica internazionale, Europa e Italia. Non crede nelle soluzioni facili ai grandi problemi. Segni particolari: europeista convinto. Twitter: @WattGuidi