Pesce Fuor d'Acqua: una settimana ad oncologia

Pesce Fuor d’Acqua: una settimana ad oncologia

L’oncologia (dal greco óncos, massa e logos, studio) è la branca specialistica della medicina che riguarda lo studio e il trattamento dei tumori. Tumori e cancro.È questo quello che affrontano le persone ricoverate qui. Si tende a censurare la cosa: il più delle volte, non si parla di cancro o tumore, ma di “brutto male”. Quasi come se ci si dovesse vergognare. Non è così.

Il reparto è molto piccolo: quando venni ricoverato per l’appendicite il reparto di chirurgia generale era molto più grosso e c’erano molti più letti. Ma qui ce ne sono pochi, dieci in tutto. Il reparto è diviso in due parti: una con i degenti e un’altra in cui si fanno gli esami e il day hospital, ossia le terapie che possono essere anche lunghe. MOLTO lunghe.

Vengo qui ogni mattina ormai da circa cinque giorni. Già eravamo stati qui un paio d’anni fa, e ora siamo tornati. Mia madre, mia madre che chiamo per nome da quando ho otto anni, è stata ricoverata. Facciamola breve: lieve peggioramento, bisogna cambiare terapia, facciamo la chemio. Erano due anni che non la facevamo. Fine della storia. L’intento di questo articolo non è suscitare pena o compassione. Ma il contrario. Anzi no, qual è il contrario di pena? Invidia? No, non si vuol suscitare pena o invidia ma semplicemente far capire e accettare ciò che molti passano. Mia madre è mia madre, e si nota dai brillanti dialoghi che ha col personale del reparto.

Un’infermiera ci informa che secondo le nuove norme i pazienti devono usare pantofole chiuse, tipo scarponcini, per evitare cadute. Mia madre: “No, sono da vecchia”. Infermiera: “Ma anche io le uso!”. Mia madre non si lascia scomporre, guarda l’infermiera e riafferma: “Appunto, da vecchia!”. L’infermiera, Simona, ride. Perché, vedete, se i medici sono Dei nei loro reparti, le infermiere, tramite tra i pazienti e i medici, tra gli uomini e dio, sono angeli. E tendono a presentarsi col loro nome, non con il cognome o i titoli. Amiamo le infermiere. Ma anche i medici. Mia madre ha un rapporto non solo cordiale con le infermiere ma quasi di affetto. I medici no, sono medici. Andrebbero trattati con rispetto. Infatti si relaziona con deferenza nei confronti dei medici più anziani. Quelli giovani… sono giovani. C’è il “dottorino” (inutile dirle che non può rivolgersi a lui come se avesse 12 anni, gli ha anche preso delle caramelle e tende a ridere quando c’è lui) e anche la “signorina”. “Signora, è molto bello che lei mi chiami ‘Signorina’ e non ‘Dottoressa’…”. Le abbiamo spiegato che era una velata critica al modo in cui le si rivolge. Povera dottoressa. Ora la chiama “signorina dottoressa Marta”. Medici e infermieri sono molto più umani rispetto ad altri reparti ed hanno sicuramente più pazienza (almeno con mia madre).

È un reparto tranquillo ma mai vuoto: difficilmente i pazienti non hanno visite. Non siamo qui per curare un raffreddore. Lo si sa. Eppure a volte bisogna davvero accettare ciò che ci viene mandato. E ci si fa forza. Per un malato le cose non sono facili ma nemmeno per un familiare. Più di una volta mi è capitato di vedere fuori dalle stanze qualcuno, un figlio o una moglie o una madre, piangere per il paziente malato. Piangiamo fuori. Non so se sia una regola non scritta ma tendiamo a non piangere davanti ai nostri familiari ricoverati: inconsciamente, tutti, ci comportiamo allo stesso modo perché sappiamo che dobbiamo essere la loro forza? Ci è stato insegnato a relazionarci a questa malattia come se fosse una “semplice” malattia cronica (come diabete o miastenia): possono esserci alti e bassi, ma si va avanti, sempre. Si va avanti sempre.

Per nessuno, paziente, familiare, infermiere o medico, le cose sono facili qui. Però può capitare che si rida, che si senta una risata. Il dottorino ha una penna con topolino. L’infermiera Giovanna viene presa in giro dalle colleghe per gli occhiali nuovi. Le pazienti fanno l’elenco dei medici più carini. Vince il dottorino perché è tenero. E capita di ridere. Ed è per queste risate che forse, forse, si continua a sperare.