Noi siamo l'Europa

Noi siamo l’Europa

“Che cos’è l’Unione Europea?” A quanto pare, molti cittadini britannici hanno rivolto questo quesito a Google il giorno dopo aver decretato l’uscita del loro Paese dalla UE. Ma è anche una domanda che mi frulla in testa da quando venerdì scorso ho aperto un occhio alle sei di mattina per leggere sul telefono una notifica del Corriere: “La Gran Bretagna fuori dall’Unione Europea”.

Solo un paio di mesi prima passeggiavo per le strade di Londra, incrociavo gente che parlava in francese, tedesco e italiano, e l’idea che il Regno Unito potesse rinnegare l’Europa mi sembrava uno scenario apocalittico e improbabile.

Dopo una mattinata di amarezza e sconforto, mi sono buttata su giornali, servizi, articoli di chi stava vivendo in prima persona quella giornata. Molti di noi hanno cominciato a sottolineare quanto possano essere disastrose le conseguenze politico-economiche di questa scissione per la Gran Bretagna. Ma diciamoci la verità, non è la crisi della sterlina o il tracollo del sistema sanitario pubblico inglese (che semmai avverrà tra almeno due anni) a indignarci. La verità è che ci siamo sentiti feriti nell’orgoglio, come se i cittadini britannici avessero votato proprio contro di noi.

Noi chi? È evidente che non tutti la pensano come noi. Anzi, c’è gente che esulta per questo risultato, a mio parere inspiegabilmente. Sarà quindi il caso di definire chi sono questi “noi”.

Noi siamo nati a cavallo degli anni ’90. Se prendiamo buona la definizione di Hobsbawm, siamo nati alla fine del secolo breve, all’inizio di un’era che sarebbe stata drasticamente diversa da quella precedente. Noi siamo nati con l’Unione Europea, non abbiamo conosciuto niente altro. Quando è stato introdotto l’euro, noi non sapevamo ancora quale fosse il valore del denaro. L’euro era una novità eccitante e, comunque, quando i grandi lamentavano inflazione e costi della vita più elevati, noi eravamo da qualche altra parte a giocare. L’11 settembre 2001 era il primo giorno di scuola. Molti di noi guardavano la televisione, io ero a comprare i quaderni nuovi. In ogni caso, quel giorno abbiamo imparato che quella città aldilà dell’oceano era molto più vicina a noi di quanto pensassimo. Non ne avremmo avuto la coscienza probabilmente, ma il lutto ci è stato imposto, e abbiamo imparato a sentirci partecipi per quello che era successo a delle persone a 6000 chilometri di distanza.

Abbiamo vissuto la nostra prima adolescenza con l’idea che tutto ci fosse concesso. Molti ci dicevano che eravamo viziati, perché non ci mancava niente. Beh, questo fino a quando qualcuno non ci ha detto che non avremmo avuto più niente. Dal 2009 ad adesso, ci siamo sentiti dire da tutti che il nostro futuro sarebbe stato incerto, che trovare lavoro sarebbe stata un’impresa e che non avremmo mai preso una pensione (come se questa fosse la prima preoccupazione di un diciottenne). Ma noi non ci siamo dati per vinti: a differenza dei nostri “fratelli” più grandi, sappiamo che sarà tutto un po’ più difficile, ma questo non è un buon motivo per non rimboccarsi le maniche. In un momento in cui nessuno scommetterebbe su di noi, abbiamo chiesto ai nostri genitori di investire nel nostro futuro, con la speranza che torni loro qualcosa indietro. Il mondo è diventato più piccolo e le possibilità si sono moltiplicate. Siamo andati all’estero a studiare e a lavorare. Anche se abbiamo speso molto più che guadagnato, siamo convinti che queste esperienze fuori di casa ci abbiamo reso enormemente più ricchi. Abbiamo scoperto che non importa quanto possa essere difficile la situazione a casa, ci sarà sempre un’occasione per noi in qualche angolo di mondo.

E questo perché siamo europei. La nostra storia non è possibile se non in Europa. Per noi l’Europa non è un insieme di politiche monetarie e pareggi di bilancio. Per noi l’Europa è un tavolo tondo a cui ognuno porta un piatto tipico del proprio Paese. I piatti sono molto diversi tra di loro e saremo sempre convinti che il nostro ciotolone di pasta sia il migliore di tutti, ma dove sta il bello se non nel condividerlo? Per noi Europa significa avere una casa più grande. Significa anche riuscire a trovare qualcuno “di famiglia” nell’altro capo del mondo.

La mattina del 24 giugno, è stato come se il mondo si stesse sgretolando sotto i nostri piedi, come se una certezza, un punto fisso della nostra vita stesse svanendo. Ed è stato ancora più doloroso che sia stata l’Inghilterra stessa ad essere così decisiva nel decretare questo verdetto. Per molti di noi, l’Inghilterra, o meglio, Londra, è stata il luogo in cui siamo stati introdotti al mondo come lo conosciamo oggi: aperto, diverso, cosmopolita, accogliente e ospitale. Il luogo in cui abbiamo scoperto per la prima volta che siamo tutti interconnessi.

Se adesso stai leggendo e ti senti anche tu un po’ parte di questo “noi” ho un’ultima cosa da dire. Il 24 giugno è stata una giornata storica. Facciamo che diventi storica perché è stata il giorno in cui abbiamo abbandonato la politica dell’odio, della paura e del cinismo e abbiamo abbracciato la politica dell’inclusione, della generosità e della speranza. Il giorno in cui proteggiamo la democrazia perché non diventi esercizio di pochi, ma neanche un gioco per le masse. Il giorno in cui diciamo di voler costruire, non distruggere. Il giorno in cui lottare per la dignità umana è una nostra prerogativa, non un fardello da dividere. Come tante altre lasciateci in eredità, non sarà una strada facile da percorrere. Bisognerà rimboccarsi le maniche e lavorare duramente.

L’arco del mondo si piega verso la direzione della giustizia e della libertà, sta a noi costruirlo.