A day in the life. Un grazie a David Bowie

A day in the life. Un grazie a David Bowie

La versione originale di questo articolo è stata pubblicata su Il Bloggo.

Mi sveglio. Ieri ho fatto tardi; prendo il telefono per vedere l’ora. Messaggi su messaggi: non c’è più. Se ne è andato e non ritornerà più. David Bowie.
David Bowie. David Bowie.
Non capisco. David Bowie, è morto; resto incredulo, nel letto, ancora qualche minuto.

Ma come è possibile?
Mi guardo allo specchio; devo farmi la barba. Che cosa stanno dicendo?
Mentre passo il rasoio sulle mie guance rosse per l’acqua calda, mi rendo finalmente conto; David Bowie non c’è più, lo testimoniano i miei occhi lucidi mentre sono qui, in piedi, e fisso la mia immagine riflessa.
E adesso, che cosa faccio? Metto su della musica? Non voglio sentire niente di suo, mi renderebbe ancora più triste. Non posso farne a meno, però.
Sono un tipo maniacale, o tutto o niente. Come posso pensare di ascoltare l’intera discografia di un artista così produttivo nel poco tempo che ho a disposizione, prima di dover tornare alla vita reale? Un artista che a ventidue anni, la mia età, per intenderci, pubblicava “Space Oddity”.

La vita reale, dicevo; quella vita che David Bowie ha sempre vissuto e preso a piene a mani, ma, allo stesso tempo, quella vita da cui fuggiva, trasformandosi, a seconda delle occasioni; in Aladdin, Ziggy, Jack, il Duca, non importava. Per me, in ogni caso, era sempre lui. David Bowie.
Anche io, allora, farò così. Terrò alla larga la vita reale. Discografia completa sia.
Da quando era così giovane e impacciato da sbagliare una strofa sul palco, per poi educatamente chiedere scusa al pubblico e ricominciare da capo. David Bowie non ha mai avuto paura di sbagliare. Di disco in disco, cambiava il suo stile, in tutto quello che faceva; nel modo di comporre, di arrangiare, di cantare, di vestire; probabilmente, però, quella volta a Brighton in apertura a un concerto dei Groundhogs, fu la prima ed unica volta in cui David Bowie sbagliò qualcosa.

Discografia. Non riesco a concentrarmi. David Bowie è morto. David Bowie.

Non posso dire di aver ascoltato David Bowie negli ultimi anni come facevo un tempo; è fisiologico, mi dico, ho sviluppato anche altri gusti, ho ascoltato moltissima musica, bellissima musica. Mi sento colpevole lo stesso. Come ho potuto farlo?

Ogni singola canzone, ogni singola canzone; mi servono due o tre ascolti per ogni singola canzone; faccio attenzione al testo. Bowie non è Dylan, non gli interessa il commento sociale. Eppure, il testo. La voce. È assolutamente conscio delle sue potenzialità vocali, le mette in bella mostra in tutto il suo secondo album, Space Oddity, il primo capolavoro. La voce, così piena di liricità, così piena. Ventidue anni. Sessantanove anni, pochi giorni fa. “Black Star”. Non ha sbagliato, nemmeno questa volta. In mezzo ci sono quarantasette anni di carriera e vita intensi, non solo musica. Soprattutto, musica.
Mi viene difficile credere che a qualcuno possa piacere tutto quello che David Bowie ha scritto, proprio per il suo essere così camaleontico; ancora più difficile sarebbe, solo per questo, non rispettare ogni singolo aspetto del suo lavoro.

Una volta, ho sentito parlare un amico di una teoria. Non potrei essere più d’accordo con lui. Il mondo della musica è sorretto da due pilastri, uno è David Bowie, l’altro è Bob Dylan. Non importa se sei un musicista e il tuo lavoro è scadente. L’equilibrio è ristabilito dai due pilastri. Ho interiorizzato questa teoria al punto di dimenticare che anche David Bowie e Bob Dylan sono uomini. E David Bowie non c’è più. David Bowie è morto. Ora rimane solo Dylan, e tutti quelli che scrivono e vivono per la musica. Non ci si può più nascondere. Non c’è più lui pronto a rimediare ai nostri danni. David Bowie è morto.

Oggi, mi sono fermato al secondo disco. Ma non mi sento più in colpa; ora che ti ho ritrovato. Ho tutta una vita per rimanere ammutolito ogni singola volta, come fosse la prima, ascoltando quello che ci hai lasciato.

Ti devo tanto, se non tutto. Ti devo un grazie. Tutti noi ti dobbiamo un grazie, David.

Grazie.

Jacopo Cislaghi