Le lezioni semi-professionali che ho imparato in questa prima metà del 2017

Le lezioni semi-professionali che ho imparato in questa prima metà del 2017

Quello di giugno è un po’ il mese in cui si sommano le fila di tutto ciò che si è fatto per la prima parte dell’anno. Per chi ha ancora fresco il ricordo della scuola, il mese di giugno è un mese di chiusura, l’inizio di un letargo che finirà a settembre con l’inizio di un nuovo ciclo. Mi sembra dunque giusto che io tiri le fila e pensi a quanto ho fatto fino ad adesso.

Indubbiamente sono stati mesi di grande crescita e ricerca personale. Propongo qui una lista succinta e non esaustiva delle lezioni professionali (o quasi) che ho imparato in questi primi sei mesi del 2017.

Come reagire ai commenti negativi
Da persona orgogliosa, questa lezione è stata difficile da imparare. Fino a quest’anno ho sempre vissuto in un ambiente scolastico/accademico in cui gli unici commenti negativi che mi arrivavano venivano da professori, fonti autorevoli con cui non sempre si è d’accordo, ma che ci tocca accettare. Quest’anno ho cominciato veramente a ricevere commenti da un po’ tutte le parti. In genere non amiamo fare commenti sul lavoro svolto dalle altre persone, cerchiamo sempre di indorare la pillola o di evitare di fare commenti negativi. Allo stesso modo, cerchiamo di non ricevere commenti su quello che facciamo e quando li riceviamo ci aspettiamo che siano grandi elogi. In realtà, i commenti negativi sono quelli più utili. Non c’è dubbio che all’inizio le critiche nei confronti del nostro lavoro sono un po’ una ferita all’orgoglio, ma, una volta superato il momento in cui si pensa che il mondo ce l’abbia con noi e che chi ci ha fatto quel commento è una persona spregevole, è bene andare oltre, guardare onestamente a quello che si è fatto e, se si può, migliorarlo. Se ci si concentra che le critiche non sono un attacco nei nostri confronti, ma un modo per migliorarsi, ci si evita il fegato amaro e il risultato sarà decisamente migliore.

La competitività è sopravvalutata
Abbiamo sempre questa idea che per sopravvivere nel mondo professionale ci sia bisogno di essere degli squali super competitivi. Anche i più buoni e generosi tra di noi si ritrovano a pensare che a essere troppo buoni e generosi non si sopravviva. In realtà questa credenza popolare è sopravvalutata. Certamente il mondo accademico in cui sono stata immersa quest’anno è diverso e più protetto del fantomatico mondo del lavoro, tuttavia sono convinta che si possa evitare di diventare squali, se non altro per la propria sanità mentale. Sento già il coro nella mente che sta leggendo dire che sono naïve, che devi essere proprio fortunato a vivere e a lavorare in un luogo in cui non devi tirare fuori gli artigli. Non dico che bisogna essere passivi di fronte alle difficoltà, ma se ci si concentra ad essere la migliore versione di noi stessi, di sicuro si tira fuori il meglio di sé (che è sempre determinante in un contesto professionale) e si tira fuori il meglio anche dagli altri.

Qualsiasi posizione è difendibile
Molto spesso le idee che abbiamo sul mondo o sulla vita sono idee profondamente ancorate dentro di noi e che rimangono praticamente invariate per tutta la nostra vita. In questo ultimo anno ho imparato che in realtà ogni idea o opinione ha ragione di esistere. O almeno è difendibile. Ti accorgi di questa cosa quando sei costretto, per un esercizio accademico, a dover sostenere delle posizioni che non condividi assolutamente. Ci si rende conto che un’unica verità non esiste e che spesso le nostre opinioni non sono poi così fondate. Quindi, mai sopravvalutare le proprie idee, mai sottovalutare quelle degli altri.

If the plan doesn’t work, change the plan, but never the goal
Una delle cose più importanti che ho imparato quest’anno è che non sempre tutto va come vorremmo. I piani vengono stravolti e qualcosa che avevi pensato sarebbe sicuramente successa finisce per diventare irrealizzabile, magari anche per una piccola falla burocratica. A volte, delle cose che desideriamo profondamente semplicemente non si realizzano. In questi casi c’è poco da fare, ma io trovo che ci siano due modi per affrontare questa delusione. Il primo è quello di non darsi per vinti e di continuare a chiedere finché non si ottiene. Essere persistenti è una nobile virtù, ma non sempre porta agli effetti desiderati. Un secondo modo è quello di credere, e ci vuole spirito di fede, che se una cosa non succede è perché non è destinata a succedere e l’universo ha in serbo qualcosa di migliore. In fondo la vita non è qualcosa di organizzabile con Excel, ma bisogna sapersi trasportare dalla corrente, cogliere diverse opportunità e confidare sul fatto che prima o poi la nostra mente ci porterà dove vogliamo arrivare.