La realtà senza smartphone: "Removed" di Eric Pickersgill

La realtà senza smartphone: “Removed” di Eric Pickersgill

Il mio rapporto con il telefono è sempre stato piuttosto problematico. Questo sin da ragazzina, quando tutti avevamo il compatto e indistruttibile Nokia 3310 che più di messaggi, chiamate e partite a Snake non permetteva di fare. Ricordo il mio ragazzo dell’epoca darmi un ultimatum ben preciso: o impari a rispondere a quel maledetto cellulare e a richiamarmi, o la chiudiamo qui. Avevo provato a giustificarmi: se mi negavo al telefono non era per disinteresse, ma piuttosto una sorta di rifiuto per quel dispositivo tanto bizzarro e quasi inquietante. E così mi giustifico tuttora con gli amici a cui spesso non rispondo (quelli che ancora non hanno smesso di chiamarmi del tutto, s’intende) e sono addirittura arrivata a scrivere la mia tesi proprio sul telefono.

Eppure si dà il caso che io il cellulare lo porti sempre con me – come tutti quanti facciamo, quasi fosse un prolungamento fisico del nostro corpo, una parte essenziale di noi. Dimenticare il telefono a casa è vissuto come un dramma, così come la batteria quasi scarica e l’assenza di segnale. Poco importa se abbiamo l’ansia di rispondere o di vedere se ci rispondono: vogliamo essere rintracciabili e connessi, sempre e comunque.

From miniyo73's Flickr - https://goo.gl/7VVz7F

From miniyo73’s Flickr – https://goo.gl/7VVz7F

Mi sembra di poter dire con certezza che questo dispositivo è diventato una vera e propria presenza nelle nostre vite, costante e intrusiva. Secondo uno studio recente curato dal centro americano Kleiner Perkins Caufield & Byers, controlliamo il telefono 150 volte al giorno, e non necessariamente per operazioni precise: magari solo per dargli un’occhiata, più o meno breve.

check-phone-averageSi parla addirittura di phubbing (neologismo coniato nel 2012 che unisce i termini phone e snubbing) per definire l’atteggiamento, alquanto fastidioso, di chi ossessivamente controlla il proprio smartphone, trascurando la persona reale e presente con cui si trova. Seppur questo termine non sia ancora tanto conosciuto, di sicuro il phubbing è ampiamente praticato: a cena, a lezione, al lavoro, a letto – poco importa il contesto sociale. Basta una notifica, un messaggio di WhatsApp o un like su Facebook a farci completamente distogliere l’attenzione dal reale, da chi abbiamo di fronte qui e ora.  Come spiega il provocatorio titolo del saggio pubblicato da David Meredith e Robert James, studiosi della Baylor University,  la prospettiva si è rovesciata e paradossalmente “La mia vita è diventata una distrazione dal mio cellulare” ( “My life has become a major distraction from my cell phone“).

Ma cosa succederebbe se ci togliessero dalle mani il telefono? Proprio questo è quel che sperimenta il fotografo Eric Pickersgill nel suo ultimo progetto Removed, in cui ha rimosso fisicamente lo smartphone ai suoi soggetti ritratti in scene di vita quotidiana. Ad ispirarlo, racconta l’artista, una famiglia in un bar di New York intenta ad osservare il proprio dispositivo: “Erano disconnessi gli uni dagli altri, non parlavano fra di loro e sia il padre che le figlie guardavano lo smartphone mentre la madre sedeva poco lontano”. “Ero rattristato – continua Eric – dall’uso della nuova tecnologia che, mentre ci permette di interagire con persone lontane da noi, ci costringe a non comunicare con chi ci è accanto”.

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Tutte le persone vengono fotografate nella postura tipica di chi è intento a usare un telefono, come se l’avessero ancora tra le mani, con i palmi semichiusi, i pollici piegati, gli sguardi bassi e ipnotizzati dal niente. Forse proprio perché un’assenza si nota molto più di una presenza abituale, o forse perché ognuno di noi può rivedersi in quelle scene, l’effetto raggiunto da queste foto è davvero grottesco.

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tanya_addiDalla famiglia a tavola alla coppia a letto, ogni scatto evoca un forte sentimento di straniamento e solitudine e dimostra quanto il telefono abbia cambiato il nostro modo di interagire – se di interazione poi si tratta – con gli altri e il mondo esterno. Siamo talmente presi da ciò che è distante (e soltanto finché rimane a distanza) che ci dimentichiamo di vivere direttamente il reale. In questo mondo fatto di connessioni virtuali, la sensazione è quella ben descritta dalla sociologa e saggista Sherry Turkle: “being together while not being together.
Anche se costantemente connessi, paradossalmente siamo infatti sempre più timorosi di avere conversazioni faccia a faccia, e incapaci di dialoghi veri. In tutto questo flusso ormai alienante di stati Facebook, tweets, selfies e likes, la sola cosa che realmente condividiamo è un nuovo senso di solitudine – e purtroppo, siamo talmente presi dal nostro telefonino che finiamo per non accorgercene nemmeno.

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Italian-born writer, art lover and literature enthusiast who lives, quite happily, in London. Find me on twitter: @GiuGiri